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Considerazioni sparse su "The Fabelmans"


“The Fabelmans” non è il miglior film di Steven Spielberg, ma probabilmente quello che il regista ebreo ha realizzato con maggiore felicità. Qualunque cosa essa sia.


- L’autobiografia è un genere strano. Che sia contenuta in un libro o in un film questa tipologia di racconto è una di quelle da maneggiare con assoluta cura, onde evitare l’agiografia o l’inevitabile abbellimento dei ricordi. Ma nel caso del film in questione, i pericoli appena citati paiono essere stati scansati, al netto di una eccessiva libertà e lunghezza nel racconto, con la solita grande classe che ha sempre contraddistinto il regista de, tra gli altri immensi capolavori, “Lo Squalo” e di “The Schindler’s list”;

- “The Fabelmans” è la riproposizione della vita di un giovane che scopre una passione diventata motivo principale della propria esistenza all’interno di dinamiche familiari dapprima stravaganti e in seguito dolorose per poi virare su un sentimento di conciliazione. “The Fabelmans” è la restituzione pubblica di un percorso di formazione digerito e metabolizzato, ben prima della sua messa in digitale, da un evidentemente risolto uomo di 76 anni. “The Fabelmans” è il regalo che un grande regista fa a sé stesso ancor prima che al pubblico interessato, mettendo in fila una numerosissima sequela di immagini che – mi è proprio parso così – lo hanno fatto sorridere mentre riavvolgeva il dolce nastro dei suoi ricordi;

- Attenzione perché ci sarà molto da parlare degli attori che hanno preso parte al progetto e, nonostante trovi tanto volgari quanto efficaci le etichette che dividono gli interpreti in “principali” e “secondari” oppure “protagonisti” e “non protagonisti”, questa volta, per semplicità, mi rifarò a questo tipo di distinzioni: Paul Dano, Michelle Williams e Gabrielle La Belle appartengono alla prima categoria e offrono, con le dovute proporzioni, quello che sembra essere il meglio del meglio del loro repertorio. Dano, che interpreta sul grande schermo il geniale padre del ragazzo cinefilo e cineasta – si conferma uno dei più bravi attori del panorama Hollywoodiano. Asciutto ma non asettico ed emotivo ma non instabile, incarna il pilastro incedibile del figlio travolto dalla vita e si erge anche a colonna portante di un film che nel suo lungo girovagare di tanto in tanto perde un colpo. Michelle Williams suona una sua isolata sinfonia fatta di acuti e bassi tanto distanti da loro da suggerire quell’instabilità che il personaggio della madre pare dover possedere: eccessiva, al limite del caricaturale, è il motore di una storia che non ha paura di raccontare la sofferenza insopportabile di un segreto inconfessabile, ma che alla fine non può non deflagrare finendo per travolgere tutti. Gabrielle La Belle, alter ego scenico di Spielberg, sconosciuto ai miei occhi, attraversa il film stupendamente, in una recitazione che declina credibilmente il mix caratteriale del giovane che mescola la precisione paterna all’estrosità materna, spruzzato da una abbondante dose di paura giovanile tipica di un progetto d’uomo che si affaccia preoccupato alla vita;

- Seth Rogen, Judd Hirsh e David Lynch sono invece da annoverarsi banalmente tra i non protagonisti, sebbene lascino tutti e tre un’impronta che definir gigantesca sarebbe riduttiva. Il primo - Rogen -  ha completato una trasformazione – che io devo essermi completamente perso – in un attore in grado di riempire le inquadrature senza per forza ricorrere a trucchetti che gli dessero un’aria artificiosamente divertente, diventando un credibilissimo e odiatissimo elemento di rottura della serenità patinata della Storia. Hirsh, invece, in una scena che molto probabilmente entrerà nella memoria collettiva futura degli appassionati, marchia a fuoco il film con una prova muscolare che travalica il concetto di “minutaggio” e si staglia chiara e definita tra i momenti più coinvolgenti di “The Fabelmans”. Petrolini - rivedere la sua citazione sui “piccoli attori” - probabilmente non ha mai avuto torto in tutta quanta la sua vita. E infine il Maestro Lynch che io ho visto per la prima volta dall’altra parte della camera che con la sua interpretazione di John Ford lacera il velo della buona recitazione mettendo in campo la sua genialità senza eguali. C’è qualcuno che, con cognizione di causa, può affermare che per un amante della settima arte possa esistere un regalo più bello?;

- In definitiva, si gode di un film bello, ma non bellissimo, che pecca in ritmo a favore di un respiro più ampio e non sempre efficace e con delle punte di School High Musical privato – per fortuna – del suo luccichio, ma non si può non affermare di essere di fronte ad un prodotto tra i più importanti degli ultimi anni, altro non fosse per l’innegabile affetto che la sua firma si è guadagnato facendoci sogni nelle ultime cinque decadi.

  • Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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