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, 13 Novembre 2022

Considerazioni sparse post Roma-Torino (1-1)


Nel giorno dello psicodramma di Belotti, la Roma si salva al 94' contro il solito Torino, eccellente fino ad un minuto dalla fine.

- Questa pagina web, per il nome che porta, è il luogo ideale per descrivere la gara tra Roma e Torino, due squadre fisiche che riducono il campo dell’Olimpico ad un sottopalco di un concerto rock fatto di poghi, spallate, gomitate e contatti al limite. In questo combattimento rusticano c’è una squadra che per 70’ di fatto non produce mezza trama degna di rilievo calcistico e poi si salva al 94’, ed un’altra che ci prova fino alla fine con una partita gagliarda ed a momenti la porta a casa: per inciso, il monte ingaggi della prima è il quadruplo di quello della seconda. Finisce 1-1, e per quello che si è visto è un risultato giusto: perché la Roma si è sempre rialzata, anche sull’orlo dello psicodramma dopo un rigore sbagliato al 90’ dall'ex Belotti, e perché il Torino non è stato capace, per l’ennesima volta, di piazzare il colpo del K.O.;

- Se analizziamo la gara della Roma, diciamo chiaramente che fino al 60’ ha meritato di perdere, e poi ha buttato attaccanti (5 ad un certo punto), cuore e caciara, tutti in avanti: quello che ne viene fuori è che senza Dybala e Pellegrini questa squadra non ha nessuno che trovi la giocata o che sappia toccare il pallone con pulizia tecnica, e che la luce non sappia bene come accendersi . A centrocampo, nelle zone dove ricamavano Oliveira e Veretout, ora campeggiano Camara e Cristante, abili a rompere il gioco ma assai meno a costruirlo, e senza i rifornimenti necessari Abraham diventa un fantasma e Zaniolo si innervosisce e finisce con un numero di proteste maggiore rispetto ai dribbling riusciti: l’unica soluzione, coraggiosa e proficua, oggi è stata buttar dentro tutti gli attaccanti a referto e bypassare quel reparto, trovando poi una benedizione divina su un tiro al 94’ di Matic, nato da un guizzo, tanto per cambiare, dell’indispensabile Joya giallorossa. Se dobbiamo premiare qualcosa nella Roma di oggi è un grande cuore: questa tenacia e questa capacità di non darsi per vinta sono qualità impossibili da disconoscere, che piaceranno tanto al suo allenatore;

- Potrei creare una considerazione standard sul Torino che prende gol nel recupero: anche oggi i granata sono bravissimi per un’ora abbondante, poi soffrono, come è naturale che sia gli ingressi qualitativi della Roma, anche perchè non sono minimamente rapportabili ai propri (difatti Juric non ha un attaccante da inserire per tener palla alla fine). Fino al 70’ circa però avrebbero meritato di vincere: arrivavano sempre primi sulla palla, cercavano e trovavano trame di gioco pregevoli, spesso nate dai piedi di un Vlasic per cui cominciano a mancar aggettivi e dalla verve degli esterni Singo e Lazaro, ed era netta la sensazione che se solo al posto di Sanabria ci fosse stato un centravanti vero, probabilmente la pratica si sarebbe chiusa prima. Quando la Roma si butta in avanti, la squadra di Juric resiste come può, e dall'89’ in poi comincia il circo dei pasticci: prima un rigore ingenuo (ne parliamo tra poco), poi lo spazio lasciato a Dybala e alla ribattuta di Matic in occasione del gol al 94’. Ripetere che questa zona Cesarini è drammatica non fa che acuire il problema, probabilmente: d’altro canto, i granata hanno offerto ancora una volta una prova di solidità estrema, e chiudono questa frazione di campionato con un bottino considerevole e tante certezze;

- Lo sport scrive delle storie che nessuna penna saprebbe scrivere: quando sul dischetto, al 90’, si è presentato il Gallo Belotti, era evidente che sarebbe successo qualcosa di stupefacente. Avrebbe segnato, come in un segno del destino, o avrebbe sbagliato, per la troppa pressione del momento e di ciò che il granata ha rappresentato per lui? Risposta esatta, la seconda: il Gallo colpisce un palo esterno, errore che sarebbe costato carissimo senza il pareggio in extremis. Belotti ha vestito e onorato la maglia del Toro per molto tempo, e i conflitti interni dei tifosi granata dopo il suo errore non saranno mancati: come scrissi tempo fa però, siamo proprio sicuri che andare via da quella casa in cui era leader indiscusso per vestirsi da comprimario e sedersi dietro un disastroso Abraham sia stata la scelta migliore?;

- Chi scrive ha cercato un biglietto per l’Olimpico tutta la settimana, senza trovarlo per un sold out annunciato da tempo: ecco, il fatto che la Roma riempia lo stadio, anche in una partita non di primissima fascia come questa, nonostante faccia qualcosa molto lontano dal giocare a calcio, è un vero e proprio mistero della fede, di cui il profeta laico è Mourinho (che oltre all’appeal consolidato ha portato alla vittoria di una Coppa Europea, e questo va ricordato come un fatto puro). Come tante altre volte però, anche oggi i giallorossi, pur con l’attenuante di assenze pesanti, han mostrato tantissimi limiti e poche idee, ma in compenso le avevano chiarissime quando si trattava di protestare in massa per ogni minimo episodio: una squadra assomiglia sempre all’allenatore come il cane al padrone, ed infatti Josè ha finito con un rosso anticipato, e solo in quel momento la Roma ha conquistato prima un rigore e poi il pareggio (sarà un caso?). La domanda è quanto questo idillio potrà durare, e l’impressione è che la risposta sia semplice: durerà finchè ci sarà ancora qualche risultato a sostenerlo, come è naturale che sia per un tecnico che del “risultatismo” ha sempre fatto un mantra. Di altro c’è ben poco.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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