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Rai
, 1 Dicembre 2022

I telecronisti Rai del Mondiale 2022 recensiti


Parliamo delle quattro coppie telecronista-opinionista che ci stanno raccontando il Mondiale.

Le condotte criminali intorno al mondiale in Qatar sono note a tutti. Sportellate ha deciso che così come non ha mai rinunciato a raccontare questi aspetti oscuri, allo stesso modo fornirà anche il racconto sportivo di quanto accadrà sul campo. È un modo per offrire un'informazione completa a 360°. Abbiamo approfondito le ragioni della nostra scelta in questo post.


Quante definizioni possibili per i Mondiali: l’evento che scandisce i tempi delle nostre vite, per i più romantici, un grande spreco di soldi pubblici buttati per costruire stadi, per i più materialisti. Ma i Mondiali sono anche un grande evento televisivo, in cui calciatori sconosciuti o assolutamente di nicchia assurgono al mainstream della prima serata Rai. Avremmo mai immaginato che Sergio Rochet potesse uscire dalla dimensione notturna degli streaming clandestini di Coppa Libertadores per farci compagnia a cena?

Abitare la stessa sfera spazio-temporale di nostro padre che ci chiede di passargli il pane, la nostra ragazza che ci chiede di prendere la maionese dal frigo?

Quest’anno questo strano glitch è più vero che in altre edizioni. La Rai per la prima volta dal 2002 ha comprato i diritti del Mondiale per intero, intestandosi l’onore e l’onere di trasmettere le 64 partite di Qatar 2022 tutte in chiaro, tutte in diretta. Uno sforzo produttivo enorme per l’azienda televisiva di Stato, che per accogliere quest’invasione futbolistica ha stravolto i palinsesti e pure le abitudini degli spettatori più affezionati.

Quelli che hanno visto le loro trasmissioni preferite e la propria tranquillizzante routine spazzate via da uno spettacolo esotico, incomprensibile: Adani esaltato per un controllo orientato di Moises Caicedo nello slot de “La vita in diretta”, il cringe di Bentancur regista al posto del cringe de “L’Eredità”.

Non che per gli appassionati di calcio il cambio sia stato meno drastico, anzi, l’effetto straniante è stato duplice: da un lato i Mohammed Kanno, i Hwang In-beon e tutti gli altri nomi che conoscevamo – appunto – solo come nomi letti su diretta.it durante la Coppa d’Asia hanno guadagnato tridimensionalità, abbandonato la dimensione nebulosa della mitologia per diventare volti, corpi in 4K.

Dall’altro lato la trasformazione è avvenuta proprio nel contesto più improbabile, nello spazio televisivo normalmente degli Amadeus, dei Flavio Insinna. E che dire poi dei telecronisti, i veri intermediari tra l’universo esotico dei Mondiali e il pubblico generalista. Fa sempre una strana impressione udire i loro aneddoti – qualche volta sbagliati – sui calciatori sconosciuti del Mondiale, la loro voce familiare affinata negli studi Rai di Saxa Rubra pronunciare i nomi che avevamo sentito in bocca a cronisti arabi, brasiliani, russi, negli streaming più improbabili.

I telecronisti sono i veri alfieri del racconto dei Mondiali, coloro a cui tocca fingersi esperti di calciatori che non hanno mai visto giocare, lanciarsi in pronunce obiettivamente difficili, col rischio del pubblico ludibrio sempre dietro l’angolo. Ai Mondiali noi telespettatori finiamo per affezionarci anche a loro, in fondo le loro voci riempiono le nostre vite per un mese intero.

Quest’anno la Rai ha organizzato quattro coppie telecronista-commentatore tecnico per coprire le quattro partite giornaliere del mondiale. Quattro coppie fisse, ciascuna capace col suo stile e i suoi tic di influenzare l’esperienza partita, diventarne parte integrante.

Ce ne stiamo accorgendo in questi giorni, dove con le partite in contemporanea dobbiamo scegliere quale guardare anche in base alla coppia al commento. Qui di seguito vi diamo degli spunti di riflessione per orientarvi tra le quattro coppie. Per maggiore professionalità, abbiamo usato dei parametri specifici per valutarle.

Alberto Rimedio – Antonio Di Gennaro

Affiatamento: 6
Intrattenimento: 4
Approfondimento calcistico: 5
Culto: 4

Affrontiamo subito l’elefante nella stanza: le telecronache Rai non godono di buona reputazione, quantomeno tra i Millennial. Cos’è che suscita tanta antipatia? Le ragioni sono diverse anche se poi, stringi stringi, ruotano sempre attorno allo stesso punto: le telecronache Rai sono considerate poco coinvolgenti, antiquate. Troppo ingessate per i gusti della Generazione Erasmus, trentenni emancipati nei costumi, nel linguaggio, con una laurea minimo triennale.

Probabilmente è tutta la TV a essere antiquata, qualcosa fatta da over 50 per over 50. Ad ogni modo, per tutti quelli che considerano l’approccio Rai alla telecronaca (alla vita?) da boomer, beh, la coppia Rimedio-Di Gennaro è praticamente l’anticristo.

Rimedio e Di Gennaro che sono i commentatori della nazionale italiana, la voce del nazionalpopolare per eccellenza, che incarnano quello stile algido da servizio pubblico. Quest’anno al Mondiale non c’è l’Italia ma Rimedio-Di Gennaro hanno confermato la loro maggiore gerarchia prendendosi buona parte delle telecronache di prima serata su Rai 1.

Mentre scrivo, ad esempio, sul primo canale stanno giocando Usa-Iran, e la rete ha deciso di mandare in telecronaca Rimedio-Di Gennaro e non Stramaccioni, che pure nel commentare le squadre asiatiche (e il “suo” Iran in particolare) è un drago. Rimedio-Di Gennaro, come coppia di punta della rete ammiraglia, ne incarnano tutte le peculiarità (i difetti): lo stile compilativo e grossolano, il tono ruffiano, la sciatteria mascherata da imparzialità giornalistica.

È questo il modello Rai, specie in prima serata e su Rai1: si deve coccolare lo spettatore, farlo sedere sulla poltrona comoda della propria comfort zone. Nessun approfondimento tattico, niente tecnicismi che possano far sentire lo spettatore scomodo, nella posizione di non sapere qualcosa, di poter imparare qualcosa. Lo spettatore va cullato, non stimolato. Rimedio-Di Gennaro rappresentano tutto questo al punto che potrebbero parlare per ore e non dire niente di nuovo.

Tutto è già sentito, tutto deve essere familiare, a partire dal linguaggio fatto di frasi pronte ed espressioni gergali: “il pallino del gioco”, la “doppietta personale” (perché, di chi deve essere?), il “rigore in movimento” (più che un’espressione ricorrente un tic di Di Gennaro).

Con questi presupposti suona un po’ ambigua la gaffe fatta da Rimedio all’inizio di Belgio-Canada, quando ha usato il termine “razze” per riferirsi alle molte nazionalità che componevano lo staff arbitrale. A inizio secondo tempo Rimedio ha dato conto dell’errore e chiesto scusa. Va bene, ma forse il lapsus è significativo di qualcos’altro: dell’arretratezza culturale che vive l’Italia e della responsabilità dell’informazione (anche sportiva, specie sulla TV pubblica) che con la sua accondiscendenza verso il pubblico promuove la normalità desolante invece di stimolare il cambiamento.

Luca De Capitani – Sebino Nela

Affiatamento: 4
Intrattenimento: 5,5
Approfondimento calcistico: 4
Culto: 8

È da anni ormai che nel dibattito pubblico si discute di come debbano essere fatte le telecronache: meglio uno stile minimale o loquace? Meglio che il cronista si metta da parte, intervenendo il meno possibile, o che invece diriga le emozioni degli spettatori come un direttore d’orchestra, in piedi sulla scena agitandosi più di tutti? Certo si tratta di distinzioni troppo manichee – in mezzo quanti grigi! – ma in fondo è la polarizzazione delle opinioni che vende.

Ad ogni modo, per De Capitani-Nela la questione non sussiste: la telecronaca è un esercizio zen in cui occorre controllare l’impulso alla parola. Un gioco a chi parla meno tra prima e seconda voce.

Non ci sono dubbi su chi dei due vinca la gara. La rilassatezza con cui Sebino Nela approccia il ruolo di commentatore tecnico è già diventata iconica di questi Mondiali. Nela ha autocontrollo da vendere: centellina i suoi interventi con morigeratezza, quando chiamato in causa interviene con la calma di chi se ne sta seduto a braccia conserte, stravaccato su un’amaca, uno che deve fare una fatica enorme a non cominciare tutte le frasi con “mah” e una scrollata di spalle.

La sua voce è calda, rauca il giusto, nasale il giusto. È serena e rude al contempo, la voce di un uomo che superati i 50 ha lasciato il suo impiego da agente di commercio per trasferirsi su un atollo nella Polinesia francese, dove vive in una casa fatta di vetro e legno di bambù. Sebino Nela che è la vera icona sexy di questi Mondiali Rai.

Certo c’è un altro lato della medaglia, e cioè che il commento tecnico di Nela è poco tecnico. I suoi interventi sono di puro contrappunto e difficilmente arricchiscono il racconto della partita. Commenti discreti e disinteressati come potrebbe farli l’uomo che guarda la partita vicino a te al bancone del bar.

De Capitani ci prova a tenere uno stile di telecronaca moderno, preciso: uno stile britannico, di quelle cronache che si basano fondamentalmente nel nominare i calciatori di volta in volta in possesso. Niente di troppo tecnico, niente di troppo istrionico: scordatevi le sciabolate, le pagine 2 del manuale del calcio e le altre formule create dai telecronisti come firma. Quella di De Capitani resta una buona cronaca, specie per quelle partite che seguite da neutrali, in cui non volete troppa enfasi. Il rischio però, sapevatelo, è che a una notazione di De Capitani Nela risponda con un evasivo “e beh”, “insomma”.

Stefano Bizzotto – Lele Adani

Affiatamento: 5,5
Intrattenimento: 6,5
Approfondimento calcistico: 8,5
Culto: 7

Potete immaginare due esseri umani più diversi di Stefano Bizzotto e Daniele Adani detto Lele? Uno con l’aria da impiegato, la barba fatta ogni mattina, gli occhialetti da studentello; l’altro fisicato, ex atleta professionista, i capelli selvaggi che ammiccano a uno stile di vita mezzo esotico, di certo virile. Bizzotto che lavora in Rai da sempre, aziendalista come Waylon Smithers suo sosia; Adani che in Rai è l’ultimo arrivato.

L’arrivo di Adani in Rai, un anno fa o poco più, è sembrato a tutti strano. Adani veniva da Sky, dove si era fatto un personaggio e aveva fissato il nuovo standard a cui tutti gli opinionisti calcistici, volenti o nolenti, avrebbero dovuto tendere. L’opinionista “teorico”: uno che studia calcio, che conosce le novità tattiche e l’under 21 croata. Le maggiori perplessità riguardavano il suo stile: come si sarebbe incastrata la sua esuberanza col clima rasserenante di Rai Sport? Avrebbe sbandierato il gegenpressing e El Trinche Carlovich in faccia a quei colleghi così meno studiati di lui?

La prova provata dell’incompatibilità ce l’abbiamo avuta sabato sera, quando durante Argentina-Messico Adani si è dimostrato semplicemente troppo per quel contesto (troppo per tutti i contesti?). Il momento è quello del gol di Messi, Adani indemoniato che sorpassa Bizzotto e lo travolge con una secchiata di epica rioplatense a portata di mano («Messi parla rosarino», garantisce Adani).

Adani è così, lo conosciamo: è egotico, a volte retorico, ma super competente. È lui che prova a iniettare nelle telecronache RAI nozioni tattiche, a catechizzare il pubblico di Rai 1 sui mezzi spazi e la salida lavolpiana. L’incompatibilità con la scuola classica di Bizzotto è, però, drammatica, come racconta il momento di Brasile-Serbia in cui Bizzotto proprio non riesce a capire il movimento da falso terzino di Danilo, e Adani glielo deve spiegare con calma, molta calma. Tra le quattro coppie Rai probabilmente quella Bizzotto-Adani è la migliore, molto più completa e intrattenente di Rimedio-Di Gennaro.

Resta però l’incomunicabilità alla Antonioni tra due persone atavicamente diverse: Bizzotto e Adani, il tedesco contro lo spagnolo, la disciplina di scuola danubiana contro l’esuberanza del calcio con la F.

Dario Di Gennaro – Andrea Stramaccioni

Affiatamento: 6
Intrattenimento: 6
Approfondimento calcistico: 9 (solo per Strama)
Culto: 7 (solo per Strama)

La vera novità del Mondiale Rai è questa coppia di telecronisti totalmente random. Uno strano mix tra grandissima esperienza (Di Gennaro, in Rai da una vita) e pochissima esperienza (Stramaccioni, new entry alle telecronache). Un mix che funziona? Ragioniamoci.

Forse sentendo una telecronaca di Di Gennaro avrete l’impressione di conoscerla da sempre, una di quelle voci antiche come la Rai stessa, sentita centinaia di volte nei servizi di 90° minuto, della Domenica Sportiva. Anche alle Olimpiadi, dato che Dario Di Gennaro è anche la voce storica della pallanuoto.

E qui veniamo a una peculiarità profondamente Rai: l’esistenza di quei telecronisti, cioè, estremamente versatili, che fanno di tutto un po’ ma con una trasparenza che non li rende iconici in nulla. La duttilità è un valore, certo, ma non avete la sensazione che con questo passare da uno sport all’altro, da una mansione all’altra, i giornalisti RAI appaiano un po’ ingessati, coinvolti solo superficialmente con ciascuno sport? Ambasciatori di un professionismo un po’ burocratico, da impiegatucci d’azienda?

È questa la sensazione che si ha nelle telecronache di Dario Di Gennaro, ancora più che in quelle di Rimedio. Lo stile di Di Gennaro è fin troppo asettico, la telecronaca compilativa, priva di approfondimento tattico. C’è chi sostiene che la telecronaca debba limitarsi a dare le informazioni indispensabili, senza spiegoni: ma ha davvero senso questo approccio in un’epoca in cui le TV in ultra HD rendono riconoscibili i giocatori da casa, e in cui gli spettatori sono sempre più competenti, informati e colti?

Andrea Stramaccioni, accanto a Di Gennaro, riequilibra un po’ le cose, aggiunge alla cronaca un layer di esattezza scientifica: è lui la vera rivelazione di questi Mondiali Rai. Lui che prova a distribuire al pubblico generalista della TV un po’ della sua competenza, a snocciolare di tanto in tanto, sempre con discrezione e mai con presunzione, i termini tecnici del gioco (introdotti sempre da un rispettoso «come diciamo in gergo»).

Stramaccioni a questi Mondiali si è intrufolato nel nostro immaginario con la toga del docente e lo strofinaccio dell’oste: ci ha sorpresi per la conoscenza minuziosa delle nazionali asiatiche, ma anche per la bonarietà dei modi casarecci, la dizione romana, la genuinità con cui si è commosso per la vittoria dell’Iran con il Galles, per il gol di Al-Dawsari all’Argentina, le stecche di Almalki e Kanno su tutta l’Albiceleste.

In fondo forse è questa la coppia di commentatori più di culto del Mondiale 2022. Siamo disposti persino a perdonargli il linguaggio un po’ basico, troppo ingessato nelle formalità giornalistiche, nelle espressioni gergali datate: il giocatore che “ha gamba” per dire che è veloce, il difensore che si spinge “in proiezione offensiva”, il tentativo “tambureggiante”, l’accelerazione “personale”, la squadra che attacca con “tutti gli effettivi”, il giocatore che si distingue è “sugli scudi”.

Perdoniamo a Di Gennaro anche la sporcatura per aver pronunciato NA-SO-LIN invece di “Na-Son-Lee” durante la lettura della formazione della Corea, una piccola sfumatura che ha reso il momento ancora più iconico.


  • Salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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