
Godiamoci l'ultimo Džeko
A 36 anni ci sta ricordando che è ancora uno dei migliori centravanti in Italia.
Le interviste a bordocampo, soprattutto quelle che si svolgono poco dopo la fine della partita, assumono il ruolo meschino di ricordarci ogni volta i cliché comunicativi dei calciatori. Mantra recitati artificialmente come «è stata dura, ma abbiamo dato tutto» o «dobbiamo continuare a lavorare così», o ancora «pensiamo partita dopo partita», riecheggiano nelle nostre menti come un momento di sopportazione forzata a una retorica inevitabile. Sportivi sempre più bidimensionali che appiattiscono la loro immagine intorno a frasi che nei fatti non significano niente.
Edin Džeko, però, ha appena deciso l'ennesima partita stagionale dell'Inter, segnando di testa il gol che ha battuto il Napoli capolista. Forse un po' per l'entusiasmo dovuto alla vittoria, un po' per rivendicazione personale (dopo un'estate in cui sembrava essere stato scaricato), le sue parole a caldo escono da quel ristagno semantico. «Fino a quando puoi restare all'Inter?» gli chiede il giornalista. «Fino a quando faccio la differenza» risponde lui. A marzo Džeko compirà 37 anni e a inizio stagione, con l'arrivo di Lukaku che avrebbe dovuto sostituirlo, era lecito aspettarsi un calo dovuto all'avanzamento dell'età.
Nessuno se lo aspettava, eppure è ancora uno degli attaccanti migliori del campionato.

Nell'estate del 2021 l'Inter aveva preso a sua volta Džeko per sostituire Lukaku. La stagione era passata tra alti e bassi (tredici gol in Serie A, tre in Champions) e sembrava un'ulteriore prova per i suoi detrattori. Nel finale di stagione, soprattutto, era sotto gli occhi di tutti un Džeko lento e macchinoso, immagine ormai sbiadita del suo talento giovanile. Il solito Džeko dei gol capolavoro e, allo stesso tempo, quello delle occasioni facili mancate. Un attaccante capace di correre con la grazia del pattinatore di figura, ma inaffidabile sotto porta.
Il fisico del nove e la purezza del dieci in una fusione che diventa un punto debole.
Nove, dieci
Può quindi sembrare paradossale che la partita in cui Džeko ci ha costretto a rispolverare il soprannome prestigioso che porta sulle spalle – «il Cigno di Sarajevo» – arrivando quasi a trasformare quella partita stessa in un'esibizione di come dovrebbe muoversi un centravanti moderno e associativo, sia la prima partita in cui ha potuto giocare in coppia con Lukaku, e invece non lo è.
Anche se non ha raggiunto l'apice della condizione atletica, con i movimenti ad attaccare la profondità del Napoli il belga ha lasciato a Džeko la rifinitura dell'azione, la parte più sottovalutata e artistica del suo gioco. Prendiamo ad esempio l'assist che serve al 26esimo per l'inserimento di Darmian.
Lukaku sfrutta l'errore in lettura di Kim Min-jae e attacca lo spazio, riuscendo a crossare verso il centro dell'area. Nel frattempo Džeko era sfilato con un movimento alle spalle di Rrahmani (iniziando a prendere le misure che lo libereranno nel caso del gol), ma il pallone gli rimane sotto il peso del corpo. È una sponda semplice, un tocco di prima con il piatto per smorzare il cross ruvido di Lukaku. Un gesto che potrebbe riuscire a molti attaccanti in Serie A. La cosa che rende speciale quel passaggio, come quasi ogni giocata di Džeko, è il pensiero nelle sue radici. Avrebbe dovuto scegliere tra provare a calciare forzatamente verso la porta o, con un movimento controintuitivo ma geniale, provare a mettere Darmian nelle condizioni di calciare (anche se alto sopra la traversa).
Džeko è un centravanti peculiare. È altissimo (193 cm x 80 kg) ma neanche quand'era giovane, al Wolfsburg o al Manchester City, ha mai avuto un impatto fisico sugli avversari. Ciò che lo ha portato a essere l'unico essere umano insieme a Cristiano Ronaldo – di conseguenza l'unico essere umano – a segnare cinquanta (50!) gol in almeno tre dei migliori campionati europei (Bundesliga - Serie A - Premier League) ha a che fare con il suo rapporto con il pallone. Come scritto sopra, non è affatto un paradosso che una delle migliori partite di Džeko all'Inter sia arrivata in coppia con un centravanti d'area.
Oltre a consentirgli di abbassarsi e far girare la prima costruzione dell'Inter, ieri orfana sia di de Vrij che di Brozovic, Lukaku gli ha anche liberato lo spazio in area. Džeko non gode particolarmente nel fare a gomitate con i difensori in area, a cercare uno spazio millimetrico in cui colpire il pallone, e appena può cerca di scappare da quella morsa. Ieri ci è riuscito soprattutto in occasione del gol, quando ha giocato al gatto col topo con Rrahmani fino a disorientarlo, illudendolo sulle sue intenzioni con un contro-movimento.
Nessun altro attaccante legge il gioco come Džeko, e la cosa è stata ancora più evidente contro il Napoli, dove qualcun altro si occupava del lavoro sporco al posto suo. Così lui è stato il regista offensivo della squadra: ha toccato più volte il pallone (29), e concluso la partita con una percentuale di precisione nei passaggi del 74%. È uscito solo al 76' (dopo Lukaku, per intenderci) per crampi.
Grazia
Nel 2016, appena ritornato a Roma, Luciano Spalletti lo aveva tenuto in panchina per sei mesi, nel periodo più buio della sua carriera. «Džeko è un calciatore divino» aveva detto lo stesso Spalletti nel gennaio 2017, dopo aver puntato sul bosniaco come titolare. In quella stagione Džeko segnò 39 gol, di cui 29 in campionato, cambiando definitivamente la percezione di sé.
Sembravano parole esagerate, quelle di Spalletti; oggi sappiamo che quella era la verità. E se non lo abbiamo capito prima forse è perché in nei gol più belli di Džeko si cela il mistero della creatività. Da dove nasce quell'eleganza nelle finte di corpo con cui distrae i difensori come in questo gol al Villareal con la maglia della Roma? Per non parlare dei gol al volo dall'estremo dell'area, che oserei chiamare van Basteniani: quello al Chelsea, al Torino, alla Sampdoria.
In uno dei suoi ultimi lavori, Inneres Auge (in tedesco «occhio interiore») Franco Battiato cantava:
Con le palpebre chiuse
S'intravede un chiarore
Che con il tempo e ci vuole pazienza
Si apre allo sguardo interiore.
Non saprei descrivere meglio, o con altre parole, la prospettiva profonda e idealistica dei colpi di Džeko. I suoi tiri al volo, performance a cui rimarremo affezionati anche quando lui non riuscirà più a replicarli, nascono da un'interiorizzazione unica degli elementi di un campo da calcio. Il gol che ha segnato al Bologna a novembre è solo l'ultima esperienza estetica che Džeko ci ha regalato, come una contraffazione del gol di Zidane al Bayer Leverkusen. Non ha più la potenza per andare a prendere il pallone in cielo, né l'agilità per addomesticarlo con un controllo orientato di prima. L'unica cosa che può fare è sopperire all'invecchiamento fisico, all'incapacità di arrivarci in scioltezza con la conoscenza delle traiettorie, dei rimbalzi, delle astruse leggi fisiche che guidano la sfera.
Riguardando il video qui sopra, caricato dall'Inter sul proprio canale Youtube con tutte le inquadrature del tiro di Džeko, è ancora più evidente. Senza la prestanza fisica che gli permetterebbe di coordinarsi in un tempo più breve, e di concentrarsi quindi sulla scelta migliore (Calcio in porta? In che angolo? Con quale parte del piede?), Džeko tiene gli occhi fissi sul pallone fino a un attimo prima dell'impatto, aspetta l'ultimo momento per calciare, come uno scienziato che raccoglie più elementi possibili nell'universo circostante prima di elaborare una teoria. Nella sua testa quel gol era già nato.
Godiamoci l'ultimo Džeko
Fino a quando mi sono messo a scrivere questo pezzo, nessun altro calciatore ha avuto il suo peso nella stagione dell'Inter. Prima della sosta era stata una sua doppietta a stendere l'Atalanta in una partita sofferta fino alla fine. Il primo gol lo aveva segnato con un colpo di taekwondo per anticipare l'uscita a croce di Musso su una spizzata in area di Lautaro Martinez, e aveva poi rimontato il vantaggio dell'Atalanta deviando in spaccata un cross teso di Dimarco a inizio del secondo tempo.
Non solo. Džeko ha continuato a sbagliare «gol facili» come il colpo di testa nel cuore dell'area piccola contro la Juventus allo Stadium e il suo corpo usurato è arrivato in ritardo su assist che il se stesso di un quinquennio fa avrebbe segnato con una benda sugli occhi e senza scarpini (come il pallone poi toccato fuori da Dimarco al 5' contro il Napoli). Eppure nei momenti decisivi il suo marchio è stato essenziale, segnando ad esempio la doppietta in casa del Sassuolo che ha portato l'Inter fuori dalla crisi in cui era finita perdendo quattro partite delle ultime cinque.
Džeko rimarrà un calciatore divisivo. C'è chi lo ricorderà per la sua goffaggine sono porta, come quella volta in cui nel 2016 è riuscito a non segnare con i piedi dentro l'area piccola e con la porta vuota all'Olimpico contro il Palermo. Anche se sono passati gli anni è stata dura per Džeko farsi scivolare addosso gli insulti di chi lo chiamava «Edin Cieco» per percularlo, di chi ancora dubitava di lui.
In fondo viviamo un'epoca di calciatori perfetti e infallibili. Messi e Cristiano Ronaldo prima, Mbappé e Haaland oggi hanno cambiato l'ordine mentale con cui ci affacciamo al calcio. Hanno reso l'eccezionalità – il dribbling, l'assist, il gol – un evento ordinario, ai limiti del noioso. Džeko è invece un atleta imperfetto, pieno di difetti, di fragilità. A volte sembra sbagliare quelle cose che riuscirebbero non solo ai migliori calciatori del mondo, ma anche a tutti gli altri.
È anche questo, però, uno dei motivi per cui vale la pena ricordare Edin Džeko. Ha affinato la sua tecnica con il tempo, come un artista che prova a rifare lo stesso quadro con risultati sempre diversi. Ciò che rimane di quell'opera, però, è il processo evolutivo dell'artista, il suo cambiamento, il suo invecchiamento e quindi la sua capacità di padroneggiare il mezzo. Nel caso di Džeko, il pallone, calciato con traiettorie sempre più pure fino ad arrivare a camuffare i suoi 37 anni. Godiamocelo finché è qui davanti a noi, pronto a segnare gol inimmaginabili e a continuare a essere uno dei migliori centravanti che il calcio italiano abbia mai visto.
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