, 20 Dicembre 2022

Storia e filosofia di "Muchachos"


L'inno dei tifosi argentini diventato tormentone.


Le condotte criminali intorno al mondiale in Qatar sono note a tutti. Sportellate ha deciso che così come non ha mai rinunciato a raccontare questi aspetti oscuri, allo stesso modo fornirà anche il racconto sportivo di quanto accadrà sul campo. È un modo per offrire un'informazione completa a 360°. Abbiamo approfondito le ragioni della nostra scelta in questo post.


«Ragazzi / adesso torniamo a sognare / voglio vincere la terza / voglio essere campione mondiale». I tifosi argentini lo cantano ossessivamente, scandendo il ritmo col braccio alzato, la mano aperta che ruota in un movimento dall’interno verso l’esterno. Il gesto che per noi italiani significa “vai via, sciò” e che gli argentini hanno reso simbolico del loro modo di tifare, di creare splendide coreografie col solo uso della voce e del movimento della mano destra. Quel modo di tifare che abbiamo visto tante volte nelle partite di calcio sudamericane, in quelle scene di tifo che sembrano provenire da un'epoca passata, un'epoca in cui sono ancora permessi coriandoli, striscioni, nastri colorati. Gli stadi traboccanti di persone, la superficie degli spalti che si gonfia e si sgonfia al ritmo dei saltelli, dei movimenti sincronizzati delle braccia, come un polmone che respira all’unisono.

Per tutto il mondiale è stato soprattutto questo: la massa di argentini in Qatar, il fiume di folla colorato di bianco e di celeste che sgorga da ogni inquadratura televisiva. La circostanza è indifferente: nei dintorni degli stadi o nelle strade di Doha, nelle stazioni della metro o sugli spalti, soprattutto sugli spalti, i tifosi argentini si sono stretti in un caldo abbraccio intorno all’albiceleste. Dopo le partite i calciatori venivano chiamati sotto la curva, saltellavano e ballavano davanti a un mare di sciarpe spiegate. Come se il torneo non si giocasse in un Paese neutro e lontano, ma nelle città di Buenos Aires, di Cordoba, di Rosario. Il Mondiale trasformato in una lunga finale di Coppa Libertadores giocata da una squadra argentina nello stadio di casa.

https://twitter.com/GOALARG/status/1603352550035623936

I tifosi argentini hanno dominato la scena in Qatar, e l’hanno fatto nel modo compatto e organizzato che in genere appartiene al tifo delle squadre di club più che alle nazionali. Un tifo creativo, modulato al ritmo di cori originali e complessi. Chi ha familiarità col calcio sudamericano lo sa: se in Europa l’unico strumento musicale usato nei cori da stadio è il tamburo, in Sudamerica le tifoserie formano sugli spalti delle vere e proprie orchestrine. Trombe, tromboni, charleston, rullanti, grancasse, fisarmoniche. I canti sono complessi, ricercati, lunghi. Scritti da penne fini e fantasiose. Alcuni anni fa divenne famoso il coro che i tifosi del San Lorenzo crearono cambiando le parole a Despacito.

Forse la differenza tra Europa e Sudamerica sta nella diversa attitudine musicale, in quella sensibilità ritmica che è un fatto culturale e si trasmette di generazione in generazione. Qualcosa simile la diceva Faso degli Elio e le Storie Tese, in quel video in cui mostrava le difficoltà del nostro popolo, europeo ma italiano in particolare, persino a battere le mani ai concerti. (L'opposto di Cuba – diceva Faso – dove le persone sanno gestire con le mani ritmi anche complessi). In Argentina il genere musicale più saccheggiato per i cori da stadio è lo ska, così per questi mondiali i tifosi argentini hanno preso questo pezzo de La Mosca Tsé-Tsé, "Muchachos, esta noche me emborracho", hanno tenuto da parte ritmo e melodia e, artisti Dada insuperabili nel ready-made, nel manipolare cioè prodotti già esistenti, hanno sostituito le parole originali con quelle dettate dalla loro creatività, dalla passione pura e irrazionale per la propria squadra.

È stato strano ricordarci che La Mosca Tsé-Tsé era già entrata nelle nostre vite una volta, con Para no verte más. Una canzone che nel 2000 in Italia era diventata un mezzo tormentone estivo, il classico pezzo da Festivalbar. Poi gli anni sono passati e mai avremmo immaginato che sarebbe accaduto questo, che quella band esotica dal nome stravagante avrebbe fatto di nuovo irruzione nel nostro immaginario. Muchachos, esta noche me emborracho è una canzone piuttosto vecchia, del 2003, eppure in Italia non era mai arrivata. Fino a questo Mondiale, almeno, quando invece è diventata un tormentone (anche se con parole diverse, e il titolo trasformato in "Muchachos, ahora nos volvimos a ilusionar").

Muchachos compare tra i tifosi argentini dopo la vittoria della Coppa America 2021. È un coro che rappresenta una rinascita, il rinnovato entusiasmo intorno alla nazionale di Scaloni dopo gli anni bui («La sofferenza è finita perché nel Maracaná / la finale coi brasiliani è tornata a vincerla papá». Papá è un termine usato dagli argentini per rivendicare la superiorità sui propri avversari, come una forma di umiliazione). Anni in cui l’Argentina ha toccato varie sfumature di disillusione. In cui ha perso una serie innumerevole di finali, e sperimentato il forte rimpianto di non aver ricavato nemmeno un trofeo dalle sue generazioni migliori, dai calciatori dal talento irripetibile che si sono succeduti negli anni. Sembra incredibile a pensarci ora, ma solo quattro anni fa l'Argentina stava toccando uno dei picchi negativi della sua storia, uscita distrutta dal Mondiale tragico del 2018, giocato con lo spogliatoio spaccato e il CT Sampaoli esautorato dal gruppo.

Anche la mossa di affidare la panchina a Scaloni, a quel tempo, era sembrata dettata dal caos. In un clima da fine impero la federazione non trova un CT all’altezza, insegue Gallardo che però rifiuta, infine ripiega su Scaloni come soluzione ad interim, per prendere tempo. Scaloni dalla faccia anonima e un curriculum ordinario, senza esperienza come allenatore, reduce da due anni da vice di Sampaoli. Una figura soltanto laterale nell’universo calcistico argentino. Eppure funziona. L’Argentina ritrova pian piano un’identità calcistica e la gioia di vivere. Scaloni cresce insieme alla squadra, forse è più lui a farsi guidare dai calciatori esperti della rosa, Messi, Di Maria, Otamendi, più che il contrario. Scaloni che guadagna punti e conferme un mattoncino alla volta. Il terzo posto alla Coppa America 2019 gli procura la conferma per le qualificazioni al mondiale; la qualificazione ottenuta in tranquillità gli garantisce il posto di CT in Qatar.

In mezzo, la vittoria in Coppa America 2021 e della Finalissima 2022 contro l’Italia, i primi trofei vinti dall’Argentina dal 1993. I tifosi si rianimano, si stringono attorno alla loro nazionale con un ottimismo nuovo, acceso non solo dalle vittorie ma anche da uno stile di gioco piacevole, all’altezza del talento dei calciatori più tecnici in rosa. Un gioco finalmente leggero dopo anni di pesantezza, in cui la prima rivale dell’Argentina era se stessa, il proprio passato. La tifoseria argentina è in perenne conflitto tra una retorica pessimista e suicida (la paura di perdere che diventa paura di vincere, i fantasmi delle finali perse che infestano i pensieri) e una desiderosa di riscatto e vittorie. Un cocktail micidiale che spesso ha avvelenato la nazionale, imprigionandola nella fascinazione per la sconfitta romantica. (“All’apice dell’amore pativa, e accettava la perdita e l’oblio” scrive Cortázar dell’eroe malinconico, profondamente argentino, protagonista di Rayuela. Una frase valida anche per la nazionale malinconica che ha perso tutte le sei finali giocate tra il 2004 e il 2021).

Muchachos, inno più che coro, tiene insieme queste due anime. Esprime la speranza per trionfi nuovi («Voglio vincere la terza [coppa] / voglio essere campione mondiale»), senza tuttavia nascondere le sofferenze patite negli anni difficili («Non posso spiegarti / perché non capiresti / le finali perse per quanti anni le ho piante»). Muchachos in sostanza ripercorre la storia recente della nazionale argentina come un’antologia. Un racconto sincero e intimo che in quanto tale mette al centro, nocciolo emotivo di tutta la canzone, la morte di Diego Armando Maradona. L’evento che più di tutti ha segnato l’avvicinamento dell’Argentina a questi mondiali. Forse la vittoria del Mondiale per l'albiceleste è partita davvero da quel lutto; un dramma a cui tutta l’Argentina si è aggrappata cercando di trasformarlo in una leva. Un incentivo ulteriore a vincere il Mondiale come forma di dono a Diego.

Tutta Muchachos ruota attorno a Maradona, e al rapporto ereditario che lega Messi a Maradona («Sono nato in Argentina / terra di Diego e Lionel»). Maradona che dopo la morte è asceso definitivamente allo status di Dio, protettore e ispiratore dell’Argentina tutta; Messi che dopo la morte di Maradona ha fatto a sua volta un ulteriore passo verso la morte, divenuto anello di congiunzione tra Dio e gli uomini. Una figura davvero messianica: ancora in vita sulla terra, ma in connessione privilegiata con la dimensione trascendente che regola l’universo.

Messi in questo Mondiale ha emanato realmente un’aura sacra, e ogni dettaglio estetico sembrava funzionale al suo ruolo di Pastore: le guance scavate, la barba biblica, lo sguardo appesantito dalla responsabilità di dover essere eroe. Forse suo malgrado, senza averlo scelto. Prima delle partite lo guardavamo cantare l’inno nazionale, urlare l’ultimo verso “Giuriamo di morire con gloria!” che sembrava racchiudere il senso stesso della presenza di Messi a questo Mondiale: un uomo pronto a compiere il progetto per cui è stato mandato sulla Terra, prima di tornare nella dimensione intangibile da cui proviene. Un uomo sempre più vicino alla fine, al suo ultimo Mondiale, ogni suo gesto carico per questo di una bellezza ancora più abbacinante, ma anche di una sfumatura tragica. «Ogni tocco di Messi si portava dietro già una sua piccola morte (l’ultimo cambio di gioco, l’ultima finta, l’ultimo filtrante)» ha scritto Emanuele Atturo su l’Ultimo Uomo.

Sarà per l'allucinazione di un Mondiale dove Messi si è avvicinato all'emulazione di Maradona, ma a tratti davvero il torneo del 2022 è parso ripetere le trame del 1986. Tutto il percorso dell’Argentina in Qatar è disseminato di coincidenze, di strani allineamenti col Mondiale messicano. A partire dalla parabola stessa di Messi, che per una volta ha toccato anche in nazionale quei picchi di onnipotenza che associavamo solo a Maradona. Messi che ai Mondiali non aveva mai espresso il meglio delle sue capacità tecniche e carismatiche, e che stavolta invece l’ha fatto oltre ogni ragionevole dubbio, intestandosi la responsabilità di far funzionare l’Argentina su molteplici piani, e trovando nel suo genio ogni volta una soluzione nuova per riuscirci. Messi che non aveva mai segnato nella fase finale del Mondiale, e che quest’anno l’ha fatto in ciascuna partita dagli ottavi in poi, compresa una doppietta in finale.

In una parabola mondiale così perfetta da sembrare scritta da uno sceneggiatore (o da un dio?), anche la finale ha ripetuto le stesse vibrazioni di quella dell’86, solo con la Francia al posto della Germania Ovest. L’Argentina che gioca meglio, ha un’intensità tecnica e mentale maggiore dell’avversario, va in vantaggio 2-0. E che poi si fa rimontare 2-2 in pochi minuti intorno all’80’, prima di svoltarla alla fine.

In uno spot TV molto emotivo uscito in Argentina prima del Mondiale, si snocciolano tutte le coincidenze tra l’86 e il 2022: la finale programmata allo stesso orario, il Canada che vanta giusto due partecipazioni ai Mondiali, nel 1986 e nel 2022, Robert De Niro che guardacaso ha viaggiato solo due volte in Argentina, nel 1986 e nel 2022. In Muchachos i riferimenti all’86 passano anche per la citazione della guerra delle Malvine («Sono nato in Argentina / terra dei ragazzi delle Malvinas / che mai dimenticherò»), uno degli eventi che fecero da grimaldello per la nazionale dell’86, e che ricordare oggi, nel 2022, sembra in fondo un pretesto per riconnettersi con l’atmosfera di quel Mondiale, sintonizzarsi sulle stesse frequenze emotive.

L’apice del misticismo Muchachos lo raggiunge negli ultimi versi, dove Maradona è presentato come signore dei cieli, seduto in trono e affiancato dai suoi genitori Diego e Tota: «E Diego su nel cielo lo possiamo veder / con don Diego e con la Tota fare il tifo per Lionel». Esiste un’immagine che certifica la santità di Maradona (agli occhi degli argentini, chiaro) più di questa che evoca la Santa Famiglia? Ed è possibile spiegare l’incantesimo che a questo Mondiale ha avvolto Messi – il soffio invisibile che è sembrato spingerlo, a 35 anni, a prestazioni che in Nazionale non aveva mai avuto, non con questa continuità e a questi livelli almeno – senza usare la retorica logora della connessione con Maradona, il rapporto Dio-Messia che li lega?

Questa parte del coro, il ritornello, il cuore emotivo di Muchachos, i tifosi la cantano saltellando. L’hanno cantata saltellando gli argentini che domenica erano allo stadio Lusail, quando Messi veniva portato in trionfo sulle spalle da Agüero, la Coppa del Mondo in mano, in un’altra scena tremendamente simile a quella vissuta da Maradona trentasei anni fa. L’hanno cantata saltellando i tifosi nelle strade di Buenos Aires, domenica scorsa e ancora stanotte, quando la nazionale campione del mondo è atterrata in città e si è precipitata in mezzo alla folla, sotto l’obelisco di Plaza de la República. Il pullman scoperto come uno scafo in mezzo al mare bianco-azzurro di persone, le onde che si alzano e si abbassano al ritmo delle mani e dei canti. Un enorme abbraccio ad accogliere la terza Coppa.

«En Argentina nací, tierra de Diego y Lionel
de los pibes de Malvinas que jamás olvidaré
No te puedo explicar, porque no vas a entender
las finales que perdimos, cuántos años las lloré
Pero eso se terminó, porque en el Maracaná
la final con los brazucas la volvió a ganar papá

Muchachos, ahora nos volvimos a ilusionar
quiero ganar la tercera, quiero ser campeón mundial
Y al Diego en el cielo lo podemos ver
con Don Diego y con la Tota, alentándolo a Lionel»


  • Salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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