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, 10 Dicembre 2022

Ave Kylian


Il calcio ha trovato il suo nuovo imperatore.

Per quindici anni Lionel Messi e Cristiano Ronaldo hanno dato vita alla diarchia più longeva della storia del calcio. Se uno trattava e accarezzava il pallone come un feticcio, il Graal che andava preservato dai peccatori nati senza il suo bacio divino, l'altro lo sputava fuori come un'emanazione del suo ego, il pallone come freddo oggetto attraverso cui ridefinire i limiti dello sforzo umano.

L'archetipo del talento naturale contro il miglioramento imperituro del fisico, quindi. Nella loro leggendaria rivalità, nelle alterne vittorie di Ronaldo contro Messi e di Messi contro Ronaldo, ci siamo illusi di riuscire a trovare una risposta: conta di più il destino, il DNA, il mondo platonico o il lavoro ossessivo, la caparbietà, la realtà immanente?

Quando a neanche 18 anni ha iniziato a rubar loro la scena, Kylian Mbappé aveva ancora i capelli rasati troppo corti e la faccia di un timido liceale gettato in un acquario sterminato, popolato da squali più grossi di lui. Era il 2016, giocava nel Monaco e nessuno sospettava di lui come conquistatore del calcio mondiale. Il presidente della Repubblica francese non lo aveva ancora chiamato per chiedergli di continuare a giocare in Ligue 1, e lui non aveva neanche vinto la Coppa del Mondo.

Gli scatti disumani che accompagnavano i suoi gol erano già premonizioni di un talento fuori dagli schemi, ma non poteva essere né l'erede di Messi né quello di Ronaldo.

Da dove saltava fuori quest'ala dribblomane e animalesca, capace di piegare la realtà ai suoi piedi unendo a un atletismo disumano la classe dei fantasisti?

Nella partita di Mbappé contro la Polonia è difficile scegliere un momento preciso per raccontarne il dominio. Potrei iniziare dal destro-sinistro che mette Cash con il culo per terra prima di calciare di poco a lato al 34', oppure il gol del 3-0, un destro sul palo lontano calciato alla Del Piero ma con l'inquietudine brutale che si nasconde sotto ogni gol di Mbappé. È però nell'assist a Giroud per l'1-0, un gesto lontano dalle sue tradizionali signature moves, che Kylian Mbappé ci ha mostrato un'altra sfumatura del suo talento totalizzante. Appena riceve il pallone da Upamecano sul centro-sinistra della trequarti polacca, lo controlla dolcemente con la suola, ma si gira per guardare la porta e viene aggredito da Cash, con Zielinski pronto a raddoppiarlo.

Con la Francia Mbappé porta sulle spalle la numero dieci e quella più che un'azione individuale diventa la didascalia di un'investitura così prestigiosa. La palla gli resta leggermente sotto il peso del corpo, e per non perderla è costretto a piegare le gambe all'indietro con la stessa fluidità dei serpenti che sgusciano. Non solo: in quei pochi secondi Mbappé trova lo spazio quantico per imbucare verso Giroud, che aveva attaccato alle spalle la difesa della Polonia. È un passaggio che visto fare a De Bruyne non direbbe niente di nuovo, una cosa eccezionale che ci aspettiamo da un "passatore" eccezionale.

Quello che però non ci aspettavamo è la naturalezza con cui Mbappé ha aggiunto gesti così concettualmente raffinati al suo gioco.

Soprattutto non sembrava un leader. A metà ottobre Marca aveva lanciato la voce secondo cui, pur avendo rinnovato in primavera fino a diventare il calciatore più pagato al mondo (le indiscrezioni parlano di circa 200 milioni per tre anni di contratto), si era stufato del PSG ed era pronto ad andare via a gennaio. In campo il suo egocentrismo non faceva che gonfiarsi. A inizio stagione contro il Montpellier durante una ripartenza Vitinha non gli aveva passato il pallone, e lui aveva reagito scazzandosi così tanto da smettere di correre e ignorare l'azione successiva.

Il narcisista ossessivo, quello che dà una spallata a Messi e toglie il pallone dalle mani di Neymar per tirare un rigore pochi minuti dopo averne sbagliato uno, è lo stesso che si espone con la maglia della Francia. «Non gioco per chi mi chiama scimmia» ha detto a Sport Illustrated a novembre. In quell'intervista Mbappé confessa di aver pensato di lasciare la nazionale per gli insulti razzisti ricevuti a Euro 2020 (dove la Francia è uscita agli ottavi e lui non ha segnato). «Questa è la nuova Francia... è per questo che non ho rinunciato alla Nazionale. È un messaggio per le giovani generazioni dire: “Noi siamo più forti di così”».

Mbappé ha 23 anni e ha segnato nove gol ai Mondiali, di cui più della metà (cinque) segnati nella fase a eliminazione a diretta. Per capirci: ha già segnato gli stessi gol di Messi (9) e superato Cristiano Ronaldo (8).

Nel 2018 ha segnato una doppietta nell'equilibrato ottavo di finale contro l'Argentina di Messi, prima di timbrare contro la Croazia, diventando l'unico teenager a segnare in una finale Mondiale insieme a Pelé. Il record di gol (sedici) nella Coppa del Mondo appartiene a Klose, che lo ha siglato a 36 anni, dopo cinque mondiali.

Quanto tempo servirà a Mbappé per stracciarlo?

Ecco la mia teoria: Mbappé non può essere considerato l'erede in senso stretto di Messi o Ronaldo semplicemente perché il suo gioco ha assorbito la sintesi di quella diarchia e l'ha adattata al calcio ipertrofico degli anni Venti. Non voglio certo dire che Mbappé è la fusione artificiale dei talenti di due dei migliori calciatori della storia, né tantomeno che è un calciatore migliore.

Oggi però è il talento sbruffone di Mbappé che fotografa meglio di tutti lo Zeitgeist del calcio contemporaneo, in cui la tecnica dei migliori calciatori degli anni duemila viene quantizzata in centesimi di secondo. Lo charme dei suoi tocchi al pallone risalta per contrasto sulla brutalità delle sue gambe, a volte così veloci da trasformarsi in una sfumatura vorticosa che ricorda La città che sale di Umberto Boccioni. Proprio per la dualità di questo talento non possiamo trascurare che il suo impatto etereo sul gioco ha qualcosa che ricorda vagamente entrambi i GOAT.

Se non vi basta neanche il secondo gol che ha segnato alla Polonia, un mezzo collo interno violento che ha spezzato il tuffo di Szczesny e soprattutto la partita (al 74' la qualificazione era ancora in gioco), prendiamo l'ultimo gol, quello del 3-0. Ovvero la parabola giottiana incastonata all'incrocio che Mbappé produce con il piede destro. Come in una danza, il movimento delle sue gambe dopo il tiro contiene la grazia e la naturalezza insieme: il piede destro che finisce per incrociarsi sul sinistro, il piccolo istante di attesa che si compie e diviene estasi, la palla, a malapena toccata da Szczesny, che non ha altra scelta che togliere la polvere all'incrocio dei pali.

Anche Mbappé ha fatto arte.

In un calcio senza pause, Mbappé gode a nascondere e far riapparire il pallone dove i difensori neanche immaginano, scherzando con loro come un bulletto che maltratta i bambini più piccoli, con una rapidità di gesti che non si era mai vista prima.

La rapidità con cui, ad esempio, ha costretto Gatti a tirargli disperatamente la maglietta appena dopo un tunnel fulmineo, e appena prima che Mbappé dribblasse anche la scivolata di Locatelli (che ha finito per colpire proprio Gatti) e calciasse a giro sul secondo palo. Nel primo quarto d'ora di quella partita di inizio novembre la Juventus aveva giocato meglio, andando vicina al gol almeno un paio di volte. E nonostante questo, a Mbappé era bastato ricevere un filtrante di Messi sulla trequarti per creare uno dei più bei gol della Champions League di quest'anno.

È uno di quel gol, anche più del tiro al volo della partita d'andata (sempre contro la Juve) o della doppietta segnata alla Polonia, che fotografa il dominio di Mbappé sugli altri esseri umani che giocano a calcio. Nel momento del tunnel il corpo di Mbappé scompare come in un glitch di FIFA per riapparire un istante dopo alle spalle di Gatti. So di sfiorare la blasfemia ma cosa vi ricorda questo gol? Lo scontro tra due uomini e un semi-dio che cammina sulle acque in mezzo a loro? Forse il gol di Mbappé deve qualcosa a quello di Kakà a Manchester.

Soprattutto, è un gol che sfata certi pregiudizi. Siamo abituati a pensare che sia un grande atleta, l'esempio perfetto dell'atrofizzazione del calcio, ma Mbappé è anche un grande prestigiatore.

Insomma, se Haaland ci ha mostrato come saranno i migliori calciatori del futuro, replicanti così eccezionali da arrivare a tracimare il concetto nietszcheano di Übermensch, Mbappé è il migliore calciatore del mondo che conosciamo ancora noi. La sua tecnica, il suo fisico, la sua iper-competitività – e persino il suo egocentrismo patologico – non appartengono a un domani lontano, ma al nostro presente: in questo squarcio di contemporaneità nessuno segna gol più belli e decisivi di Mbappé, nessuno regge il paragone con i suoi strappi e i suoi tiri che sembrano usciti da un episodio di Holly e Benji. Nessuno, cioè, possiede il diritto divino o la ferocia per disarcionare Kylian Mbappé dal trono su cui si sta ergendo.

Sarà un monarca di passaggio o il creatore di un nuovo modo di dominare il calcio?

«Come presidente è mio dovere difendere il Paese». A cosa assocereste queste parole, sapendo che sono state pronunciate da Emmanuel Macron a giugno del 2022? Alla guerra in Ucraina, alla crisi del prezzo del gas? Alla crisi climatica, specchio di un futuro che è già finito?

Eppure sono state pronunciate da Macron per chiarire il suo ruolo nella permanenza di Mbappé al PSG, visto che era promesso sposo del Real Madrid. «Mi ha detto che sono importante per la Francia» ha detto Mbappé qualche mese dopo al Time, aprendo un discorso interessante. Mbappé sembra una persona orgogliosa, di certo un po' mitomane («sento che il Pallone d'Oro è vicino» ha detto sempre in quell'intervista), e niente tira in ballo il suo orgoglio più della Francia, come paese e come nazionale.

A Russia 2018 non aveva ancora vent'anni, ma è stato il trascinatore dei Blues. Il suo gol in finale con la Croazia come epitome del suo percorso, quindi: il figlio di un allenatore camerunense e di una ex calciatrice di pallamano franco-algerina, cresciuto giocando a calcio sui campi di cemento delle banlieues sul tetto del mondo, la più classica delle storie da libro Cuore.

Quando ha parlato dell'idea di lasciare la nazionale per gli insulti, Mbappé ha aggiunto: «Dopo, riflettendo con tutte le persone che sono intorno a me e tifano per me, penso che non sarebbe stato un buon messaggio arrendersi. Perché penso di essere un esempio per tutti». Ok, della sua egomania abbiamo già ampiamente parlato, però mi pare interessante che il calciatore più pagato al mondo, a 24 anni, campione del mondo in carica, abbia pensato di essere un esempio.

Chi glielo fa fare? Mbappé è interessato a diventare un'icona più che un semplice fuoriclasse?

A giudicare dalle campagne di marketing di cui è protagonista, forse oltre che al Pallone d'oro è vicino anche a un riconoscimento del genere. Poco prima dell'inizio dei Mondiali di Russia, infatti, Nike affisse dei cartelloni pubblicitari in giro per la Francia, tra cui uno allo Stade de France. Il faccione di Mbappé sorridente in maglia Blue, con a fianco la scritta: «Il 1998 è stato un grande anno per il calcio francese: è nato Kylian». È una chiara provocazione, visto che nel '98 la nazionale poi definita Black-Blanc-Beur (letteralmente "neri-bianchi-magrebhini", per indicare l'eterogeneità etnica di quella nazionale, il cui volto principale era Zinedine Zidane) vinse la sua prima Coppa del Mondo contro il Brasile.

Vent'anni dopo è stato un altro volto dei sobborghi (anche se parigini, mentre Zidane è marsigliese) a prendersi la leadership della Francia. «Mi ha cambiato la vita. Dopo quella Coppa del Mondo, tutto è stato diverso, perché tutto il mondo mi guardava» ha detto di recente Mbappé.

Nel frattempo lui ha continuato a segnare con il PSG (e a regalare prestazioni eccezionali, come questa tripletta al Barcellona nel 2021), ma non ha ancora vinto la Champions League. Nella finale del 2020, persa contro il Bayern Monaco, Mbappé ha passato a Neuer il tiro del possibile vantaggio, e ha visto Kingsley Coman, suo compagno in Qatar, segnare il gol decisivo per la vittoria dei tedeschi.

Qualcuno sostiene che solo in nazionale riusciamo a goderci il talento di Kylian Mbappé, lontano dagli (altri) egocentrismi di Neymar e Messi che, anche se sopiti, sono come un fiammifero agitato sul bordo di una tanica di benzina. Con la Francia, si dice, ha tempo e spazio per sé, può scavare la luce con le sue giocate e incendiare i palcoscenici internazionali, mentre nel PSG la sua leadership viene confusa con il potere politico e decisionale all'interno del club.

C'è qualcosa di etereo nel modo di giocare di Mbappé, nella sua violenza metafisica e nella sua classe prepotente, che non ha niente a che fare con la dicotomia tra fisico e tecnica. Di fronte al suo gioco contraddittorio ed entusiasmante, viene persino da riprendere la domanda illusoria che mi sono posto all'inizio di questo pezzo: nel calcio conta di più il fisico o la tecnica? L'iperuranio o la realtà concreta?

Mbappé tiene in sé l'una e l'altra cosa.

Contro la Danimarca Mbappé ha segnato un'altra doppietta. Un destro sbucciato nel cuore dell'area di rigore e poi, all'86', un cross di Griezmann deviato con una parte del corpo a metà tra la coscia e il pube che solo il suo fisico poteva spingere così violentemente per dare forza al pallone del 2-1, cioè quello della qualificazione. «È difficilissimo» ha detto Mbappé a Sports Illustrated sulla possibilità di vincere il secondo Mondiale consecutivo, «ma se vuoi scrivere la storia devi fare qualcosa che non ha mai fatto nessuno».

Non potremo allora che essere spettatori della storia che si compie, di gol violenti e dribbling ricamati. E se la Francia uscisse ai quarti con l'Inghilterra, sarebbe un fallimento? Quanto tempo diamo a Mbappé per essere ancora più decisivo, manipolare l'attenzione e le telecamere, divellere le difese avversarie sempre e comunque? Il suo talento reggerà quindici o vent'anni, come quello dei suoi predecessori?

L'unica cosa certa è che l'impero di Kylian Mbappé sul calcio mondiale ha già avuto inizio. E al momento tutti gli avversari sembrano inginocchiati alla sua corte, aspettando la venuta di uno talmente folle da provare a sfidarlo.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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