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Fascia One Love al braccio di Harry Kane.
, 28 Novembre 2022

One Love: storia di un'infamia


E dell'ennesima figuraccia della FIFA.

Le condotte criminali intorno al mondiale in Qatar sono note a tutti. Sportellate ha deciso che così come non ha mai rinunciato a raccontare questi aspetti oscuri, allo stesso modo fornirà anche il racconto sportivo di quanto accadrà sul campo. È un modo per offrire un'informazione completa a 360°. Abbiamo approfondito le ragioni della nostra scelta in questo post.


È da giorni, da prima dell'inizio della Coppa del Mondo, che si tira in ballo l'ipocrisia.

Ovvero quell'attitudine con cui stiamo cercando di non rimanere con le spalle al muro delle nostre coscienze, obbligati a guardare la più importante competizione calcistica giocata in un paese senza cultura calcistica, che viola i diritti umani, discrimina apertamente le minoranze e in cui i datori di lavoro possono revocare il passaporto di lavoratori, nella maggior parte emigrati che hanno pagato per ottenere quella stessa posizione.

«Per quello che abbiamo fatto noi europei dovremmo scusarci per 3mila anni» ha detto il presidente della FIFA, Giovanni Infantino, nella conferenza stampa di presentazione del Mondiale. Lo ha fatto poche ore prima che la FIFA stessa vietasse ai capitani delle sette nazionali (Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svizzera, Germania, Galles e Belgio) di scendere in campo con la fascia arcobaleno "One Love", minacciandoli di un'ammonizione al primo minuto. Prima che l'organizzazione globale calcistica favorevole a un'inclusione di facciata desse voce al responsabile stampa affinché facesse coming out per provare che la FIFA è davvero inclusiva, la stessa organizzazione che pretende imparzialità politica di tifosi e calciatori, costringendo questi ultimi a «rispettare» le autorità omofobe del Qatar.

Certo l'ipocrisia invocata da Infantino non manca anche ad alcuni calciatori. Il capitano della Francia, Hugo Lloris, si è affrettato a chiarire la questione: «Devo dimostrare rispetto per le regole del Paese ospitante. Il focus di noi giocatori è sul campo. Il resto è per i politici». E anche se una parte del ragionamento di Lloris è persino condivisibile (è difficile pensare che un calciatore pensi ad altro, in questo mese e mezzo, oltre all'entusiasmo del giocare un Mondiale), come si può pretendere un'indifferenza così radicata? Davvero dobbiamo pensare che ai calciatori non importi niente della realtà, che vivono tutti immersi in un mondo egomaniacale come quello di Cristiano Ronaldo o Zlatan Ibrahimovic (che nel 2021 polemizzò con LeBron James proprio sugli aspetti politici dello sport)?

Abbiamo trasformato un simbolo di inclusività, di sostegno alla comunità LGBT, ancora ampiamente vessata (e il Qatar è solo uno dei casi), in una discussione in cui c'è una parte che ha ragione e una che ha torto. Cosa c'è di rispettabile nell'odio verso chi è diverso o lontano da noi? E anche se volessimo essere tolleranti con le posizioni assurdamente conservatrici del Qatar, a chi gioverebbe?

Lloris non deve aver letto La società aperta e i suoi nemici, in cui Karl Popper descrive il paradosso della tolleranza.

Il divieto alla fascia "One Love" mostra però un altro sottile non detto. Negli anni in cui si dibatte sulla sensatezza del politicamente corretto, dell'inclusività opprimente che secondo alcuni arriverebbe per paradosso a escludere, il dibattito intorno al mondiale in Qatar è arrivato a porsi domande sulla parola "amore". Non è questo il segno ineludibile della cecità di chi sostiene che non si possa più dire niente, quando a poche latitudini da noi persino la parola amore risuona controversa?

Di cosa parlava in realtà Infantino? Stava davvero parlando della storia europea o di un'organizzazione privata – la FIFA, appunto – che poteva scegliere a quale paese assegnare l'organizzazione dei Mondiali e ha liberamente scelto di farsi corrompere?

Protesta dei giocatori tedeschi contro il divieto di indossare la fascia.

Allo stesso tempo le posizioni superficiali che gli atleti pretendono di assumere non fanno che accrescere il potere politico illimitato della FIFA. E' bastata la minaccia di un cartellino giallo affinché tutti i valori progressisti che le federazioni europee dicono di sostenere svanissero nel nulla. Dopo la sconfitta con l'Inghilterra, il CT dell'Iran, Carlos Queiroz, ha detto: «Chi non vuole supportarci dovrebbe stare a casa. Noi abbiamo le nostre opinioni e le esprimiamo quando pensiamo sia giusto».

Come ha scritto Damiano Primativo su Sportellate qualche giorno fa: «Il richiamo [della fascia One Love, ndr] all’universo iconografico LGBTQ+ era solo superficiale, collaterale. In verità le strisce erano rosse, nere, verdi, rosa, gialle e blu – non esattamente un arcobaleno – e il suo significato di solidarietà rispetto ai diritti delle persone LGBTQ+ solo presunto, dal momento che la promozione ufficiale non lo aveva specificato». Anche un timido e banalizzato messaggio di inclusione è diventato territorio di scontro ideologico. Come se nell'ottica mercenaria della FIFA, quell'ottica che porta Infantino a dire che non c'è problema a un futuro Mondiale in Corea del Nord, tutto è in vendita sull'altare di un sempre più presunto intrattenimento, persino i diritti umani.

Lentamente lo spettacolo calcistico, almeno per come siamo abituati a conoscerlo, è mutato, come i serpenti cambiano pelle, fino a diventare più simile alla sostanza che Aldous Huxley descriveva come "soma". In A Brave New World è così che chiamano «la droga della felicità»: alla fine degli anni Quaranta, Huxley descrive un mondo in cui gli esseri umani hanno bisogno qualcosa di esterno per entusiasmarsi della vita e poter essere felici. Così noi stiamo finendo con l'abituarci a un calcio sempre più chiuso in se stesso, dove non fa notizia tanto l'ignavia di Harry Kane o Hugo Lloris, e cioè il loro desiderio di rimanere superficiali, quanto la scelta della formazione titolare della Germania di protestare portandosi una mano alla bocca per ravvisare l'assenza di libertà espressiva dei calciatori in Qatar. Il calcio ridotto a un mero spettacolo d'intrattenimento, una sostanza che, appunto, con la sua frivolezza entusiasma gli spettatori, anche se ciò che vedono non è a contatto con il mondo reale.

Ma il valore delle gesta sportive sta anche nell'iconografia che riescono a creare. È il classico cortocircuito che si crea nel dialogo tra un appassionato e un ateo: che senso ha guardare ventidue uomini correre in mutande dietro una palla? Come mette in scena Paolo Sorrentino nel suo ultimo film-autobiografia, le cose sono più profonde di così. La mano de Dios di Maradona nell'86, ad esempio, non sarà mai riducibile a un gol segnato con la mano e perciò contro il regolamento. È la storia di uno sputo sulla perfezione stilistica, la metafora dell'irrisione verso quello che rimaneva dell'egemonia economico-culturale europea del colonialismo ai tempi della guerra nelle Malvinas. Ci ricordiamo di quel gesto calcistico solo perché lo colleghiamo a uno strettamente politico.

Siamo sicuri i modelli culturali, politici, metafisici che pulsano dietro il calcio siano così sacrificabili? Che senso ha vedere giocare Mbappé o Messi o Cristiano Ronaldo, per quanto portatori di un'estetica impagabile, nel momento in cui non ci sentiamo più accomunati a loro in qualcosa?

Protesta dei giocatori dell'Iran.

Nel frattempo, prima di scendere in campo contro l'Inghilterra e perdere 6-2, il 21 novembre i calciatori dell'Iran si sono rifiutati di cantare l'inno nazionale, per danneggiare un altro regime che reprime la libertà delle donne. Un gesto assurdo nell'ottica di chi, come Infantino e la FIFA, aborrisce qualsiasi forma di moralità in luogo di un profitto glamour e "inclusivo" («Oggi mi sento gay, arabo, lavoratore, emigrante, disabile» ha detto ipocritamente Infantino). Perché rischiare persecuzioni dirette o familiari usando il calcio come strumento politico? Le proteste dei calciatori iraniani sono un bug nel sistema, il virus nella distopia a scopo di lucro progettata dalla FIFA per questo mondiale.

Che il Mondiale in Qatar diventi quindi un'occasione per ricalibrare il peso etico con cui alimentiamo la politica dei nostri stati, gli stessi che alimentano il traffico di armi verso le monarchie del Golfo, di fatto rendendosi taciti partner di quei regimi? È difficile dirlo, visto che dinanzi alle proteste reali dei calciatori dell'Iran, le altre federazioni hanno taciuto, preferendo – anche nel caso della protesta della Germania – rimanere a raschiare la superficie con timidezza. Ma è pur sempre un'occasione che abbiamo per proiettare queste riflessioni su di noi e sul nostro micro-cosmo sociale.

Altrimenti, rimanendo appagati da un calcio senza più significati, in cui un gesto vale un altro, finiremmo con l'assecondare la logica distorta e – quella sì – ipocrita con cui la FIFA giustifica la propria corruzione, reprimendo la libertà espressiva dei calciatori e dei tifosi. Il calcio non è ancora uno strumento atto a entusiasmare superficialmente le masse o a pubblicizzare regimi che violano apertamente i diritti umani, e fino a quando non lo diventerà del tutto sarebbe delittuoso anche solo mettersi a un tavolo e discutere del paradosso secondo cui la parola "Love" può offendere qualcuno.

  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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