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3 min

- di Marco Bellinazzo

Considerazioni sparse post Argentina-Arabia Saudita (1-2)


L'Argentina viene risucchiata nella trappola saudita, e finisce per essere la protagonista del suo stesso psicodramma.


- La partita più assurda del Mondiale capita, quando meno te la aspetti, in una tranquilla mattina di novembre in cui sono tutti pronti a vedere l'Argentina passare distrattamente sopra ad un'Arabia Saudita della quale (ad eccezione di un affezionatissimo Andrea Stramaccioni al commento tecnico) nessuno di noi conosce quasi nulla dei calciatori che scendono in campo. L'Albiceleste però si incastra dopo il vantaggio, vittima della sua stessa paura, e sbatte contro una squadra solida, generosa e commovente per applicazione, che diventa improvvisamente la mina vagante di un girone già di per sé insidioso. Il risultato a sorpresa che portano a casa i sauditi alla fine è anche meritato, frutto di una partita di encomiabile coraggio e dedizione, che ribalta già ogni pronostico della vigilia;

- Che l'Arabia Saudita non fosse in campo per fare lo sparring partner (come accaduto ad altre nazionali davvero poco attrezzate nei giorni scorsi) è chiaro fin dalle prime battute: bastano un paio di giri di orologio per vedere i mediani sauditi dare il gentile benvenuto della casa ai trequartisti argentini. L'atteggiamento della squadra di Renard è aggressivo fino al limite del consentito: sono cattivissimi. Gli arabi sporcano la gara, cercando di risucchiarla in una dimensione maschia e ruspante nella quale sembrano davvero esaltarsi, il pressing forsennato e la linea difensiva altissima sembrano un azzardo gigantesco, ma alla fine contribuiscono a complicare tremendamente i piani dell'Albiceleste;

- Il primo tempo è letteralmente una sfida che si gioca tra l'Argentina e la linea difensiva saudita. Gli uomini di Scaloni nei primissimi minuti danno l'illusione di interpretare una partita frizzante e propositiva, ma poi si accomodano sul rigorino trovato in apertura, accontentandosi di un approccio quiescente, volto a stanare i buchi nella altissima linea dell'Arabia. Per mezz'ora è quasi un esercizio di geometria, nel quale i centimetri (o, nell'occasione del gol di Lautaro, i millimetri) non premiano troppo gli argentini, che si portano alla pausa un vantaggio striminzito, frutto di una prestazione tiepida e gradualmente descrescente;

- La ripresa è il teatro dell'assurdo, che lascia la scena allo psicodramma Albiceleste: dopo tante occasioni sprecate, gli argentini incassano il pari e premono immediatamente il tasto "panico", perdendo completamente il controllo delle operazioni. Cinque minuti dopo l'Arabia Saudita è in vantaggio (gol bellissimo quello di Al Dawsari) e in campo è il delirio più totale. L'Argentina carica a testa bassa, senza più schemi né logica, l'Arabia mantiene imperterrita la sua difesa altissima e il suo pressing folle, Stramaccioni strilla in cronaca in preda al trasporto emotivo di un match dai risvolti drammatici. Il finale è un crescendo di confusione, gli arabi sono letteralmente indemoniati e l'Argentina piomba in un vortice da cui nessuno dei suoi calciatori di qualità riesce a farla venir fuori, perdendo grottescamente la gara;

- Steccano quasi tutti i solisti, in una formazione di Scaloni che comunque desta delle perplessità sia nelle scelte iniziali che in quelle a gara in corso. Anche lo stesso Messi, dopo aver realizzato il rigore, finisce inghiottito nella morsa di una mediana che è una polveriera per intensità e aggressività. Di Maria è molto coinvolto, ma di fatto non trova quasi mai lo spunto per incidere e finisce per sbagliare molto. Lautaro si vede annullare un gol millimetrico, ma poi sparisce lentamente dall'incontro, ma il peggiore è forse un Rodrigo De Paul quasi irriconoscibile per l'imprecisione e la superficialità con cui gestisce palla. Lo stesso Lionel Scaloni poi, anziché trovare contromisure, sembra complicare ulteriormente le cose con delle mosse nebulose e un po' agitate. Dovrà chiare in fretta le sue idee, perché la strada della sua Argentina è già in salita.

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Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

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