, 12 Dicembre 2022

Il minimalismo della Francia


Contro l’Inghilterra ha ottenuto il massimo col minimo sforzo, ancora una volta.


Le condotte criminali intorno al mondiale in Qatar sono note a tutti. Sportellate ha deciso che così come non ha mai rinunciato a raccontare questi aspetti oscuri, allo stesso modo fornirà anche il racconto sportivo di quanto accadrà sul campo. È un modo per offrire un'informazione completa a 360°. Abbiamo approfondito le ragioni della nostra scelta in questo post.


Al 16’, per la prima volta, l’Inghilterra riesce a bucare la linea di quattro centrocampisti con cui la Francia protegge la propria trequarti. Dall’inizio della partita l’Inghilterra sta proponendo una strategia ambiziosa, costruire gli attacchi portando molti uomini sopra la linea della palla, secondo una concezione del calcio costruttiva; la Francia, distruttiva e cinica, sta chiudendo gli spazi e cercando di pungere in transizione, decisa a piegare a proprio vantaggio i desideri ingenui dell’Inghilterra. Stavolta però Rice riesce a sgusciare alle spalle di Griezmann. Apre a destra su Walker, che a sua volta serve la sovrapposizione interna di Saka. Upamecano però è rimasto incollato al taglio di Saka, e prima che questo possa perfezionare il controllo gli ha già rubato palla ed è ripartito in conduzione. In una frazione di secondo quella che sembrava una situazione favorevole all’Inghilterra si è trasformata in un pericolo, l’Inghilterra divisa in due tronconi da cinque giocatori l’uno, mal posizionata per assorbire la transizione francese. Upamecano si mangia lo spazio vuoto che doveva essere il centrocampo inglese, scambia con Mbappé, quello si accentra e va da Dembélé a destra. L’Inghilterra è ormai rientrata, la transizione sembra esaurita. A quel punto la palla arriva a Tchouaméni: è a 26 metri dalla porta e sembra non avere granchè opzioni, oltre a ritornare a destra da Dembélé o provare una difficile rifinitura in pallonetto per Griezmann che si sta lanciando dentro – ma vorrebbe dire essere Totti. Tchouaméni invece controlla e senza pensarci due volte calcia in porta, un diagonale improvviso e angolatissimo verso il secondo palo, che si insacca alle spalle di Pickford.

È un’azione che fotografa l’intero sviluppo di Inghilterra-Francia, una partita che per lunghi tratti è stata espressione di uno dei conflitti calcistici più archetipici: una squadra che prova a imporre un controllo razionale sul contesto (impulso creativo, ha origine all’interno e influenza l’esterno) contro una che reagisce alle sollecitazioni flettendosi e mutando forma (impulso adattativo, direzione esterno-interno). Da una parte l’Inghilterra che crea associazioni tra i giocatori, che lavora collettivamente, che è composta da giocatori talentuosi ma mai autosufficienti; dall’altra la Francia, che dispone di un talento così sconfinato da fondare tutto il proprio gioco sulla capacità dei singoli di prevalere nei duelli individuali. Quelli difensivi (Upamecano che si inghiotte Saka) e quelli offensivi: Mbappé che resiste a una tripla marcatura, Dembélé che con la minaccia del suo dribbling impegna due giocatori avversari, Tchouaméni che pesca dal cilindro un tiro difficilissimo (valore expected Goals 0.03 secondo Sofascore, 3 possibilità su 100 di segnare).

Inghilterra-Francia era stata presentata come una finale anticipata, la partita potenzialmente di maggiore qualità dell’intero torneo. E in effetti lo è stata. Eppure, lungi dall’elevarsi a una dimensione di brillantezza diversa, ha proseguito nello stesso solco delle altre partite, confermando sostanzialmente il trend di questo Mondiale: un torneo in cui avanzano le squadre con un’organizzazione difensiva solida e abbastanza talento da trasformare l’acqua in vino al momento opportuno. Lo abbiamo visto in ciascuno dei quarti di finale. L’Argentina ha battuto l’Olanda in una partita che entrambe le squadre hanno giocato con un blocco difensivo basso e solido, e in cui solo la visione di gioco fenomenale di Messi e gli errori difensivi individuali hanno rotto la stagnazione. Il Brasile, una squadra legata all’idea di controllare il gioco con e senza palla, ha perso contro una Croazia specializzata nel trasformare le partite in una corsa podistica, una squadra fatta di plastilina, capace di dosare la resistenza fisica e nervosa e la qualità tecnica in modo da averle a disposizione in ogni momento. Il Marocco invece è stato una piccola eccezione. Non che non abbia vinto innanzitutto con la solidità difensiva, tutt’altro. L’eccezione sta nel fatto che mentre le altre squadre hanno mostrato tutte le caratteristiche tipiche del calcio per Nazionali, il Marocco ha spinto i suoi meccanismi difensivi fino alla perfezione delle squadre di club. La coordinazione dei movimenti di una squadra del primo Mourinho, la concentrazione zen nel seguire il piano di una di Simeone.

La Francia non ha quel tipo di precisione a orologeria di un club, ma in compenso è la squadra migliore di tutte a vivere di fiammate improvvise, a piegare a proprio vantaggio i singoli episodi di una partita grazie al talento dei singoli.

Al 76’, sul risultato di 1-1, la Francia costruisce la sua prima grossa occasione del secondo tempo. Nasce tutto da una palla allontanata di testa fuori dall’area da Theo Hernandez e raccolta da Mbappé. Da questo momento e fino al tiro di Giroud l’azione è un susseguirsi di giocate individuali fuori dal comune. Mbappé che chiuso contro la linea laterale da Saka e Walker vede lo smarcamento di Theo dietro le sue spalle(!), e lo serve con un passaggio difficile che passa in mezzo ai due avversari; Theo che difende palla prima da Rice poi da Kane; Mbappé che sul prosieguo dell’azione dribbla con un doppio passo Saka; Rabiot che si gira e mette un cross col piede debole; Dembélé che sul secondo palo vince il duello aereo su Shaw e appoggia di sponda a Giroud.

Poche squadre sono in grado di condurre una transizione così articolata e con tanta qualità tecnica. Nell’azione non è il possesso francese a manipolare la struttura inglese; al contrario, il possesso francese viene deviato e rallentato dalle pressioni dei giocatori inglesi, eppure riesce ugualmente a fluire verso la porta. La cosa più simile a un corso d’acqua che incontrando degli ostacoli li aggira e prosegue imperturbabile. È stato sul corner guadagnato con questa azione che Giroud ha segnato il 2-1.

È stato così per tutta la partita: un contrasto a tratti brutale tra lo sforzo creativo messo dall’Inghilterra, e il cinismo con cui la Francia ha portato a casa il match. L’Inghilterra dal principio è scesa in campo con l’idea di recuperare attivamente la palla, con un pressing se non proprio iper-aggressivo comunque sufficiente a scoraggiare presto i tentativi di costruzione bassa della Francia, e convincere Lloris a calciare sempre lungo nei rinvii dal fondo. Con la palla l’Inghilterra distorceva il suo 4-3-3 in un 3-2-5 che favorisse la costruzione dell’azione attraverso il possesso. Il terzino destro, Walker, restava bloccato e partecipava alla prima costruzione insieme agli altri due centrali e ai due mediani, Rice e Henderson. L’altro terzino, Shaw, si posizionava più in alto e prendeva l’ampiezza a sinistra; Bellingham si posizionava dietro il centrocampo avversario alla stessa altezza dei trequartisti Foden e Saka.

È ormai risaputo come la nazionale inglese negli anni di gestione Southgate si sia modernizzata, assorbendo i principi delle migliori scuole tattiche presenti in Premier League. Contro la Francia la strategia dell’Inghilterra col pallone era di sovraccaricare il lato sinistro per poi attaccare il lato destro con Saka. Dal momento che Bellingham era controllato da vicino da Tchouaméni, infatti, avvicinare Bellingham alla linea laterale sinistra significava trascinare Tchouaméni e pure Rabiot verso il centro del campo, lasciando a Saka abbastanza spazio per ricevere e puntare Theo in dribbling. Seguendo questo pattern Saka è stato uno dei migliori in campo. È stato lui a guadagnarsi il rigore che Kane ha trasformato nell’1-1. Sempre dal lato forte di sinistra, precisamente dai piedi di Maguire, è partito il lancio per l’inserimento di Mount da cui è scaturito il secondo rigore, stavolta sbagliato da Kane, all’80’.

La Francia dal canto suo non ha usato nessun particolare dispositivo tattico per risalire il campo. Senza palla si schierava con un 4-4-2 basso, in cui i due attaccanti avevano compiti difensivi piuttosto blandi (Giroud ha chiuso con 1 contrasto tentato, Mbappé con 0). Una volta recuperata palla, il playmaker della squadra erano le conduzioni poderose di Theo, Rabiot, Dembélé, Mbappé. In alternativa, i lanci lunghi per Giroud, il calciatore in campo che ha ingaggiato più duelli aerei (10).

Alla Francia non interessava il possesso, e per questo non distorceva il suo schieramento per moltiplicare le linee di passaggio e occupare razionalmente gli spazi. La difesa restava sempre a 4, anche in impostazione; il centrocampo a 3, con Tchouaméni vertice basso, Griezmann mezzala destra e Rabiot sinistra. La Francia non attuava rotazioni fluide o scivolamenti da un corridoio all’altro, quindi non attaccava la difesa a 4 inglese portando 5 uomini nell’ultimo terzo di campo. La Francia di Deschamps si è costruito una reputazione (più precisamente, una vittoria al Mondiale) sulla capacità di vivere nelle pieghe delle partite, di ottenere il massimo dal minimo sforzo. Sulla fiducia che se non è la Francia a costruire gli eventi sono gli eventi a prendere la forma della Francia, grazie alla capacità dei suoi fuoriclasse di venire a capo del contesto apparentemente senza fare nulla, con la sola vibrazione che emana la loro presenza.

Anche Mbappé, che ieri ha giocato una partita apparentemente non eccezionale, ha in verità inciso come nessun giocatore normale avrebbe potuto fare. Entrambi i gol della Francia sono passati per la sua capacità aliena di eludere i raddoppi e pure le triplicazioni di marcatura. Siamo così assuefatti alla straordinarietà della Francia (e di Mbappé) al punto che alla minima flessione ci sembrano tornati sulla Terra? Le loro prestazioni diventate ordinarie, anche quando di ordinario continuano a non avere nulla?

Contro l’Inghilterra Griezmann ha servito due assist, eppure quella è stata solo la parte più visibile della sua prestazione, la vetta di un iceberg molto più profondo e frastagliato. Questo Mondiale Griezmann lo sta giocando da mezzala – un po’ per colmare il vuoto creativo lasciato da Pogba, un po’ per sgravare Mbappé da compiti difensivi – e da quella posizione la sua influenza sul gioco della Francia è diventata diffusa e capillare. Trasparente, come quei suoni impercettibili all’orecchio umano ma che pure riempiono l’atmosfera. I primi affondi della Francia nel primo tempo nascono tutti dai piedi e dall’intelligenza di Griezmann nel fluttuare tra le linee.

Nel primo, al 9’, una breve conduzione di Varane, Bellingham che si stacca dalla linea per uscire in pressione, Shaw che è in ritardo ad accorciare su Dembélé. Griezmann che può ricevere tutto solo e senza faticare, da fermo come un enganche sudamericano, restituire sulla corsa a Dembélé.

Trenta secondi dopo, un’azione in fotocopia ma stavolta è Griezmann che attacca la profondità dietro a Shaw, attratto sull’esterno da Dembélé. Ancora il pressing sfilacciato dell’Inghilterra, Foden preso in mezzo, Shaw in ritardo a uscire su Dembélé.

Nel terzo episodio, all’11’, è di nuovo Griezmann a far correre Dembélé sulla destra. Bellingham e Foden si sono fatti attrarre dal pallone, e hanno lasciato dietro di sé troppo spazio per le combinazioni di Dembélé e Griezmann. Spazio che Shaw, ancora, non riesce a coprire.

Sono tre episodi quasi identici, che mostrano da un lato l’audacia della strategia inglese, dall’altro la brutalità con cui la Francia ha approfittato della minima crepa di quel piano finemente organizzato, trasformato le buone intenzioni dell’Inghilterra in velleità naif. È la prova definitiva che strategie tattiche troppo codificate sono incompatibili col calcio per Nazionali? Come capire quali strategie sono troppo codificate? Lo sono quelle che richiedono un lungo rodaggio? Il pressing? In fondo l’Inghilterra ha subìto il primo gol perdendo palla su un attacco posizionale. L’attacco posizionale è una strategia troppo codificata, inadatta alle Nazionali?

Inghilterra-Francia era probabilmente la partita del Mondiale con la maggiore concentrazione possibile di calciatori d’élite. Una partita tra due selezioni che raccolgono il meglio del calcio europeo per club, e che per molti versi è sembrata davvero una partita di club – una semifinale di Champions League. Non so se ricordate la semifinale dell’ultima edizione: il Manchester City che ha controllato il controllabile, e il Real Madrid che ha vinto d’istinto, forse di destino.

Sono diversi anni che in Europa la spinta delle innovazioni tattiche radicali si è affievolita, gli esperimenti tattici più estremi diluiti in sistemi ibridi. Un processo per cui l’ossessione del controllo è stata sostituita dall’idea della gestione dei momenti; la vertigine verticale di scuola tedesca smussata con l’inserimento di creativi capaci di portare l’ordine. Gli ultimi otto anni di calcio europeo sono stati dominati dal Real Madrid, una squadra che ha elevato ad arte la capacità di vincere con un approccio liquido, cavalcando il caso. Piegando gli eventi a proprio vantaggio attraverso la tecnica, la mentalità, il blasone, il nome, la spiritualità e altri argomenti via via più intangibili. In questo la Francia somiglia davvero al Real Madrid, e forse è la prova che il calcio per Nazionali si è avvicinato realmente a quello dei club. Questo mercoledì la Francia affronterà il Marocco in semifinale, ed è difficile immaginare due squadre più diverse: la Francia che funziona a intermittenza, che conserva una forma di leggerezza nel suo esistere nelle fiammate dei singoli; il Marocco che invece esiste negli interspazi tra i giocatori, nelle linee di passaggio sbarrate. Il Marocco che ha elevato la disciplina a forma di religione.


  • Salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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