
Osimhen non è solo un grande finalizzatore
L'attaccante del Napoli è cresciuto molto nella tecnica col pallone e nel gioco lontano dalla porta.
C’è un’azione di Napoli-Juventus 5-1 che da sola racchiude l’intera partita. Al 38’ Di Lorenzo serve in verticale lungolinea Politano: uno di quei passaggi che in genere mettono nei guai le ali, costrette a ricevere spalle alla porta e con l’uomo addosso. E infatti Politano si libera del pallone calciandolo quasi a casaccio, con una verticalizzazione di prima verso l’area che non sembra pericolosa. Almeno finché il pallone non impatta fortuitamente contro l’anca di Bremer e finisce tra i piedi di Osimhen. È quello il rimpallo che inclina definitivamente la partita, e che per l’opinione pubblica qualifica in modo altrettanto definitivo gli attori: Bremer come il più goffo e impacciato difensore del mondo, Osimhen l'aquila che ne approfitta per servire il 2-0 a Kvaratskhelia.
Dopo il match l’errore di Bremer ha monopolizzato le analisi e l’ironia post-partita, è diventato l’argomento di discussione principale di una cultura abituata a sottolineare l’errore più che a concentrarsi sul guizzo creativo che l’ha prodotto. Ma al di là delle critiche come sono andate davvero le cose? Come ha fatto un centrale specializzato in anticipi e duelli corpo a corpo come Bremer a leggere così male la traiettoria della palla e dell’avversario? Riguardando l’azione, da alcune inquadrature, sembra che a confondere Bremer sia stato un controllo mancato di Osimhen. Da altre sembra invece che Osimhen tenti volontariamente il velo, farsi scorrere il pallone alle spalle e aggirare Bremer dall’altro lato. La stessa finta di Pelé contro l’Uruguay: è possibile che Osimhen abbia pensato a questo? Dopotutto, dopo il rimpallo Bremer ha un momento di disorientamento mentre Osimhen sa benissimo dove ritrovare il pallone.
Forse le cose sono più semplici, e Bremer si è solo fatto sorprendere dalle molte variabili fisiche agenti in quella circostanza. Ma questo modo di vedere l’azione tende a sminuire l'eccezionale prestazione individuale di Osimhen, lo stress mentale e fisico a cui Bremer è stato sottoposto per 90 minuti dal centravanti migliore del campionato. Dai suoi movimenti incessanti, le sue protezioni palla, gli scatti in profondità. Dalle letture di un attaccante diventato così completo da maneggiare una gamma ampissima di soluzioni, e che esegue ogni movimento con una coordinazione del corpo così strana e dinoccolata che lo rende imprevedibile.
Prendiamo un’altra azione della stessa partita per esempio. Al 61’ Osimhen si avventa su una spazzata alta di Lobotka, con Bremer sempre francobollato alle spalle. Il pallone sembra leggermente troppo lungo e alto per arrivarci, allora Osimhen finge fino all’ultimo di prepararsi a saltare di testa ma quando è il momento di staccare rinuncia e si volta per proseguire la corsa verso il rimbalzo della palla. La strana finta di Osimhen manda a vuoto Bremer: il difensore è ingenuo e troppo rigido nell’usare il corpo dell’attaccante come unico riferimento, ma il modo in cui Osimhen sguscia via è indicativo della sua intelligenza nel leggere la situazione. Osimhen ha usato l’inerzia dell’aggressività di Bremer per portarlo a un posizionamento sbagliato e ingannarlo con una finta di corpo – tutto questo senza nemmeno toccare il pallone.
Dopo la partita il Corriere ha scritto di Osimhen: «I difensori non sanno mai cosa può fare: protegge, aspetta il movimento del compagno, si gira, crossa, va al tiro? Anticiparlo è difficile».
In entrambi questi episodi Osimhen difende il possesso senza nemmeno toccare palla, ma per tutta la partita con la Juventus il nigeriano ha fatto un importante lavoro di cucitura tra centrocampo e attacco venendo incontro e ricevendo sui piedi. Tagliando in orizzontale per ricevere vicino alla fascia, lavorando e ripulendo palloni sporchi, aiutando la squadra a risalire il campo. Sempre con un marcatore come Bremer attaccato alla schiena. Una prestazione in cui Osimhen, insomma, al di là dei due gol e dell’assist realizzati, ha mostrato tutti i miglioramenti fatti recentemente nella tecnica col pallone e nel gioco spalle alla porta. I miglioramenti che gli mancavano per passare dall’animale da profondità tecnicamente grezzo che era un tempo, a una punta completa che sa fare davvero tutto. Una punta che adesso gestisce anche il gioco nello stretto e le associazioni tecniche lontano dall’area.
Contro l’Inter lo scorso 4 gennaio. Due tocchi insignificanti di Osimhen, si potrebbe pensare, ma essere parte di questo Napoli significa anche saper partecipare a un triangolo tutto di prima con Lobotka e Zielinski a centrocampo.
Victor Osimhen è arrivato al Napoli nell’estate 2020. Un momento delicato perché il club aveva incassato il rifiuto del rinnovo di Milik e – considerando anche la decadenza imminente di Mertens – si era trovato privo di un grande centravanti. Osimhen era un giovane di belle speranze del Lille, ma anche un giocatore di cui si sapeva poco, con appena una settantina di partite da professionista alle spalle. Per comprarlo il Napoli spende 75 milioni di euro: l’acquisto più costoso nella storia del club. Un investimento coraggioso, fatto anticipando altri grandi club come il Chelsea, ma anche pieno di rischi, senza garanzie certe che Osimhen avrebbe funzionato.
Osimhen diventa subito centrale nel Napoli di Gattuso, una squadra dal possesso mellifluo e sovrabbondante, alimentato da un nugolo di palleggiatori altamente associativi e geometrici: Mario Rui, Demme, Fabian Ruiz, Zielinski, Insigne, Mertens, Callejon. Osimhen viene da un contesto completamente opposto, dal Lille tutto verticalità e transizioni lunghe di Galtier, e si inserisce in quel Napoli come l’elemento dalla spiccata verticalità che con le sue accelerazioni devastanti deve rimediare al possesso troppo statico della squadra. Negli stadi deserti del post-covid i campi di Serie A diventano pianure che Osimhen comincia a divorare con voracità. Osimhen è alto un metro e 86, ha un’esuberanza fisica e atletica difficile da contenere, e quando corre in allungo fronte alla porta è imprendibile. Per esaltare questa sua caratteristica anche il Napoli diventa più diretto e comincia a usare passaggi lunghi per lanciarlo in profondità.
Nel Napoli problematico di Gattuso Osimhen tiene un rendimento buono, segna 10 gol in campionato nonostante le molte assenze per infortunio. In qualche modo però sembra ancora acerbo, un giocatore monodimensionale, a suo agio soprattutto senza palla e nelle corse nello spazio libero. Quando deve associarsi coi compagni emergono i suoi limiti tecnici: il suo controllo di palla è sobrio ma elementare, la coordinazione del suo corpo è troppo macchinosa per lavorare il pallone con dolcezza, specie quando gli spazi si restringono. Nonostante il fisico, poi, non funziona troppo bene nemmeno da pivot offensivo: perde quasi il 60% dei duelli aerei, e nel gioco di sponda è piuttosto impreciso. Nei passaggi brevi tiene una percentuale di precisione inferiore all’80%.
Oggi a gennaio 2023 Osimhen è migliorato in tutti gli aspetti del gioco lontano dalla porta, e più in generale nella tecnica col pallone. Merito del lavoro di Spalletti che appena subentrato a Gattuso ha sottoposto l’attaccante a sedute di allenamento extra per migliorare la tecnica: il gioco a muro coi compagni, la coordinazione dei tiri in diagonale, i colpi di testa. Le sedute sono cominciate nel ritiro precampionato 2021 a Castel di Sangro: a fine allenamento andavano via tutti tranne Osimhen, Spalletti e alcuni preparatori; il gruppetto lavorava ai movimenti offensivi in sessioni extra dai contorni mitici – i film di arti marziali dove il maestro educa privatamente l’allievo, Pai Mei e Beatrix Kiddo in ritiro sulle montagne tibetane in Kill Bill. Ancora a settembre 2021, intervistato dopo una doppietta segnata alla Sampdoria, Osimhen diceva: «Il mister mi dà fiducia e dopo l’allenamento si ferma con me e lavoriamo ancora».
In quel mese Osimhen aveva segnato 7 reti in sei partite, ma oltre ai gol la sua crescita era evidente nelle letture divenute più fini, nell’uso del corpo diventato più consapevole, nel gioco di sponda più preciso. Così Rivista Undici scriveva in quel periodo: «L’attaccante veloce, sgraziato e un po’ confusionario comparso nell’autunno 2020 è diventato una punta pensante e spendibile in ogni situazione di gioco. Oltre alla sua incredibile capacità di correre e duellare con gli avversari Osimhen è migliorato anche nelle interazioni con i compagni, nei movimenti in area di rigore, nella gestione del pallone in spazi stretti – che non è certo diventata raffinata, ma sicuramente si è evoluto, non è più elementare come un anno fa».
Da quelle dichiarazioni è passato un altro anno e la presenza tecnica di Osimhen nel gioco del Napoli è cresciuta ulteriormente. Spalletti ha potenziato ogni aspetto del gioco della squadra: ha creato un Napoli capace di attaccare velocemente in transizione quanto di tessere attacchi posizionali raffinati; ha implementato i principi del gioco di posizione e alcuni meccanismi che rendono il possesso del Napoli tra i più lussuosi d’Europa: le rotazioni continue sulla trequarti, gli smarcamenti senza palla, la costruzione fluida di triangoli a tutto campo. Un contesto razionale in cui l’Osimhen istintivo delle origini sarebbe difficile da immaginare. Eppure il nigeriano ha smussato i lati più ruvidi del suo gioco e si è calato totalmente nel contesto.
Prendiamo ad esempio questa azione contro l’Udinese dello scorso novembre. Osimhen si smarca tra le linee per ricevere una verticalizzazione di Juan Jesus; la mette giù con un doppio controllo di petto e ginocchio, poi quando “sente” l’arrivo di Walace sposta il pallone con un terzo tocco di piede. Tre tocchi di per sé molto eleganti e dolci. Osimhen poi scambia con Elmas e, quando torna in possesso del pallone, supera Lovric usando bene il corpo per coprire la palla e spostandosela col tacco. Un’azione che mostra i due lati di Osimhen: il giocatore capace di proteggere palla col fisico ma anche con la tecnica, e quello ancora ruvido e impetuoso che ogni volta che tocca palla vuole fare qualcosa di grande – dopo aver superato Lovric sbatte contro un avversario e perde palla.
Osimhen è un’arma eccezionale per risalire il campo velocemente. Sulle verticalizzazioni può stoppare o controllare in modo orientato la palla usando la testa o il petto, con una sensibilità innaturale per parti del corpo così poco prensili. Non ha la tecnica del dribblatore, ma ha imparato a usare il fisico in modo tecnico e quando riceve spalle alla porta riesce spesso a girarsi e liberarsi del marcatore. Per farlo ricorre a volte al sombrero: qua sotto ad esempio usa l’inerzia del passaggio di Olivera per alzare il pallone sulla testa di Smalling e scappare via.
Il modo con cui Osimhen abita il campo da calcio è smanioso, frenetico. Un giocatore rapido e aggressivo, forte nei duelli corpo a corpo, che si lancia su ogni pallone con generosità forse eccessiva. Nel 2021 si è fratturato lo zigomo contendendo un pallone aereo a Skriniar. Da allora indossa una mascherina in carbonio che gli dà l’aspetto di un personaggio Marvel modellato sul gusto della Generazione Z – la spruzzata bionda sui capelli, il baffetto molto swag. Ogni volta che la telecamera lo inquadra il volto di Osimhen è il ritratto dell’intensità atletica con cui vive le partite: ha la bocca spalancata, il respiro affannoso, l’aria esausta dopo l’ultima corsa disperata. Senza palla Osimhen si lancia a pressare i difensori avversari, con la palla a volte si incaponisce in cose difficili e finisce per perdersi. È per questa sua intensità a volte fuori controllo che Spalletti l’anno scorso diceva: «Deve migliorare nelle scelte e nei movimenti. A volte butta via corse inutili».
Osimhen sembra sempre un po’ sgraziato col pallone tra i piedi, eppure il suo tocco di palla per quanto non raffinato è abbastanza sobrio da permettergli conduzioni discretamente pulite. Quando punta l’uomo davanti a sé ha un alfabeto di finte scarno: più che la tecnica usa il fisico per andare via; dribbla soprattutto coi cambi di passo e un’accelerazione da fermo non banale. Come nell’ultimo duello con Bremer, sono i movimenti dinoccolati di Osimhen, le sue mosse sincopate in cui somiglia alla mascotte di Italia ’90 che ha preso vita, a rendere le sue intenzioni estremamente illegibili. Qui sotto nella partita dell’8 gennaio con la Sampdoria Osimhen taglia verso l’esterno per ricevere una verticalizzazione. Va via a Nuytinck spostandosi all’ultimo il pallone con l’esterno, poi quando sta per entrare in area anticipa con un altro tocco la scivolata di Rincón che lo stende e viene espulso.
La spigolosità del suo gioco, unita a doti atletiche eccezionali e a una qualità tecnica comunque in miglioramento, è ciò che rende Osimhen così difficile da contenere per i difensori avversari. Quando Osimhen prende palla può succedere di tutto: può controllare staticamente il pallone oppure lanciarselo nello spazio toccandolo di prima; può fare un appoggio di pochi metri a un compagno oppure girarsi e attaccare la porta in un battito di ciglia. Davanti a questo ventaglio ampio di possibilità i suoi marcatori non hanno strumenti per anticipare le sue intenzioni. Sono sottoposti a uno stress mentale e fisico continuo; ogni scelta, ogni orientamento del corpo, ogni presa di posizione per saltare di testa, può rivelarsi sbagliata ed esporli a figuracce come è capitato a Bremer in Napoli-Juve.
La crescita delle statistiche tecniche di Osimhen è il sintomo dei suoi miglioramenti nel lavoro di raccordo. Oggi Osimhen tenta più o meno lo stesso numero di passaggi del primo anno a Napoli con Gattuso, ma in compenso la loro lunghezza media è aumentata e la precisione è salita di quasi 4 punti percentuali. Segno che Osimhen è diventato più preciso pur tentando passaggi più difficili. I passaggi completati nell’ultimo terzo di campo sono passati da 0.29 a 0.85 per 90 minuti, e anche la sua capacità di usare il corpo come riferimento per risalire il campo è migliorata. Rispetto a due anni fa i duelli aerei vinti sono passati dal 41.7% al 48.3%.
«Osimhen è migliorato molto soprattutto per quello che riguarda le qualità tecniche» ha detto recentemente Stefan Schwoch, ex attaccante del Napoli. «Quando è arrivato era decisamente più grezzo. Sbagliava alcuni stop, qualche giocata con i compagni. Spalletti lo ha migliorato tecnicamente».
Già oggi Osimhen è uno degli attaccanti più completi del campionato: uno di quelli che definiremmo “punta moderna”, dove moderna significa sostanzialmente che sa fare tutto. L’intensità mentale con cui gioca e la continuità del suo rendimento sono da veterano della categoria, ma Osimhen ha compiuto 24 anni solo un mese fa. Non va trascurato poi che quello del centravanti è un ruolo fatto soprattutto di letture ed esperienza, in cui i giocatori maturano tardi. In questo senso la velocità della crescita di Osimhen è davvero straordinaria. Gli è bastato pochissimo tempo per arricchire il suo stile, per passare da essere un attaccante specialista di certe situazioni a uno più tridimensionale, abile non solo nella finalizzazione ma anche lontano dalla porta.
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