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Considerazioni sparse post Marocco-Spagna 0-0 (3-0 d.c.r.)


Il Marocco non è una favola, è una concreta realtà.


- Un antipasto del derby della Manica del 10 dicembre è questo Marocco-Spagna: solo lo Stretto di Gibilterra separa due mondi, culture, universi calcistici agli antipodi. La Spagna dell'eterno tiki-taka, del gioco posizionale, nel predominio e della gestione del pallone, contro il Marocco fatto di trincee difensive ed esuberante fantasia in avanti. Eppure non mancano i punti di contatto, gli ibridi, le influenze: ad esempio Hakimi, l'uomo del rigore finale, nasce a Madrid e si forma calcisticamente in Spagna come terzino destro moderno. Curiosamente, è proprio il ruolo che sarà un cruccio per Luis Enrique in questa partita, dove la scelta di Llorente non ripagherà il tecnico asturiano;

- Gli stereotipi sulle nazionali africane lasciano sempre più il tempo che trovano. Il Marocco gioca un calcio "europeo", estremamente disciplinato in fase di non possesso, e con buona qualità nell'uscita e ripartenza. D'altronde, tanti calciatori dei Leoni dell'Atlante sono formati e cresciuti sportivamente nel vecchio continente. E la nazionale maghrebina ci ricorda un vecchio adagio: si può giocare bene anche proponendo un calcio speculativo. Ma bisogna saperlo fare con precisione e concentrazione. Forse a Rabat si intendono di ippica più che altrove;

- C'era una variabile impazzita che poteva far saltare i pronostici di questa sfida: il fatto che l'approccio tattico del Marocco fosse per eccellenza quello che la Spagna avrebbe potuto soffrire. Ed è andata proprio così. La squadra di Regragui è stata brava a tenersi sempre su due linee strette, senza farsi schiacciare ma mai concedendo spazi comodi agli iberici. Indicative le difficoltà di Gavi e Pedri, due specialisti nell'attacco degli spazi, che si sono dovuti muovere sulla terra bruciata fatta da Amrabat e più volte sono stati invece costretti a retrocedere a supporto. Enormi in particolare le difficoltà dell'offensivo Llorente nel contenere Boufal, in una giornata dove Ziyech è stato più importante per il lavoro di sacrificio che per le qualità offensive;

- L'inerzia della gara, questo elemento misterioso che decide partite, risultati, campionati e coppe. La sensazione è che il Marocco l'abbia sempre avuta in pugno, mentre trascinava lentamente la Spagna nel baratro dello psicodramma. Certo, poi ci sono anche gli episodi fortunati. La traversa di Gavi al 25', il palo di Sarabia al 119'. Eppure il massiccio possesso spagnolo ha faticato sempre a esprimersi, indipendentemente dagli interpreti e persino dall'alzata di ritmi della ripresa: Bounou, poi protagonista ai rigori, fa la sua unica parata della partita al 94', su una punizione tagliata di Dani Olmo. La frittata spagnola ai rigori (3 errori su 3) sembrava già drammaticamente apparecchiata;

- Menzione speciale per Sofyan Amrabat, probabilmente l'uomo partita senza nulla togliere alle parate finali di Bounou o alla stoica gara da capitano di Saiss, sempre impeccabile e decisivo nel finale nonostante fosse oramai a pezzi sul piano fisico. Il centrocampista della Fiorentina (ne avevamo parlato su Kickest) è il perno di equilibrio del Marocco, uomo dalle infinite coperture e dagli infiniti recuperi. Non c'è palla scoperta che non finisca nel suo mirino. In una gara votata alla distruzione, guida il reparto con efficacia coprendo sempre gli sganciamenti dei compagni Onuahi e Amallah (ottimi, finché hanno avuto benzina da bruciare). L'impostazione non è certo il pezzo forte del suo gioco, ma a questo Marocco servono in primis le sue doti in interdizione. E lui le fa valere alla grande, per uno storico quarto di finale.

si ringrazia Massimiliano Bogni per l'assistenza e la consulenza nell'analisi della partita

  • Scribacchino schierato sull'ala sinistra. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzia le complessità di un gioco molto semplice.

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