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, 5 Dicembre 2022

Piango e Son felice


Chi può dire di aver assaggiato tutti i sapori delle lacrime? In Qatar Son Heung-Min ha infine gustato la rivalsa, unica sfumatura mancante.


Jim Valvano, coach della miracolosa NC State del 1983, pochi mesi prima di morire di cancro è definitivamente entrato nell'eterna memoria. Le imprese da capo allenatore sono la minima parte della sua eredità: la personalità e la forza comunicativa del figlio di Rocco e Angelina ha avuto e avrà pochissimi eguali nella storia dello sport, americano e non solo.

In occasione della consegna degli ESPY Awards 1993 Valvano ci ha omaggiato con frasi da conservare intatte nella loro purezza e potenza. Tra le altre cose, Jim individua tre momenti da inseguire ogni giorno per fare della propria vita qualcosa di speciale. Le prime due sono ridere e pensare. La terza è piangere: che si provi dolore o felicità, il quotidiano verrà legittimato pienamente se le nostre emozioni ci porteranno alle lacrime.

Nel controverso autunno qatariota abbiamo visto compiersi l'intera parabola emotiva di uno di quelli che, nel corso della carriera, pare aver preso alla lettera gli insegnamenti di Valvano. Solo la felicità era assente nella galleria dei pianti di Son Heung-Min. Era, appunto. Ora non lo è più.

SCOMPENSO

Pensare che non voleva nemmeno piangere. Avrebbe voluto resistere, fiero del coraggio mostrato dai compagni alla prima apparizione in un Mondiale. Pochi minuti prima ha trafitto Memo Ochoa, non proprio l'ultimo arrivato nella categoria "Fenomeni della Coppa del Mondo", con un sinistro affettato che abbiamo imparato a conoscere tra Germania e Inghilterra. Troppo tardi, troppo poco. Il gol nel recupero non basta a recuperare la partita col Messico, condannando la Corea del Sud a sperare in un miracolo nell'ultima giornata con la Germania che, paradossalmente, non sarà comunque sufficiente.

Non è la prima gioia mondiale: aveva già segnato nella cappa di Porto Alegre, ma anche in quel caso non aveva evitato la sconfitta con l'Algeria. Ora, da amato e idolatrato capitano a Russia 2018, Heung-Min si dovrebbe mostrare imperturbabile di fronte alla delusione.

Giunto negli spogliatoi, però, crolla. Troppa responsabilità sulle sue spalle per tenersi tutto dentro. Davanti a staff tecnico e al presidente coreano Moon Jae-in scoppia a singhiozzare. L'uomo solo al comando delle speranze coreane, distante anni luce dal livello dei compagni di nazionale. Cos'altro poteva fare? Cosa poteva fare di più? Magari ancora 5 minuti e si pareggiava, rimandando le lacrime al postpartita coi campioni del Mondo uscenti. Son pensa di aver fallito, ma nessuno è intenzionato a dargli ragione. Quel conforto e sostegno che, nei momenti più bui, assomiglia a puro atteggiamento di circostanza, è in questo caso concesso.

COLPEVOLEZZA

Difficile immaginare quanto Sonny vorrebbe scomparire dalla faccia della Terra. Sono passati meno di quattro mesi dal pianto di Rostov, ma Son piange di nuovo, a dirotto. Un tardo pomeriggio di inizio novembre a Goodison Park, una scivolata imprudente sul terreno scivoloso, la gamba di André Gomes che rimane incastrata sotto il suo peso che si spezza. Una tragedia, nel senso più teatrale del termine.

Un'azione per la quale si è responsabili ma per la quale non si sono potute evitare le esagerate conseguenze orchestrate dal Destino. Quando ci sono infortuni di quel tipo sorge sempre il dubbio: voleva fargli davvero male? Voleva essere davvero così cattivo? No, Son non voleva. E se esistono lacrime di coccodrillo meno lacrime di coccodrillo di queste allora non conosciamo a dovere Heung-Min.

Figlio della cultura sudcoreana, inculcatagli dal padre sia in ambito sportivo che non, l'attaccante del Tottenham conosce meglio di chiunque il significato della parola resistenza. Ovvero quel dolore necessario per, senza compromettere l'integrità umana, forgiare lo spirito e prepararlo a gestire l'imprevisto senza dover premere il panic button. Chi meglio di Heung-Min sa riconoscere il limite del dolore stesso? Chi indicherebbe il confine tra ciò che è giusto superare e ciò che è eccessivamente crudele? Nessuno.

Son non farebbe male a una mosca e ha appena spezzato la gamba a un professionista come lui. Si sente in colpa. Vive in un'ingiustizia che la sua leggerezza ha generato. Vittima della propria carneficina.

PAURA

Ancora? Di nuovo? Quante altre volte toccherà rivivere la stessa storia? Non c'era ancora nel 2015, quando il Chelsea sconfigge gli Spurs nell'allora Capital One Cup, ma l'incarnazione del DNA londinese sembra spaventare Son. Ha già vissuto la delusione del Wanda Metropolitano, dove Alisson gli ha impedito di riaprire la finale di Champions. Ha già vissuto le semifinali di FA Cup e EFL Cup degli anni precedenti, nelle quali tutte le big di Premier, a turno, sembravano prendersi gioco del Tottenham, facendogli annusare l'aroma della vittoria e togliendogli il piatto fumante quando forchetta e coltello erano già impugnati. Se il passato è già conosciuto, il futuro si può solo immaginare. E la nostalgia o il timore, scontrandosi con l'ignoto, si trasformano in paura.

Anche il deserto Wembley ha recitato il solito mantra: non importa che ci sia Mason, che ci fosse Pochettino o che ci possa essere Espirito Santo. Il Tottenham sarà un perdente di successo, IL perdente di successo. Questo è l'amaro gusto del Fato? Arrivare sempre a un passo dalla gloria solo per non cadere in maniera meno fragorosa? Non sappiamo se l'istantanea sia stata scattata prima o dopo che Foden e Gündogan abbiano momentaneamente interrotto i festeggiamenti per consolare il 7 avversario.

Poco importa: l'abitudine alla sconfitta atterrisce. Non è che terrorizza di meno perché è ripetuta. Chiedetelo a Heung-Min.

ORGOGLIO

Uno scatto a perdifiato nella metà campo deserta, con tutti gli avversari riversati nella tua area in cerca di un gol. Tutti alle sue spalle, sulle sue spalle, come un vento soffiato da 50 milioni di sudcoreani. Sfinito, con l'acido lattico che si addensa nelle cosce e ti fa bruciare come se non fossi a Kazan ma sulle rive del Mar Morto in piena estate. Per quella maglia, per quella tigre al centro del petto, Heung-Min è disposto ad andare oltre. Vuole dimostrarlo non solo trascinando i compagni alla vittoria contro la Germania, che rimarrà negli annali del calcio asiatico. Vuole simboleggiarlo in maniera anche caricaturale, secondo un canone espressivo col quale noi occidentali stiamo iniziando a familiarizzare grazie ai Parasite e agli Squid Game. Entrambe le mani al volto, Sonny bacia lo stemma. Lo sguardo rivolto agli spalti, dove il popolo della Daehan Minguk sta rendendo omaggio al suo beniamino.

Non è un eccesso, non è finzione: l'eliminazione era già ufficiale, e neanche la vittoria dei successivi Giochi Asiatici lo esenteranno dalla, seppur ridotta in confronto alle leggi statali, leva militare. Queste lacrime di Son non cercano di suscitare compassione o ingraziarsi una classe dirigente che, devota al conservatorismo tradizionale dell'Estremo Oriente, non chiuderà un occhio

Dopo un bronzo in Qatar e un argento in Australia, Russia 2018 è l'ennesima delusione di Heung-Min quando sente risuonare l'Aegukga. Ma il legame con la madrepatria, lampante in ogni parte del mondo Son incontri alcuni suoi connazionali, è superiore al mero risultato sportivo. Anche quando costa settimane di caserma e alzabandiera. Nei suoi occhi una scintilla, nelle sue lacrime la dignità.

INGENUITÀ

Da 4 anni è ormai titolare in Bundesliga, ma in Brasile Son è la cosa più vicina a un bambino che si possa immaginare. Con quelle guance paffute che solo un fisico ancora in via di sviluppo sa regalare a noi maschi e una capigliatura da far invidia ai BTS e alle più celebri band k-pop delle quali non vogliamo sapere nulla, gli occhi di Heung-Min sono vergini. Si vede lontano un miglio che non ha ancora realmente sbattuto contro un muro, mai la carriera gli ha fatto saggiare i brani più aspri. Se esiste sempre una prima volta, per Sonny è il giugno 2014 in Brasile. Ci aveva creduto, dopo il pareggio nell'esordio contro la Russia. La sconfitta con l'Algeria e la débacle col Belgio hanno però rispedito le ambizioni dei Guerrieri Taeguk al mittente.

Esterno a sinistra nel 4-2-3-1, Son mostra solo alcuni sprazzi del talento che aveva convinto il Bayer Leverkusen a depositare circa 10 milioni di euro nelle casse dell'Amburgo nell'estate 2013. Ha esordito in Champions e fatto due triplette in campionato, la prima proprio alla sua ex squadra. Lo definiscono una versione aggiornata e fisicamente superiore a Mané. Ma è acerbo, immaturo, innocuo. Ti verrebbe da abbracciarlo forte forte e convincerlo che ne passerà di acqua sotto i ponti, questa sarà solo la prima ondata della corrente ma lo aiuterà ad affrontare le prossime tempeste. Non si immagine neanche lontanamente le soddisfazioni che accumulerà nell'arco della carriera: a 22 anni conta solo il qui e l'ora. E fa male, tanto male.

RESA

Quando è troppo è troppo. Per l'ennesima volta a un centimetro dalla vetta da raggiungere, a un passo dallo striscione del traguardo.

Tanto valeva fare la fatica di correre contro il tempo e presentarsi con una maschera in carbonio creata su misura per lui. Tempo meno di un mese ed eccolo rispondere all'impresa titanica di portare nuovamente la Corea del Sud alla fase a eliminazione diretta di un Mondiale dopo l'exploit del 2002. Il fantasma di Cha Bum-kun aleggia attorno a Sonny: ne ha seguite le orme, ne ha ricalcato i passi ma non riesce a scrollarselo di dosso. Entrambi al Bayer Leverkusen, entrambi goleador e simboli delle Tigri asiatiche, entrambi incapaci di superare il girone eliminatorio. Gli mancherebbero 21 gol per raggiungere l'idolo di suo padre nella classifica dei marcatori della Corea del Sud, ma ormai è chiaro come Son sia il più forte calciatore che la Repubblica di Corea abbia mai annoverato dall'indipendenza del 1948.

A 30 anni compiuti, Heung-Min sente che ormai tutto è irrimediabilmente sfumato. Anche l'ultima recita sul palcoscenico della Coppa del Mondo si concluderà con un fiasco. Il braccio di Tariq Lamptey poco può sostenere Sonny. Anzi, pare affossare la schiena ricurva del 7 coreano. Non ha la forza di guardare negli occhi il rivale che tenta di consolarlo. La folle gara col Ghana pare mettere il punto al capitolo finale, con al massimo un epilogo per infierire ulteriormente. Il regista, però, ha in canna ancora un colpo di scena.

GIOIA

Il colpo di testa rimbalza al vertice destro dell'area coreana. Il Portogallo, a eccezione di Diogo Dalot, è inspiegabilmente sbilanciato in avanti. Come se un gol su quel calcio d'angolo potesse cambiare le sorti del girone H. Il pallone rotola e Son lo scaglia verso la linea di metà campo. Si invola, con una progressione visibilmente frenata da 90 minuti e oltre di tentativi vani di sconfiggere CR7 e compagni. Heung-Min supera la metà campo, si avvicina all'area di rigore. Un paio di uomini recuperano, sembra quasi incespicare per non franare addosso ai difensori. Alza lo sguardo e scorge Hwang Hee Chan. Lo scorge, non lo vede. Non potrebbe, perché sono in due tra lui e il compagno. Tirare non può, non avrebbe la potenza sufficiente per sorprendere Diogo Costa. Può solo passarla. Ma come? Come rallentare la propria corsa, accorciare i passi, calibrare il tocco in base alla velocità doppia col quale accorre il compagno, fare sì che la sfera incroci la falcata di Hwang in un punto troppo vicino al portiere? Semplice: facendo tunnel a Diogo Dalot, la palla rasoterra è solo da scaraventare in rete.

Quello di Son è stato un mondiale di sofferenza, dalla viglia tormentata per la frattura allo zigomo ai rimpianti per la sconfitta con Kudus e soci, passando per un pareggio a reti bianche con l'Uruguay passato in apnea, con la paura che un solo respiro permettesse alla Celeste di superare il muro eretto dalle Tigri. Neanche il triplice fischio permette a Sonny di liberarsi: i rioplatensi devono ancora finire, basterebbe un gol e agli ottavi ci andrebbero loro. I sei minuti più lunghi della carriera di Heung-Min.

Quell'obiettivo così agognato che, per una benedetta volta, è raggiunto. Tocca aspettare. E no, non è l'attesa del piacere essa stessa il piacere. No: è tormento, è ansia, è fibrillazione. Inginocchiato, punto raggomitolato del cerchio che la Corea a formato attorno al telefono di un assistente di Paulo Bento, Sonny soffre. Non si accorge della borraccia svuotata dal compagno di fronte a lui. Sente gli schizzi sul collo. Allora capisce. Getta via la maschera e libera le emozioni.

Sta vivendo qualcosa di speciale. Un qualcosa per cui vale la pena proteggere i bambini, scritta profetica sulla fascia al braccio. Una gioia speciale per un capitano speciale, che solo le lacrime possono rendere tale.

Ce l'hai fatta, Sonny.

  • (Bergamo, 1999) "Certe conquiste dell'anima sarebbero impossibili senza la malattia. La malattia è pazzia. Ti fa tirare fuori sentimenti e verità che la salute, che è ordinata e borghese, tiene lontani."

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