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, 6 Dicembre 2022

Manuale d'uso per l'era VAR


È trascorso poco più di un lustro dall’introduzione in Italia della VAR. Se da un lato restano alcune incertezze sul suo utilizzo e sulla sua concreta efficacia, dall’altro è innegabile che, a prescindere da tutto, il suo impatto sia stato enorme. Proviamo a suggerire qualche linea guida per il suo utilizzo, affinché il calcio moderno riesca a conformarsi alle nuove tendenze.


Il calcio post-VAR

Il calcio è cambiato. Di nuovo. È infatti ormai palese che stiamo assistendo ad uno sport profondamente diverso da quello di pochi anni fa. Non è una questione di nostalgia o di pareri personali, bensì della mera constatazione che l’impiego di uno strumento così influente come la VAR sposti completamente gli equilibri.

Né non stiamo assistendo ad un rinnovamento ideologico/culturale come quelli di matrice cruijffiana prima e sacchiana poi, bensì ad una vera e propria rivoluzione scientifica. Oggi è il calcio che deve adattarsi alla tecnologia e non viceversa.

Episodi su cui era tacitamente lecito sorvolare vengono invece crudamente portati alla ribalta da chi coglie prima l’angolazione migliore o scova il fotogramma incriminato. Di nuovo non vuole essere un’accusa, bensì è l’inevitabile conseguenza della maniacale precisione che offre la VAR, impedendo di nascondersi dietro il non-scritto o il non-detto.

Ovviamente, sebbene con qualche pecca di troppo, gli errori sono diminuiti e si ha in generale la sensazione di uno sport finalmente scevro da torti eclatanti. Sia chiaro, inoltre, che si è ben lungi dal voler trarre il solito bilancio complessivo, sostenendo la tesi della sperimentazione o del collaudo ad oltranza. Né si intende alimentare in alcun modo le fastidiosissime retoriche del servilismo, della lotta strenue contro il sistema e così via. Tra parentesi, in tal senso ci si augura che anche i diretti interessati possano contribuire a distendere il clima di indolenza e costante polemica che si respira prima, durante e dopo i 90’.

Si sta piuttosto tentando di discutere i limiti intrinseci di un modello che prevede un così massiccio impiego della tecnologia. Se è lapalissiano che non è possibile pensare di ritornare indietro, è allora chiaro che ciò che si può fare è intervenire sul regolamento del gioco e/o sulle modalità di applicazione al fine di rendere il binomio calcio-VAR quanto più consolidato ed equanime possibile.

A proposito di quest’ultima, oltremanica il modello inglese stabilisce che l’intervento della VAR è praticamente l’estremo rimedio a cui appellarsi. In altre parole viene chiamata in causa quando proprio non se ne può fare a meno, altrimenti si convive con qualche errore “di campo”. Tuttavia una applicazione (talvolta un vero e proprio rifiuto) così limitata non sembra essere una soluzione: non si tratta di far intervenire la tecnologia nel minor numero possibile di occasioni in nome di una non ben specificata “autenticità” del gioco, bensì di utilizzarla il più possibile (dal momento che, su questo si dovrebbe essere d’accordo in maniera unanime, rappresenta il più sensibile e preciso strumento decisionale) avvalendosi di procedure snelle e regolamenti chiari che impediscano rallentamenti eccessivi.

Più di tutto, però, non si dovrebbe mai abbandonare una certa componente di buon senso, che invece ultimamente si sta troppo trascurando alla ricerca di una tanto ossessiva quanto impossibile oggettività. Con questo si fa riferimento, ad esempio, all’inevitabile fastidio che si avverte nel vedere assegnato un calcio di rigore per un fallo di mano controverso (magari su un cross destinato tra gli spalti).

Il dualismo tra l’assoluta obiettività che si ricerca con la VAR e un sano soggettivismo che deve caratterizzare uno sport di episodi come il calcio non può essere davvero risolto in favore dell’uno o dell’altro. Piuttosto essi dovrebbero convivere e ciascuno dovrebbe essere pesato adeguatamente. Gli estremismi non sono mai graditi e se nell’era pre-tecnologia siamo stati abituati a vedere partite e campionati interi segnati da torti arbitrali, ora stiamo andando nella direzione diametralmente opposta dove non sembra più esserci spazio per alcuna interpretazione. Per evitare che il calcio venga banalizzato in mera analisi meccanica occorre ripristinare un certo equilibrio. Per fare questo ci sbilanciamo dicendo che è giunto il momento di qualche piccolo grande cambiamento.  

La regola della discordia: il fuorigioco

Facile a dirsi, estremamente più complicato a farsi. Soprattutto quando sul banco degli imputati finisce un must del calcio mondiale che dopo anni di polemiche e modifiche sembrava aver finalmente trovato una propria definitiva identità: il fuorigioco.

La regola odierna, chiara e semplice, prevede l’infrazione di un giocatore quando una sua qualunque parte del corpo che possa concorrere allo svolgimento dell’azione (pertanto fanno eccezione soltanto braccia e mani) si colloca nella metà campo avversaria in posizione più vicina alla linea di porta rispetto sia al pallone sia al penultimo difendente. Tradotto, salvo casi rari, se l’attaccante, al momento di un passaggio che lo riguarda, è oltre la linea immaginaria tracciata in corrispondenza dell’ultimo difensore, l’azione è da annullare.

Per decenni i guardalinee sono stati gli unici sui quali gravava il peso di una decisione tanto improvvisa quanto rilevante. Poi la VAR, le prospettive, le linee tracciate (con qualche errore di troppo, si pensi ai recenti Spezia-Lazio o Juventus-Salernitana) e i controlli in differita.

Ci si è giustamente spinti oltre, fino alla verifica automatica in grado di rilevare offside millimetrici. Non è però tutto oro quel che luccica: quello che doveva un perfezionamento destinato ad eliminare qualunque polemica, si sta invece rivelando controproducente.

Indipendentemente da tutto, qualunque posizione irregolare viene punita.

È bene però ricordare che la regola del fuorigioco venne introdotta e successivamente rivisitata per evitare che l’attaccante potesse trarre anche solo il minimo vantaggio da una posizione avanzata. In molti casi è palese che pochi millimetri non possano affatto costituire alcun tipo di vantaggio. Tuttavia, a dire il vero, non è solo questione di “quanto” ci si trovi oltre: gli stessi pochi millimetri potrebbero essere decisivi in una certa situazione o completamente irrilevanti in un’altra, a seconda della dinamica dell’azione stessa.

Con la VAR qualsiasi discorso relativo alla dinamica dell’azione viene meno e un solo millimetro oltre la linea è più che sufficiente. Una sanzione enorme per un’infrazione pressoché inesistente, a maggior ragione in assenza di un effettivo beneficio.

Senza pretendere alcun stravolgimento, per mantenere l’ovvia utilità della regola e tener fede all’originario motivo della sua invenzione, si potrebbe magari pensare di delegare all’arbitro la decisione riguardo l’eventuale reale vantaggio che una posizione irregolare possa fornire (naturalmente con l’aiuto della revisione). In questo modo si tornerebbe ad essere guidati dal buon senso, piuttosto che essere schiavi della tecnologia. Di contro, però, si introdurrebbe una nuova componente di interpretazione personale che difficilmente ridurrebbe lo scetticismo.

Una soluzione ibrida potrebbe allora essere quella già in uso in Eredivisie. In Olanda si utilizza la medesima tecnologia che tuttavia traccia delle linee, in corrispondenza dell’attaccante e del difendente, spesse 5cm ciascuna. Se le linee non si intersecano si rimane con la decisione automatica della VAR; viceversa qualora si tocchino si entra nella zona grigia e si fa affidamento sulla originale decisione del guardalinee. Così facendo non solo il ruolo di quest’ultimo non viene più completamente svilito come ultimamente sta accadendo, ma si preserva quella necessaria componente di arbitrarietà di chi deve decidere prendendo in considerazione tanti aspetti di gioco e non la sola “cruda” posizione.

Paradossalmente un fuorigioco non più del tutto oggettivo potrebbe essere un primo passo per un ritorno ad un calcio più autentico e meno robotico.

I “rigorini” moderni & i falli di mano

Un interessante studio di The Atlethic ha recentemente mostrato come molti dei calci di rigore assegnati costituiscano una punizione assai severa rispetto al reale potenziale dell’azione incriminata. La percentuale di trasformazione di un calcio di rigore si aggira infatti attorno al 78%, mentre da analisi statistiche è emerso che addirittura più di tre quarti delle azioni da cui è scaturito il rigore avevano un indice di pericolosità di gran lunga inferiore.

La categoria dei cosiddetti soft penalties ingloba pertanto tutte quelle situazioni in cui l’irregolarità commessa non è proporzionata alla pena, ossia all’assegnazione di un rigore. È il caso di falli di mano al limite, di contatti lievi e/o di falli commessi all’interno di una dinamica palesemente non pericolosa, come ad esempio quelle in cui il pallone è diretto verso l’esterno dell’area o addirittura fuori dal campo. In questo modo una circostanza poco rischiosa viene trasformata in un episodio spesso decisivo, moltiplicando esponenzialmente la pericolosità dell’azione originaria.

Il rigore del momentaneo 3-3 fischiato per fallo di Medel su Aramu nella scorsa Venezia-Bologna. Il contatto è praticamente impercettibile in tempo reale; col VAR un paio di fotogrammi finiscono per condannare il cileno.

Negli altri sport il regolamento prevede una sanzione che offre una ricompensa di poco superiore in termini di probabilità di realizzazione e valore rispetto all’opportunità negata: tiri liberi nel basket, calcio di punizione da 3 punti (contro i 7 di meta e trasformazione) nel rugby e così via. Al contrario nel calcio il divario è solitamente enorme, dal momento che praticamente nessuna situazione di gioco ha indice di pericolosità paragonabile a quello di un rigore.

Spesso si sente (o meglio sentiva) dire che “non ci sono gli estremi per l’assegnazione di un calcio di rigore”. Proprio in virtù della consapevolezza dell’elevatissima percentuale di realizzazione, si tendeva più di adesso a concedere rigore solo in seguito a falli particolarmente evidenti e/o in situazioni che interrompessero una nitida occasione da gol.

Con l’introduzione della VAR tali estremi sono inevitabilmente cambiati. Ogni dettaglio viene minuziosamente scandagliato e qualsiasi contatto viene messo in risalto. Anche la politica sui falli di mano è vittima dei fotogrammi e delle riprese. La tendenza di pochi anni fa di premiare i difensori si è completamente ribaltata, con questi ultimi che devono prestare massima attenzione al posizionamento delle braccia e del corpo. Il numero dei calci di rigore aumenta vertiginosamente, sebbene un buon numero di essi siano proprio “rigorini”.

Calcio di rigore assegnato per fallo di mano di Zielinski. Oltre ad essere un impatto fortuito, il contatto col braccio non interrompe alcuna potenziale occasione da gol. Nonostante questo la Fiorentina potrà beneficiare di un rigore e portarsi in vantaggio.

Per ovviare a questo squilibrio tra colpa e pena, si potrebbe pensare, ad esempio, di riesumare le punizioni in area come sanzione intermedia tra un non-fischio e un rigore. In tutte le situazioni in cui un fallo c’è e viene rilevato (spesso dalla VAR) ma non è grave né preclude lo sviluppo di un’azione pericolosa, potrebbe essere il giusto compromesso. Similmente i falli di mano su cross o palloni non indirizzati nello specchio potrebbero rientrare in questa zona grigia.

Altre idee potrebbero coinvolgere gli shootout, una sorta di rigore in movimento utilizzato in MLS alla fine degli anni ’90: l’incaricato parte da 30 metri e ha 5’’ per concludere l’azione e segnare in qualunque modo preferisca (portando la palla, calciando, scartando il portiere).

Alcuni shootout calciati in MLS tra il 1996 e il 1999, anno della loro eliminazione.

Rispetto ai tradizionali rigori, la percentuale di realizzazione di uno shootout cala drasticamente al 48%, rendendolo potenzialmente adatto a fungere da compromesso.

Si potrebbe pensare ancora di ridurre le dimensioni dell’area di rigore oppure di tracciare una nuova zona più piccola in cui ogni irregolarità porta automaticamente al rigore. Ad esempio a questo ruolo potrebbe adempiere, con qualche modifica, l’area piccola.

Insomma nel caso in cui si decidesse di sperimentare qualcosa di nuovo non mancherebbero alternative.

Il tempo effettivo

Su dirette indicazioni di Pierluigi Collina e della FIFA, nei Mondiali sono stati per la prima volta sperimentati i maxi-recuperi, con partite dilatate fino ed oltre 110’ di gioco. L’idea di base è che non si scenda al di sotto dei 50’ di gioco effettivo, cosa sempre più frequente a causa delle interruzioni per i controlli VAR, delle perdite di tempo più o meno volontarie, della nuova regola sulle 5 sostituzioni.

I tempi di gioco si sono infatti dilatati rispetto a qualche anno fa: un singolo check può richiedere anche 4-5 minuti, di cui solo la metà (o meno) vengono poi effettivamente recuperati. Se a questo si aggiunge un calcio molto più fisico, caratterizzato da frequenti pause e da qualche condotta arbitrale eccessivamente fiscale si comprende come i tradizionali 90’ inizino ad essere piuttosto stretti.

Nella kermesse qatariota si è pertanto optato per un conteggio molto più rigoroso ed accurato della durata delle interruzioni, tenendo perfino in considerazione le esultanze dopo i gol. Ad ogni minuto che viene complessivamente perso, se ne aggiunge uno nell’extratime che non di rado diviene così un vero e proprio tempo supplementare all’interno di ogni frazione.

Il corposo recupero del primo tempo di Inghilterra – Iran.

Inizialmente accolta con disappunto (più per il modo sbrigativo ed inaspettato con cui è stata introdotta che per il criterio in sé), questa novità sarà verosimilmente destinata ad interessare anche la ripresa dei campionati europei nel nuovo anno, serie A compresa.

Per quanto assistere a partite così lunghe possa sembrare anomalo, ci sembra una nuova giusta linea che non potrà che sfociare prima o poi nel tempo effettivo. Si può certamente discutere sul come e sul quanto (le recenti voci sembrano andare nella direzione di due tempi da 30’ ciascuno), ma è francamente diventato doveroso apportare delle modifiche che si adeguino al calcio moderno.

Il tempo effettivo stravolgerebbe a tutti gli effetti la concezione dell’intera partita, andando probabilmente ad aumentare non di poco il tempo giocato e costringendo così ad una ben diversa distribuzione delle energie e ad una più accorta gestione delle fasi del match. Attualmente risulta obiettivamente difficile pensare di cambiare dall’oggi al domani. Il pensiero di un assedio negli ultimi minuti o, viceversa, di una stoica difesa è inevitabilmente e forse inconsapevolmente accompagnato dall’idea di qualche esagerazione di troppo e qualche pallone allontanato. Anche in questo in fondo si nasconde il fascino di uno sport in cui il fine spesso giustifica il mezzo.

E però è sufficiente dare uno sguardo ai cugini del futsal (e non solo) per vedere che in fondo il tempo effettivo funziona. Con buona pace della tradizione, si riuscirebbe ad avere un prodotto più fluido, con molti meno tempi morti e polemiche che ne conseguono. Molti addetti ai lavori, tra cui lo stesso Infantino, si sono mostrati favorevoli in tal senso e la stessa FIFA ha quindi preso una posizione abbastanza netta, aprendo prima a sperimentazioni nei campionati minori (ne abbiamo parlato qui pochi mesi fa) e poi ai maxi-recuperi ai Mondiali. La strada pare dunque essere stata segnata: con una transizione graduale che parta proprio dalla riforma in Qatar il tempo effettivo non è poi così utopico.

Bonus: la ripetizione di un rigore

Sebbene non sia una diretta conseguenza dell’introduzione della VAR, un'altra regola che ha fatto storcere il naso è la ripetizione di un calcio di rigore qualora il pallone venga respinto e poi ribadito in rete da un attaccante che si trovava irregolarmente all’interno dell’area di rigore prima della battuta. Episodi di questo tipo si sono verificati ultimamente in Napoli – Genoa della scorsa stagione e in Salernitana – Cremonese di quella attuale.

Il regolamento che disciplina tutta la casistica possibile dopo l’esito di un calcio di rigore.

Le reti di Di Lorenzo e Castagnetti, già in area di rigore al momento del calcio, fanno sì che, stante il regolamento attuale, il rigore vada ripetuto. L’idea è che in questo modo la squadra difendente venga comunque risarcita, annullando una rete che era stata segnata. A conti fatti però si offre la possibilità di ripetizione di un tiro dal dischetto che con elevata probabilità verrà segnato, come in effetti è accaduto in entrambi i casi riportati. Così facendo la squadra difendente non trae alcun beneficio da un evento raro e importante come la parata di un rigore, nonostante nella dinamica della ripetizione non abbia commesso alcuna infrazione.

In effetti ci si rende subito conto che, soprattutto nel primo caso, senza il vantaggio di un ingresso anticipato in area di rigore, quel tap-in non sarebbe stato probabilmente segnato. Nonostante questo la squadra attaccante trae beneficio da una posizione irregolare. Volendo fare un paragone, è come se in occasione di una rete segnata in fuorigioco si offrisse come “premio di consolazione” una punizione alla squadra attaccante, dal momento che quella difendente sarebbe già risarcita dall’annullamento del gol.

Ovviamente non funziona in questo modo: così come chi si trova in fuorigioco e beneficia di una posizione irregolare magari segnando un gol viene sanzionato con una punizione alla squadra che difende, allo stesso modo chi si trova dentro l’area di rigore al momento della battuta di un penalty ed è favorito a ribadire in rete dovrebbe essere ugualmente sanzionato con una punizione alla difesa, senza alcuna ripetizione.

Fuori dalla comfort zone

Solo pochi anni fa immaginare come conciliare l’utilizzo della tecnologia con i tempi di una partita sembrava un’impresa. In realtà siamo stati testimoni di come una manciata di stagioni sia stata sufficiente per abituarsi.

Allo stesso modo ad oggi sembra impensabile modificare alcune regole o disposizioni storiche. Tuttavia alcune di esse non sono più al passo dell’enorme evoluzione che il calcio ha subito entrando nell’era VAR.

Prima che si compi, ogni cambiamento spaventa poiché porta con sé incertezza e soprattutto impossibilità di prevederne le conseguenze. Non è nemmeno detto che con eventuali modifiche si assista ad un concreto miglioramento nella dinamica, nella godibilità e nella fruibilità del gioco.

Questo non deve però paralizzare. Piuttosto deve essere il monito di un cambiamento graduale e assennato su cui lavorare costantemente. Quel che è invece certo è che il tempo di uscire dalla comfort zone è ormai arrivato.


  • Classe ‘97, genuinamente salernitano. Sta per completare il proprio percorso di studi e cerca di conciliare la passione per la fisica con quella per lo sport. Prestato prima al basket e poi al calcio, ma da sempre innamorato del tennis. Adora la musica rap, il cinema thriller e soprattutto leggere e raccontare.

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