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Lautaro Martínez
, 27 Dicembre 2022

Chi è veramente Lautaro Martínez?


Il Toro nel corso della sua carriera ci ha mostrato le due facce della sua medaglia. Ma chi è veramente?

Avete presente il meme, ormai virale, tratto dal cartone animato "Scooby Doo"? Quello in cui uno dei protagonisti - Fred - smaschera il mostro rivelandone la vera identità? Ecco, a volte sorge il dubbio che sotto Lautaro Martínez si celi qualcun altro. Un giocatore che, a volte, si rivela determinante per la sua squadra di club e nazionale. Un giocatore che, altre volte, non riesce ad esprimere totalmente il proprio potenziale. Un po' ferro e un po' piuma, come si diceva qualche giorno fa a proposito di Richarlison. In questo caso, però, "piuma" non indica una forma di delicatezza. Indica una forma di estraneità. La capacità di non essere incisivo.

Al momento il Toro è in stand-by. Starà godendo della magnifica festa in Argentina dopo la vittoriosa spedizione mondiale con la selezione Albiceleste. Gli argentini si sono laureati tricampeones, ma Lautaro ha continuato a non brillare. A dire il vero, tutta la squadra non ha dovuto esprimere per forza un calcio sfavillante. Eccezion fatta, si intende, per la finale contro la Francia. Anche in questo periodo, quindi, sono riemersi i soliti dubbi: 'sto ragazzo ci sa fare o no? Alcune testate lo hanno bollato come delusione in formato mondiale. C'è chi, in linea più generale, ha ritenuto che i protagonisti della Serie A siano stati dei "flop" nella kermesse mondiale. Per restare in casa Inter, ad esempio, basti pensare alla pessima prestazione di Lukaku contro la Croazia. Un po' a voler rimarcare il cattivo stato di salute in cui versa il nostro calcio.

Da un calciatore come Lautaro, ormai esperto nonostante la giovane età, è lecito aspettarsi un rendimento più costante. Allo stesso tempo, da chi porta un soprannome così pesante, El Toro, ci si aspetta che il suo carisma sia sempre da traino per la propria squadra. In un certo senso, battere il rigore decisivo contro l'Olanda ha dimostrato ancora una volta la pasta di cui è fatto. Insomma, è ormai chiamato ad essere leader tecnico dei Nerazzurri e dell'Albiceleste. Per questo non può permettersi periodi di vacanza lunghi.

Per capire chi è veramente Lautaro Martínez bisogna chiarire un equivoco di fondo. Non si può giudicare l'argentino solo prendendo come riferimento il numero di gol. Anche in questo Lautaro ha un rendimento ambiguo. I "detrattori" rimarranno delusi nel sapere che è andato in rete - con i soli club - ben 109 volte in 262 partite (media realizzativa pari a 0,41). Dall'altro lato, gli "estimatori" non saranno certo contenti nel leggere che il proprio beniamino è uno sprecatore seriale di big chance. Secondo i dati Kickest, nella stagione 2021/2022 Lautaro Martínez ha avuto il primato di grandi occasioni sprecate. Quest'anno, invece, è secondo solo a Tammy Abraham che sta cercando di spodestarlo in questa particolare classifica.

Né, tantomeno, i periodi di pausa dal gol possono essere considerati come indicatori per definire il reale valore del Toro. L'ultima striscia senza gol risale a questo campionato. Più precisamente Lautaro non ha trovato il gol dal 30 agosto all'8 ottobre. Ben 8 gare a digiuno. Ma questo, come detto, non può essere un metro di giudizio perché all'argentino non viene chiesto necessariamente di segnare. A Lautaro viene chiesto di più. Viene chiesto di pressare in fase di non possesso e di essere utile in fase difensiva. Di aiutare la squadra a risalire il campo, ma anche di attaccare la profondità. Queste doti sono notevolmente apprezzate dalla parte sportiva del club meneghino. Il vice-presidente Javier Zanetti a proposito del suo connazionale dice che si tratta di un ragazzo "molto generoso con la squadra, aiuta tantissimo anche in fase difensiva".

Ecco, al momento il dieci dell'Inter non può certo dirsi attaccante “one shot one kill”. Probabilmente non lo sarà mai, ma forse va bene anche così. È proprio qui che emerge l'ennesima contraddizione di Lautaro. Nel corso dell'attuale campionato ci sono voluti 50 tiri in porta per produrre 7 gol. Non sono molti gol, chiaro, ma non sono mai banali. I gol a cui ci riferiamo hanno tutti un livello di difficoltà piuttosto alto. Fatta eccezione per un rigore, gli altri gol hanno un coefficiente di conversione tendenzialmente basso (i tiri trasformati registravano un xG compreso tra 0,58 e 0,02).

I dati FBREF ci parlano di un Lautaro particolarmente brillante in fase di contrasti, blocchi e intercettazioni, caratteristiche che probabilmente si porta dietro dalla precedente vita da difensore. La heatmap sotto, relativa alla sola stagione 2022/2023, non fa che confermarci quanto detto in precedenza relativamente alla generosità dell'argentino.

La non eccelsa efficienza sotto porta non può che derivare anche da un dispendio energetico così rilevante. A questo si aggiunge un'ulteriore problema, già trattato in vari articoli, su cui Lautaro sembra non aver lavorato a sufficienza. L'argentino tende, ad esempio, a forzare conclusioni difficili e ad incaponirsi perseguendo azioni in solitaria. Non ha certo smarrito il suo animo latino, che lo assiste nelle scelte istintive. Ciò spesso porta a dei benefici quando il tempo per pensare è limitato. Al contempo, quando c'è un po' di spazio per pensare, Lautaro sembra smarrirsi.

Nonostante qualche difficoltà realizzativa, comunque Lautaro alla vigilia della partita col Barcellona si diceva tranquillo per il proprio lavoro e per l'aiuto che dà ai compagni. Nella stessa intervista dice di non accontentarsi del pareggio. Al massimo di firmare solo per la vittoria. E no, non solo parole di circostanza visto quello a cui ci ha abituato l'argentino.

E infatti, nel momento cruciale della stagione dell'Inter, Lautaro riappare. Prende per mano la squadra in una partita dal coefficiente di difficoltà estremo e infuocata dalle vicissitudini extra-campo. La partita termina su un pirotecnico 3-3 e l'argentino si iscrive sul tabellino dei marcatori con un gol di pregevole fattura. L'immagine del controllo di petto e del dardo scoccato dai suoi piedi non basta a rappresentare la sua partita. La partita di Lautaro Martínez è molto, molto di più. È il geniale velo per Džeko e il successivo movimento in profondità. La lucidità di fare la scelta giusta quando, al minuto 88, raccoglie un rilancio di Onana e temporeggia fino al momento in cui serve un assist al bacio per Gosens. È un delizioso passaggio filtrante tra due giocatori del Barcellona che mette Asllani a tu per tu con ter Stegen.

Nel periodo del Mondiale, visto lo scarso rendimento di Lautaro, sono circolati parecchi meme che ritraggono il numero 10 dell'Inter nei panni del connazionale Gonzalo Higuaín. L'attaccante del Napoli, nonostante un numero esorbitante di marcature, è ormai preso in considerazione come prototipo del giocatore inconcludente nei grandi palcoscenici. Proprio il Pipita, con fare profetico, a proposito di Lautaro diceva al quotidiano argentino "La Nación" nel 2021: "Lui è molto coccolato in Nazionale, come accadeva a me prima del mondiale brasiliano: ero il miglior numero nove al mondo, poi è cambiato tutto. Nessuno dice che avevo segnato nove gol nel girone di qualificazione [...] ora per lui è tutto rose e fiori, ma magari arriverà il momento in cui, magari in un Mondiale o una Copa America, sbaglierà un gol decisivo ed il giudizio cambierà".

Uno dei tanti meme su Lautaro Martínez

La Selección non dev'essere proprio l'ambiente ideale per giocare senza pressioni. Basti pensare alla spada di Damocle che incombeva su Lionel Messi fino a qualche giorno fa. Tuttavia, il paragone tra Lautaro e Higuaín, dal punto di vista della capacità decisiva, non regge. Anzi, è tutto il contrario.

Provo ad azzardare: Lautaro Martínez è un animale da big match. La partita con il Barcellona sopra richiamata ne è l'esempio lampante. Così come lo è il rigore battuto contro la selezione olandese ai quarti di finale di Qatar 2022. A questo proposito lo stesso Lautaro dirà: "Non toccava a me tirare, ma ho detto al mister che volevo calciare, e mi hanno dato il quinto rigore. E sono contento perché è entrato, perché ho preso il tiro finale ed è servito per qualificarci alla semifinale, che era quello che cercavamo".

Per non parlare, poi, del suo ambiguo contributo a quella che molti hanno definito la partita del XXI secolo. Il buon Toro prima si fa riconoscere a suo modo, divorando un paio di gol incredibili; ma poi apre nuovi spazi e - udite udite - spalanca la porta, dopo un suo tiro ribattuto da Lloris, a Leo Messi.

Nel riferirsi a Lautaro si incappa spesso in un altro macro-errore di fondo, in questo caso non legato ai gol. Ci si focalizza fin troppo - io stesso l'ho fatto nel corso di quest'articolo - sulla generosità nel gioco dell'argentino. Lautaro = garra è un'equazione semplicistica. È indubbio che questa rappresenti una delle sue principali caratteristiche, ma soffermarsi solo su questa vorrebbe dire avere una visione parziale del giocatore. Ci si dimentica troppo spesso che nel gioco del calcio saper occupare gli spazi senza la palla è fondamentale almeno quanto saper trattare bene la palla. Per questo aspetto Lautaro ancora oggi ringrazia il suo trascorso nel basket: "Ho preso le virate, l’uscita, la protezione, il sapersi smarcare dal difensore. E poi i movimenti senza palla e i tagli veloci. Sì, il basket tuttora mi aiuta in campo".

Oltre a questo, un altro grande pregio dell'argentino è quello di saper leggere in anticipo la giocata del compagno, così come anche quello di leggere in anticipo l'errore del difensore. Non di rado capita di vedere Lautaro avventarsi sulla palla come un condor farebbe con una sua preda. Sotto quest'aspetto sembra di riveder alcuni prototipi ancestrali di numeri 9 che hanno popolato il nostro campionato.

Confesso che quest'articolo mi ha messo in crisi. Perché cercare di spiegare chi è veramente Lautaro Martínez è difficile, se non impossibile. Allora sono partito da un'altra, ennesima, incongruenza che appartiene a Lautaro: il numero 10. È chiaro - almeno spero - che si tratta di un riferimento puramente ideale. Lo prendo come spunto semplicemente per dire che provare a categorizzare secondo i nostri paradigmi tradizionali è ormai un'opera inutile. Forse, in maniera più astuta e pilatesca, si può provare a dire chi non è Lautaro Martínez.

Hernán Crespo aveva provato a paragonare Lautaro a Sergio Agüero, ma, ad oggi, il Toro è meno dieci del Kun. Lautaro sfugge alle classificazioni: è nove quando non è dieci, così come è dieci quando non è nove. Con buona pace di Schrödinger. Allo stesso modo, limitarsi a dire che l'argentino è una prima punta può non essere sufficiente. Il rapporto gol/tiri, aspetto in cui deficita, è elemento dirimente per distinguere un nove tipico da uno atipico.

Non è un attaccante di movimento che svuota l'area, perché l'area è il suo terreno fertile. Non è sicuramente un attaccante in grado di agire sul fronte offensivo in solitaria: lo abbiamo visto sia con l'Argentina che con l'Inter. Riprendo la definizione gentilmente fornita da un altro componente della redazione per spiegare quanto appena detto: "è un fantastico attaccante da coppia, quando può associarsi con uno che attacchi la profondità come e anche più di lui".

Sicuramente, ma credo che questo sia piuttosto pacifico, siamo tutti concordi nell'affermare che nei top club europei (Inter compresa) ci sarà spazio per Lautaro. Il quale - ricordiamo - ha al momento solo 25 anni. Starà forse anche (o soprattutto) a lui decidere come evolversi. Ciò che è certo, è che dovrà lavorare sulla propria costanza. Non solo in termini di gol, ma con anche la capacità di incidere sulle partite attivamente. Dovrà apprendere la voglia di frenare l'istinto latino per abbracciare un po' più di razionalità mittel-europea. Il che si traduce nell'opportunità di ponderare meglio le situazioni di gioco e prendere migliori decisioni.

Dire al momento e con esattezza chi è Lautaro Martínez, come si diceva poco fa, è un esercizio non facile e forse dannoso. È lo stesso giocatore che, inviando segnali contrastanti, continua a mandarci in confusione. Nella mania di categorizzare, rischieremmo di bollare come flop l'argentino. E allora, a questo punto, stiamo allo stesso gioco di Lautaro: sarà lui a dirci - quando e se ne avrà voglia - chi è veramente.

  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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