
Considerazioni sparse sull’esperienza di Mattia Binotto in Ferrari
È arrivata l’ufficialità: Mattia Binotto non è più alla guida della squadra corse Ferrari. Le nostre considerazioni.
- Un tira e molla durato qualche settimana, prima cacciato, poi no, infine realmente partente. Questa volta, non ci sono state smentite ufficiali, ma solo la parola fine all’esperienza lavorativa durata per ben 28 anni del tecnico/manager in Ferrari. Una gestione, la sua, iniziata nell’ anno solare 2019, subentrando a un altro soldato di generazione rossa, Maurizio Arrivabene, poi dirottato ai lidi Juventini con sinistri e poi sportivamente tragici destini, dei giorni nostri correnti. 82 Gran premi seduti al ponte di comando, con un magro bottino di 7 vittorie e tante ambizioni destinate a rimanere purtroppo deluse, specialmente dopo un avvio frizzante come quello di quest’anno, a fronte delle tredici della precedente gestione del manager ex Marlboro bresciano. Da stagista, a tecnico, evoluto fino a team principal. Voluto e promosso da John Elkann per dare corso al post Marchionne, di fatto, rivoluzionando anche il parco piloti, con quel Leclerc (al posto di Raikkonen), che sarà una pedina fondamentale nel suo scacco matto a fine partita. E circondandosi di persone a lui vicine, stretti collaboratori, uomini fidati ponendo subito delle chiare gerarchie nei vari settori strategici;
- I primi grattacapi glieli portano i due galli nel pollaio, Vettel e Leclerc. Chi insignire a prima guida? La sfida porta già alla luce le prime crepe di una tenuta e un’autorità tutta da definire, arrivando si alle due strepitose vittorie di SPA/Monza con il giovane monegasco, ma tardive davanti a una scelta che era chiara da subito, seguendo risultati, stati d’animo e prospettive future già nate dalle prime gare. Ma poi la rogna si ingigantisce, quando la FIA, decide di inasprire le verifiche tecniche su un motore che ha fatto storcere più bocche e creato tante perplessità, arrivando a un accordo di fatto mai del tutto chiarito. Un mistero che avrebbe avuto dignità di spiegazione a tutti i tifosi e che dall’alto dell’importanza e del prestigio dell’azienda soggetta, proprio il suo più importante rappresentante ha sempre deviato o bollato con un silenzio inequivocabile. Nasce da qui, il tratto più inquietante e inaccettabile della gestione Binotto, ovvero una strana forma di comunicazione esterna, poco trasparente e chiara nei confronti dell’opinione pubblica, collegata anche a uno stranissimo sistema di riorganizzazione del team, che a conti fatti porterà a striminziti risultati. La stessa opinione pubblica che troverà un bersaglio di satira con l’imitazione di Maurizio Crozza e il suo “dobbiamo capire”, ritornello che suonerà molte volte nelle argomentazioni di tantissimi post gara;
- La squadra, dopo l’accordo subisce in pratica un azzoppamento al quale è impossibile porre rimedio, se non difendendosi con fionda e sassi contro cannoni e proiettili, in attesa del nuovo regolamento tecnico, scongelando di fatto tutte le componenti dagli sviluppi bloccati. Un finale quindi segnato, ma mai spiegato a parole, mai raccontato ne semplicemente o doverosamente motivato, che ha segnato i successivi due anni da una bassissima valenza e consistenza generale. Facendo poi diventare il terzo posto nel campionato costruttori come un vero e ambito traguardo da raggiungere, quando si sa, che le vere gioie sono ben altre. E che dire della vera e ghiotta occasione di quest’anno? La macchina si presenta bellissima, veloce e dominante, ma come per le piante, se non curate, tendono ad appassire. Nella seconda parte del campionato, non vince più nemmeno alla corsa della parrocchia, dovendo fare i conti con errori pacchiani di squadra, affidabilità in pericoloso deficit e la stessa magagna del primo o secondo pilota da designare. Una macchina, si era capito, la squadra sapeva costruirla, ma allo stesso tempo, non sapeva assolutamente gestirla in pista. Stessa storia di anni fa, a cui nemmeno a sto giro, Binotto ha saputo porre rimedio.
- L’uscita di Binotto può trovare fondamenta in alcune scelte strategiche, probabilmente personali, nel non essersi assunto alcune responsabilità su posizioni vacanti, collaboratori agli occhi della presidenza non del tutto apprezzati e anche una velata contrarietà al programma Hypercar Le Mans tanto caro al presidente Elkann. Desta perplessità come si è reagito alla introduzione della DT 39 e allo sforamento del budget cap della Red Bull, ponendo la Ferrari come parte lesa incapace di avvalersi di una figura garante che abbia saputo tutelarla, come lo era Todt, per intenderci, negli anni leggendari. Rimanendo in tema di tetto di spese, va riconosciuto a Binotto il rispetto della sua natura e importanza ai fini di spesa e senso sportivo, così come aver saputo costruire, anzi, ricostruire una macchina teoricamente vincente dopo anni di purgatorio, ma come detto, saperla farla fiorire, non è stato un suo punto di forza;
- Circolano ormai da giorni, svariati nomi del suo sostituto, che sarà ufficialmente svelato a gennaio. Il più ricorrente è quello di Frederic Vasseur, già al comando dell’ Alfa-Sauber e primo team principal di Leclerc in F.1, facile quindi dedurre che possa essere una scelta avvallata dal monegasco. Iper vincente nelle categorie propedeutiche, dal carattere diretto e schietto, ma da un curriculum poi sgonfiato quando arrivato nella massima serie. Un indizio importante, possiamo trovarlo nell’avere indirettamente portato Hulkenberg, suo pupillo da una vita, alla Haas, alias costola tecnica e politica della Ferrari appunto. Non trascurabile, era la figura di Antonello Coletta, direttore e padre del progetto vincente Endurance 488, ma logicamente impegnato nella nuova sfida Hypercar/Le Mans 2023. Chi verrà, a prescindere da estrazione e cv, troverà il piatto pronto e avrà il vantaggio di conoscere già le zone grigie da implementare. Dovrà imparare nomi, metodologie di lavoro e superare inevitabili ostacoli interni che potranno presentarsi dalle vecchie correnti che in qualche modo sostenevano e sosterranno Binotto. Un compito difficile che potrebbe anche scontrarsi con tempistiche non in linea con le rassicurazioni del presidente Elkann, che parlavano di un mondiale entro il 2026. Ai tempi vincenti, Todt, da molti invocato, aveva dalla sua un presidente come Montezemolo, un budget illimitato, due piste prove e un campione come Schumacher a costruire quello che sarebbe diventato un colossale capolavoro sportivo. Tutti elementi ad oggi non ripetibili. Ma può anche darsi che dalla dirigenza sappiano il fatto loro e che questo cambiamento si basi su programmi e idee talmente ponderate da risultare subito efficaci. Per arrivare a un mondiale accetteremmo sicuramente anche questo.
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