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, 16 Novembre 2022

Il solipsismo di Cristiano Ronaldo


Dopo l'intervista al Sun è sempre più evidente che al portoghese importa solo di sé stesso.

«This is how I am in real life, not just on cable
"Mr. Narcissist", tell me 'bout my arrogance»

- Kanye West, Eazy

Quando nel pomeriggio del 27 agosto del 2021 Cristiano Ronaldo ha deciso di ritornare al Manchester United – dopo il confronto con Alex Ferguson, che gli sconsigliò di passare ai rivali del City (con cui Ronaldo aveva già una bozza d'accordo) – tutto sembrava apparecchiato seguendo una sceneggiatura. Il campione ferito che si riappropria del suo trono per dimostrare ancora una volta al mondo la sua fame, il suo talento, la sua regalità. Per capire quanto tutti ci fossimo fatti entusiasmare da una cosa così spettacolarmente vintage, rivedere per un momento o un anno o altri cinque anni Cristiano vestito della maglietta rossa con cui aveva rotto il calcio europeo quindici anni prima, basterebbe guardare questo video di Dazn Canada nel giorno del nuovo debutto a Old Trafford.

Il telecronista, Peter Drury, diventa di colpo la voce narrante di un evento non più solo sportivo, e dalla magniloquenza nel tono e nella scelta delle parole si capisce la storicità attribuita a quel momento. «A walking work of art, vintage, beyond valuation, beyond forgery or imitation! CR7, reunited». Come ogni popstar, o come lo definisce appunto Drury «opera d'arte che cammina», Cristiano non si tira indietro davanti alla folla impazzita che aspetta solo di poter vedere o toccare un pezzo di lui, e contribuisce allo show: appena entrato in campo alterna uno scatto sul posto a un breve salto che richiama gli applausi dello stadio.

Non è il giorno di Manchester United - Newcastle. È il giorno di Cristiano Ronaldo.

Cosa rimane oggi di quel presunto amore per il ritorno «a casa»? L'intervista cupa e assurda che Cristiano Ronaldo ha rilasciato a Piers Morgan sul Sun, dove accusa il Manchester United di «tradimento»? Fino a quale confine si sposterà il solipsismo di Ronaldo?

Nella seconda parte del film Il Padrino, la storia di Michael Corleone è insieme di ascesa e decadimento. Alla conquista e al mantenimento di un potere economico e terroristico mai così in auge fa da contrappunto la distruzione dei rapporti familiari e interpersonali. Francis Ford Coppola mette in scena la storia di un uomo che al fianco non ha più nessuno, la cui vita è stata travolta dalla violenza. Verso la fine del film vediamo Michael passare ore da solo o seduto a ricordare quando la sua famiglia era ancora viva. C'è lo stretto primo piano finale, in cui ormai sullo schermo c'è solo un uomo invecchiato come tanti, o meglio come tutti.

Quel primo piano è dolce e distruttivo, e forse è per questo che mi ha fatto tornare alla mente la solitudine di Cristiano Ronaldo, circondato da un'aura di vaga tristezza, come se tutto stia per finire, e allo stesso tempo dal rifiuto spasmodico di ogni finale possibile. Cristiano Ronaldo è ogni anno più vicino alla chiusura della sua carriera, eppure ho la sensazione che per una parte di lui le danze non hanno ancora preso il via. La bile che ha rigurgitato contro ten Hag («non lo rispetto, perché lui non ha mostrato rispetto per me»), reo di averlo escluso dal progetto relegandolo a riserva di Rashford, che ha dodici anni meno di lui, nasce dalla visione panteistica che Ronaldo ha di sé stesso. Tutto nasce e muore in lui, fuori dalla finestra dei suoi occhi non c'è niente.

Il 9 ottobre di quest'anno Cristiano Ronaldo ha segnato il 700esimo gol con le squadre di club, un gol importante, che è valso la vittoria del Manchester United contro l'Everon a Goodison Park. Tutto è nato da un recupero a centrocampo di Casemiro, che ha fermato con un tackle la conduzione di Iwobi; dopodiché il brasiliano ha verticalizzato subito per lo scatto in profondità di Ronaldo, che per sfilare alla marcatura dei difensori dell'Everton si era decentrato a sinistra. A quel punto ha controllato il pallone, e se l'è allungato il giusto indispensabile per entrare in area e battere Pickford sul suo palo, con un tiro di sinistro che sembrava più una stoccata di biliardo.

Qualche settimana dopo aver distrutto un record che è contro qualsiasi logica di un calcio popolato da esseri umani, (riuscite a immaginare quanti sono s-e-t-t-e-c-e-n-t-o gol?) Cristiano Ronaldo ha brevettato una nuova esultanza. A discapito del rabbioso e teatrale SIUUUMM – che lo contraddistingueva proprio per l'idea lanciata a tutto il resto del mondo: qui ci sono io, ancora io, sempre io –, Cristiano esulta ora da fermo, in piedi, mentre con le mani raccolte sul petto finge di cadere in un sonnellino improvvisato. Cosa ci vuole dire, Ronaldo, con quel gesto così flemmatico? Che davvero il tempo è volato, che neanche il suo talento disumano non sarà eterno? Sta cercando di dire a sé stesso che la sua carriera sta davvero finendo o è un modo come un altro per prendere per il culo chi la pensa così?

Cristiano Ronaldo è un problema o una risorsa, per il Manchester United? Si può definire "problema" un calciatore di 37 anni capace di segnare in una stagione in quasi tutti gli scontri diretti (quattro gol al Tottenham, tre all'Arsenal e uno al Chelsea)?

Forse non esiste un club gestito peggio del Manchester United. Dall'addio di Ferguson nel 2013, ogni progetto inaugurato da Glazer si è spento in pochi anni, se non addirittura mesi, e in nove anni il Manchester United ha cambiato otto allenatori. Se volete avere qualche tetro flashback, in ordine: Moyes, Giggs, van Gaal, Mourinho, Solskjaer, Carrick, Rangnick, ten Hag. Il volto di questa progettualità fallimentare sta anche in campagne acquisti confuse, in cui la dirigenza dei Red Devils finiva puntualmente per acquistare calciatori mediocri a prezzi allucinanti, come l'attuale capitano Harry Maguire (pagato 87 milioni). Un club e una squadra che Cristiano Ronaldo avrà pensato di guidare fuori da questo stato cancrenoso con il suo talento e i suoi gol.

I risultati dicono il contrario. Già dagli ultimi anni di Madrid il gioco di Ronaldo si era assottigliato, il suo unico compito in campo era banale e necessario: segnare più gol possibili nei momenti più importanti. Ma nel Real di Zidane questa attitudine alla decisività era bilanciata da un collettivo che si sacrificava per permettere a Cristiano di attivarsi quasi esclusivamente nell'area di rigore. In ogni partita importante nello scorso decennio del Real Madrid c'è la firma di Cristiano Ronaldo, su ogni Liga o Champions League vinta il suo marchio immarcescibile. Dall'altro lato, però, c'è anche da considerare quello che la squadra ha fatto per lui. Quanti altri centrocampisti gli avrebbero servito l'assist di Modric nella finale di Cardiff?

Cristiano Ronaldo è sempre stato divisivo, creatore di caos ed entropia: spesso i suoi gol facevano tanto bene a lui quanto male agli altri. Non può essere un caso che passando da spalla ad attore protagonista i numeri realizzativi di Karim Benzema siano cresciuti esponenzialmente: da 5 gol nella Liga 2017/18 a 21 nella stagione successiva (e poi ancora negli anni successivi: 23, 23 e 27 gol). Lo stesso Benzema a cui Ronaldo non ha ancora mandato un messaggio per la vittoria del Pallone d'Oro.

La sola presenza di Cristiano Ronaldo costringe gli altri attaccanti in squadra a inginocchiarsi di fronte a una pala d'altare con il suo volto raffigurato in esultanze inquietanti, che stonano con il sentimento di felicità che una persona dovrebbe provare dopo un gol.

Al Manchester United il suo stile di gioco minimale è coinciso con un peggioramento notevole nelle prestazioni della squadra. E se Cristiano durante la scorsa stagione ha comunque segnato 18 gol in 30 partite di Premier League, i gol dello United sono passati dai 73 della stagione 2020/21 ai 50 della stagione 2021/22. Il talento più cristallino nella fase offensiva dei Red Devils, Marcus Rashford, ha segnato in coppia con Ronaldo solo 4 gol in Premier, dopo tre anni in doppia cifra (10, 17 e 11 gol).

I gol di Ronaldo, come quello allo Sheriff Tiraspol di qualche settimana fa in Europa League, sono diventati estemporanei. Un colpo di testa dei suoi, colpito con un'elevazione semplicemente disumana, che finisce sulle mani del portiere, e poi un tap-in da pochi metri. Un gol che è la fotografia del nuovo Cristiano Ronaldo: un talento che può pretendere meno dal fisico ma che in area detta ancora una legge tutta sua, come ci mostrò con la tripletta all'Atletico a marzo 2019, durante il suo primo anno juventino.

Insomma, doveva risollevare la squadra e il club, e invece è diventato la manifestazione di quella stessa disfunzionalità che lo United si trascina da un decennio. Come ha scritto Barney Ronay sul Guardian: «Dove Ronaldo ha torto è che lui, Cristiano Ronaldo, non è la cura. È invece l'ovvio sintomo, la singola più grande incarnazione umana di questo decadimento». Un ragionamento a cui la risposta di Ronaldo, nell'intervista al Sun, è comunque livorosa e irrazionale: «Hanno cercato di mandarmi via, di trasformarmi in un capro espiatorio».

Con il passare del tempo Cristiano Ronaldo ha trasceso ogni senso collettivo e metafisico che proviamo a vedere nel calcio: il suo mondo inizia e finisce con lui, in un acme di solipsismo ossessivo dove non esiste squadra, competizione o avversario che possa cambiare scenario. Cristiano Ronaldo vive e gioca per Cristiano Ronaldo stesso, per alimentare a suon di record il suo mito intangibile, la legacy che lascerà una volta che si sarà stancato di inseguire numeri sempre più gargantueschi e vuoti. È come se, nel momento più delicato della sua carriera, quello in cui è diventato chiaro a tutti che non può più essere il fuoriclasse distruttivo degli Anni Dieci, e che forse persino un terminator-umano come lui ha bisogno della squadra per giocare bene, Cristiano Ronaldo si stia semplicemente struggendo.

La sofferenza e il livore di Cristiano diventano chiari quando durante l'intervista al Sun affronta l'argomento Rangnick. «Hanno preso un direttore sportivo come allenatore. Se non sei nemmeno un allenatore, come puoi pensare di essere il capo al Manchester United? Quando è arrivato non sapevo nemmeno chi fosse». Come in una bolla pontificia, Cristiano Ronaldo ha emanato la sua visione del calcio individualista, trattando il principale artefice della rinascita del calcio tedesco come un semi-sconosciuto, o peggio un inetto.

Il mio passo "preferito" dell'intervista rimane però quello in cui Ronaldo parla dei tifosi, che poi nella maggior parte dei casi sono i suoi tifosi (ovvero la fetta di persone che guardano le partite solo per lui). Vi sfido a riconoscere qualcosa di Ronaldification in parole come: «Sono tutto per me: i tifosi sono sempre dalla mia parte, mi hanno sempre fatto sentire apprezzato». Oppure, in modo ancora più estremo: «I tifosi sono la cosa più importante nel calcio, perché giochiamo per loro». Sono parole inquietanti vista l'immagine che Ronaldo si è costruito negli anni, parole che ricordano più la comunicazione paradossale e lontana dal mondo di Kanye West che una leggenda calcistica vivente. Quale tifoso secondo Ronaldo reagirebbe bene alle parole di un calciatore che distrugge il proprio club?

Per ridare un senso collettivo al Manchester United e lavorare su un calcio basato sul dominio del possesso, ten Hag ha fatto fuori dai titolari l'ormai ex capitano Harry Maguire e, appunto, Cristiano Ronaldo. Le sue apparizioni in campo sono state relegate agli ultimi minuti o, in alternativa, all'Europa League. Nell'ultima partita del girone, contro la Real Sociedad, Ronaldo ha servito un assist all'ala 18enne Alejandro Garnacho, che poi ha esultato come lui fingendo di appisolarsi. Una settimana dopo, Garnacho ha segnato al 93' il gol vittoria contro il Fulham in Premier League, come lo stesso Cristiano Ronaldo fece nel 2007, quando aveva poco più di ventun'anni.

A fine ottobre, Cristiano Ronaldo si è rifiutato di entrare negli ultimi minuti della partita contro il Tottneham, abbandonando il campo prima del fischio finale. Già allora si è parlato dell'ennesimo capriccio di un egoista ossessivo compulsivo, e magari è anche così. Qualcuno sostiene che con gesti simili Ronaldo stia svilendo il suo mito, che quando penseremo a lui in futuro i numeri asettici non ci diranno niente, che rimarrà la sua antipatia. Eppure quello che vediamo oggi è il narcisismo di sempre, quello che gli ha permesso di curare un fisico sempre più perfetto anche quando era il migliore calciatore del pianeta (o almeno quello più decisivo). L'egocentrismo non era altro che il motore stesso della carriera di Cristiano: quanti altri calciatori dopo una doppietta in semifinale di Champions League sarebbero andati a fare crioterapia a notte fonda per recuperare il prima possibile?

Forse è così che si chiuderà la storia di Cristiano Ronaldo al Manchester United. Tra dieci anni parleremo dell'assist a Garnacho come un passaggio di testimone, e rimarrà questo l'ultimo ricordo felice? «Non è così che la favola doveva finire» ha detto Cristiano Ronaldo. «Tornando, pensavo che avrei trovato cose diverse, invece allo United è come se il tempo si fosse fermato». Intanto sui social è diventato virale il video in cui, al raduno della nazionale portoghese, Bruno Fernandes lo ha salutato stringendogli a malapena la mano. Ronaldo sembrava attonito. Neanche Wayne Rooney, un'altra leggenda devil, è stato tenero con lui: «Ha fatto cose inaccettabili».

È probabile che Cristiano Ronaldo vada via da Manchester a gennaio, e magari ritornerà a casa davvero, allo Sporting Lisbona, aiutandolo negli ultimi anni di carriera a vincere qualche titolo. O forse continuerà questo eterno peregrinare verso nuovi lidi, nuovi record personali in un altro club europeo. Tra qualche giorno inizierà il suo ultimo mondiale, e chissà che le polemiche di questi giorni non avranno un effetto contrario sulla sua psiche, caricandolo. Cristiano Ronaldo non è mai stato così solo, e non è detto che questa solitudine non gli piaccia. Di certo sarà dura vederlo rinunciare alla tentazione di ricordarci che fin quando in campo c'è lui, l'unica stella intorno alla quale girano gli altri calciatori, gli arbitri, il Qatar e il mondo intero è ancora Cristiano Ronaldo.

Solo Cristiano Ronaldo.

  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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