Logo Sportellate
, 11 Novembre 2022

La retorica dell'outsider ha autosabotato l'Atletico Madrid?


Dopo l’uscita dalle coppe europee l’Atletico sta vivendo il periodo più difficile della gestione Simeone.


Nel 1964 esce al cinema Bande à part. È il settimo lungometraggio di Jean-Luc Godard e segna il ritorno del regista ai film a basso costo dopo l’ambiziosa produzione di Il disprezzo: se questo era un’opera intellettualista, tutto un filosofeggiare dei personaggi sopra i massimi sistemi, Band à part è un film d’azione dove i protagonisti agiscono con l’assenza di sovrastrutture dei bruti e degli ignoranti. Due teppistelli di periferia ci provano con una ragazza, quella si lascia sfuggire che il pensionante di sua zia ha un mucchio di soldi nascosti in soffitta, tutti e tre progettano una rapina alla villa che finirà a pistolettate. Una trama rozza e violenta, da film nemmeno di “serie B”: «Un piccolo film di serie Z», lo ha descritto Godard. «Come certi film americani che mi piacciono».

Bande à part però è molto diverso da qualsiasi film americano dalla trama simile. Bande à part ha dei layer ulteriori, tipicamente Nouvelle Vague: mette in scena la leggerezza, la sfacciataggine di una generazione giovane che aspira a rovesciare i vecchi ideali borghesi. A un certo punto del film la ragazza chiede a uno dei giovani, Arthur, qual è il suo cognome e quello risponde: «Rimbaud». Lo spettatore ha appena il tempo di pensare all’omonimia col poeta, che quello aggiunge subito «Come mio padre», negando ogni rimando alla cultura “alta”. In un’altra scena i tre ragazzi percorrono il Louvre di corsa, per gioco, irrispettosi della raffinata arte che li circonda. Bande à part in sostanza si nutre di quel desiderio di distruzione della cultura borghese che sta per esplodere nel Sessantotto. Arthur, Franz e Odile contengono quell’energia: sono freschi, scanzonati, e lo spettatore fa il tifo per loro. Quando mettono a soqquadro l’elegante villetta con le rivoltelle in mano, la loro azione è brutale, violenta, maleducata; ma è una rivoluzione e la rivoluzione non è un pranzo di gala.

Il nome del film è uno di quei titoli intraducibili. Deriva dall’espressione “fare gruppo a parte”, e si riferisce alla condizione di emarginazione, di subalternità dei personaggi rispetto alla classe borghese parigina. Per questo suona piuttosto fortunata la traduzione fatta in America, dove il film è uscito col titolo Band of outsiders.

La banda di outsider di Simeone

C’è una partita in cui l’Atletico Madrid mi ha ricordato l’insolenza fresca dei personaggi di Godard. Era il 9 aprile 2014 e l’Atletico ospitava il Barcellona nel ritorno dei quarti di finale di Champions League. L’andata era finita 1-1 e al ritorno l’Atletico ha aggredito il Barcellona con la violenza di un’insurrezione. Al 5’ era già in vantaggio, con Koke. Un’azione da gol in verità fulminea, ma che è sembrata estenuante come un assedio, in cui l’Atletico prende una traversa prima di segnare. È uno di quegli attacchi la cui violenza è sottolineata dal legno colpito e poi dal recupero immediato del pallone che alimenta la seconda ondata. Non avremmo avuto lo stesso senso di inesorabilità se Adrian Lopez avesse segnato al primo tiro. Il senso di spietatezza di un’onda che la prima volta lambisce il castello di sabbia, la seconda lo travolge.

Nell’azione Raul Garcia bullizza due volte Jordi Alba di testa e non ci vuole molto per accorgersi che è proprio quello il piano gara di Simeone. La dinamica si ripete esatta al 18’: verticalizzazione di Juanfran, spizzata di Raul Garcia per l’inserimento della punta tra terzino e centrale, diagonale di David Villa che centra ancora la traversa. A fine partita i duelli aerei vinti da Raul Garcia saranno 12 (dodici!), tutti nella tasca di campo del povero Jordi Alba. Se in campo il Barcellona ostenta un gusto raffinato, un possesso cervellotico, degli artigiani del tocco come Xavi, Iniesta, Messi e Fabregas falso 9, l’Atletico gioca un calcio rozzo basato sulla capacità di Garcia di brutalizzare Alba nel gioco aereo, e con quello sta dominando.

Anche se la partita resta 1-0 fino alla fine, la sensazione per tutto il tempo è che quelli dell’Atletico siano più famelici, più veloci di pensiero, settati su una maggiore intensità tecnica e mentale. Se al 20’ il risultato non è già 3-0 è solo per i legni colpiti dall’Atletico. Ad aggiungere un’ulteriore sfumatura di violenza, l’atmosfera del Vicente Calderòn tutto attorno: quattro pareti di folla che si innalzano mostruose e rumorose come intorno a una rissa clandestina – un combattimento di galli, una serata al Fight Club.

Prima della traversa del video sopra, Villa ne aveva colpita un’altra, all’11’: Godìn butta la palla avanti, la difesa del Barça prova a ripartire ma su Busquets si avventano Gabi e Koke che gli tolgono palla e innescano Villa. Un recupero palla altissimo, quasi sulla lunetta dell’area, arrivato grazie a un atteggiamento senza palla iper-aggressivo e alcuni strumenti del gegenpressing – con tanto di lancio sbagliato quasi apposta per poi piombare sulle seconde palle – che qualche anno dopo diventeranno caratteristici dell’avanguardia tattica tedesca. Anche se oggi fatichiamo a ricordarlo, l’Atletico nel 2014 aveva momenti di gioco di grande modernità. Nel tabellone dei quarti di Champions erano una presenza nuova, e come tutte le cose nuove erano in qualche modo eccitanti, freschi.

È la furia con cui l’Atletico soffoca l’avversario a ricordare la rapina di Bande à part. La brutalità con cui Koke, Gabi & C. maltrattano le stelle del Barça la stessa di Arthur e Franz quando imbavagliano la ricca padrona della villa e la rinchiudono in un armadio. I ruoli delle parti sono perfettamente assegnati: da una parte il Barcellona, ormai uscito dal periodo rivoluzionario di Guardiola per entrare in quello stanco e borghese del Tata Martino. Dall’altra l’Atletico, la squadra sfigata di Madrid, per la prima volta nella fase finale della Champions dopo diciassette anni. La Banda di outsiders che con un colpo di mano sta rovesciando le gerarchie.

C’è pure il dettaglio per cui in entrambi i casi quella brutalità ha qualcosa di goffo: per i modi campagnoli e impacciati dei rapinatori nel film – le calze ridicole sul volto, le gag buffe da commedia nera in piena rapina – e per il calcio grezzo dell’Atletico fatto a immagine e somiglianza del tecnico Simeone – i capelli coatti e ingellati indietro, sempre lo stesso vestito per superstizione, tutto un toccarsi i coglioni e sistemarsi la camicia durante le partite. Se la Champions ha il glamour di un salotto decorato con stucchi e lampadari di cristallo, l’Atletico di Simeone è come se ci stesse facendo il botellón in quel salotto, col vino scrauso portato da casa.

Ascesa sociale

L’1 novembre 2022, otto anni e mezzo dopo quella partita che ha messo gli outsider di Simeone sulla mappa del calcio europeo, l’Atletico – sempre guidato da Simeone – è uscito dalla Champions alla fase a gironi. Eliminato da ogni competizione europea, dopo essere arrivato quarto nel proprio girone. Dal 2014 a oggi solo una volta l’Atletico aveva mancato la qualificazione agli ottavi di Champions, nel 2017/18. Ma in quel caso era arrivato terzo nel girone, è “retrocesso” in Europa League e l’ha vinta.

È singolare che l’eliminazione di quest’anno sia arrivata in un gruppo apparentemente “facile”, in cui il primo posto dell’Atletico, almeno sulla carta, non sembrava troppo in discussione. Eppure Porto, Brugge e Leverkusen gli sono arrivate davanti. Qualcosa di simile sta succedendo in Liga, dove nelle ultime tre settimane l’Atletico ha pareggiato in casa con l’Espanyol e perso in trasferta contro Cadiz e Mallorca. Tutte squadre “inferiori”, con un pedigree più modesto: in otto anni l’Atletico ha perso la corona di outsider a vantaggio dei nuovi outsider? È passato da essere una presenza sovversiva a un membro stabile dell’establishment, che deve guardarsi le spalle per non essere spodestato?

In questi anni si è parlato molto di quanto la narrazione di sé promossa dall’Atletico – gli underdog, i rappresentanti del lato operaio di Madrid, quelli emarginati e perseguitati dall’élite – sia in contraddizione con il prestigio sportivo ed economico raggiunto. Un club che nella gestione Simeone ha più che triplicato i ricavi, si è stabilizzato tra i quindici club con più incassi al mondo, ha costruito un nuovo stadio all’avanguardia sponsorizzato da Wanda, un conglomerato cinese con cui l’Atletico ha un accordo per sviluppare il brand in Cina. Può ancora considerarsi outsider un club con abbastanza capacità economica da acquistare – nel 2019 – Joao Felix per 127 milioni di euro, il quinto trasferimento più costoso nella storia del calcio?

È una domanda che questo articolo dell’Irish Times si poneva già nel 2015, molto tempo prima, quindi, che l’Atletico raggiungesse il potere economico di oggi e acquistasse Joao Felix. Prima anche della finale di Champions raggiunta nel 2016, la seconda in tre anni, e prima dell’Europa League vinta nel 2018. Già allora, secondo l’autore Michael Walker, l’Atletico era «uno dei club spagnoli più complessi e paradossali… sembrano sempre in qualche modo emarginati, nonostante siano al terzo posto nel campionato spagnolo di tutti i tempi».

L’Atletico è un club paradossale anche per il modo controintuitivo con cui gestisce l’inferiorità rispetto al Real. Se normalmente tifosi e club fanno carte false pur di affermare la propria leadership sui rivali cittadini – false letteralmente, spingendosi fino al revisionismo di dati storici – l’Atletico ha sempre accettato volentieri l’etichetta di “seconda squadra di Madrid”. Un vestito modesto che indossa anche con orgoglio. Che usa come una cappa impermeabile per farsi scivolare addosso pressioni e aspettative.

La retorica preferita di Simeone

Lo sappiamo, il modo in cui Simeone ha cucito una tattica calcistica a misura di questa epica dimessa del club è materia da antropologia culturale. Un esempio perfetto di corrispondenza tra il macro e il micro, tra l’intangibile degli schemi culturali della comunità e il concreto dei comportamenti assunti dai giocatori in campo. Nello specifico: il vittimismo storico dell’Atletico trasformato in un calcio che sembra una battaglia di resistenza. Un calcio livoroso, che si esalta nella trincea e nella guerra di logoramento; che ricerca masochisticamente la sofferenza difensiva per poi rendere l’attacco più rabbioso, più denso di tensione drammatica, più carico di un senso di riscatto. Ogni partita come una piccola vendetta contro questo mondo infame. Questo articolo di The Ringer del 2021 si intitola “Welcome to the dark side, Joao Felix” e si sofferma su un gol in cui il portoghese ha esultato con un cipiglio arrabbiato e il dito sulla bocca per zittire qualcuno. L’autore del pezzo riflette che «Felix sembra irriconoscibile dall’adolescente con gli occhi grandi e i capelli cespugliosi» osservato al Benfica: «È passato da esultanze gioiose in cui abbracciava il fratello raccattapalle a quelle scontrose dove urla “stai zitto!”». Dietro la trasformazione il lavoro maieutico di Simeone, che «come una specie di Palpatine calcistico ha convertito il suo discepolo al lato oscuro della Forza».

Per undici anni è stato soprattutto questo: Simeone dalla retorica logora, a girare coltelli nelle piaghe storiche dell’Atletico – vere o presunte – per incattivire giocatori e tifosi. Nel 2022 prima dei quarti di Champions contro il Manchester City, Guardiola ha scherzato: «Con l’Atletico escogiterò una tattica incredibile, giocheremo in dodici», al che Simeone ha risposto «A noi non ce lo permetterebbero di giocare in dodici, forse al Manchester City sì». Scherzava, ma dal nulla ha trovato lo spazio per infilarci una lagna gratuita. Simeone che come Lorne Malvo in Fargo è un manipolatore cinico e sadico, che soddisfa la propria disillusione guardando i desideri naif delle persone semplici bruciare.

Una squadra più sofisticata di quanto pensiamo

Simeone è anche questo, ma non è solo questo, e soprattutto parlando della sua gestione tattica il discorso si fa più complesso. Deve diventare più complesso: la semplificazione per cui l’Atletico di questi anni è stato solo coriaceo, capace di proporre un solo spartito fatto di baricentro basso, difesa dell’area piccola, transizioni veloci e duelli individuali è – appunto – una semplificazione. Definire l’Atletico una squadra appartenente a un’epoca calcistica passata non restituisce tutta la sua sofisticazione tattica e la sua qualità tecnica. Per questo ho cominciato il pezzo parlando della partita col Barcellona del 2014, una partita in cui francamente era l’Atletico la squadra più moderna e interessante in campo. Moderna nel senso di vicina ai principi fissati dal Barça di Guardiola pochi anni prima: manipolare la struttura avversaria con il possesso palla, riconquistare palla subito dopo averla persa con una difesa aggressiva.

Cito un altro esempio da quella stagione: la semifinale di Champions contro il Chelsea di Mourinho. In una sfida in cui Mourinho aveva dato la sua squadra per sfavorita – un esempio di assurda manipolazione di Mou – e poi in campo aveva schierato un Chelsea reattivo che rinunciava categoricamente al possesso, l’Atletico di Simeone ha giocato una semifinale di grande qualità con la palla. La dimostrazione che l’Atletico poteva attaccare non solo in transizione negli spazi lasciati vuoti, ma che sapeva anche cucire attacchi posizionali: aprire gli spazi contro difese chiuse, usare il pallone per manipolare le linee avversarie, rendere fluida l’occupazione del campo con rotazioni continue. La partita di ritorno a Londra finisce 3-1 per l’Atletico. Il gol del 3-1 è un manifesto di calcio proattivo con e senza palla dell’Atletico. Tutto comincia da una pressione profonda del terzino Filipe Luis, che si spinge fino all’area avversaria e costringe Cahill all’errore (tenere a mente che l’Atletico in quel momento è qualificato, ma non difende affatto nella propria area):

Il prosieguo dell’azione consiste in un ammasso di giocatori dell’Atletico che costruiscono triangoli e consolidano il possesso nella fascia sinistra: Filipe Luis, Koke, Suarez, Tiago, Arda Turan, Raul Garcia. Le linee del 4-4-1-1 si sono sciolte fluidamente: i quattro centrocampisti hanno tutti abbandonato la loro posizione per associarsi sul corto. Koke, il centrocampista destro, ha i piedi quasi sulla riga laterale sinistra quando passa la palla a Tiago per il cambio campo. Poi Tiago allarga a destra per Juanfran che ha attaccato il lato debole. La strategia è quella di sovraccaricare di giocatori un lato e attaccare sull’altro: il principio cardine dei sistemi di gioco basati sul possesso palla.

Un Atletico quindi che sa interpretare spartiti tattici diversi. Che maneggia gli strumenti del calcio di possesso, e che a calciatori autonomi e monodimensionali (Raul Garcia, Diego Costa) ne affianca altri tecnici e associativi: Koke, Gabi, Tiago, Filipe Luis, Arda, Villa. In quella stagione 13/14 Valentino Tola scriveva su Ultimo Uomo che la manovra offensiva dell’Atletico era «Più convincente e ricca di quanto non dica a prima vista la natura reattiva/difensiva della squadra». E ancora che «L’Atletico attacca in modo moderno. Moderno nel senso che nessuno dei giocatori coinvolti nell’azione offensiva termina l’azione nella posizione in cui l’ha iniziata… e proprio il fatto che arrivino invece che presidiare staticamente una zona rende più difficile la marcatura avversaria».

Rivoluzione a metà

Non è un caso se ho citato partite del 2013/14, risalenti quindi ai primi anni di Simeone, come esempi di un Atletico Madrid frizzante. Nell’opinione collettiva c’è la tendenza a vedere nell’evoluzione recente dell’Atletico una regressione, come in quei modi di dire secondo cui si stava sempre meglio prima: l’Atletico era più offensivo prima, più audace, più vario, più divertente; dopo Simeone si sarebbe indurito su posizioni più reattive, fissato su modelli di retroguardia. È un prima generico però, non definibile da alcuna evidenza empirica. In quale momento la regressione dell’Atletico sarebbe cominciata? C’è stata davvero, una regressione?

È più probabile, invece, che l’Atletico abbia mantenuto grossomodo i suoi principi durante questi anni. Quelli di una squadra camaleontica, dalla forma liquida, che cambia aspetto di volta in volta a seconda dell’avversario e dei momenti della partita (e della stagione). Una squadra che alterna periodi di reattività ad altri di aggressività. Che a volte invita i giocatori tecnici ad associarsi, altre volte preferisce metterla sui duelli individuali.

La sensazione che il modello di gioco dell’Atletico si sia col tempo impoverito, quindi, è forse frutto di una distorsione percettiva: quella per cui all’evidente crescita del tasso tecnico della rosa non è corrisposto un aggiornamento della proposta di gioco. Ovvero: da un lato l’Atletico Madrid negli anni si arricchiva di giocatori di livello d’élite, dall’altro Simeone non si è mai allontanato troppo da un modello di gioco confezionato sulle caratteristiche (e le necessità) di giocatori di livello inferiore: Miranda, Juanfran, Gabi, Mario Suarez, Raul Garcia, Adrian Lopez – gli outsider.

Una sensazione accentuata dai segni di involuzione mostrati da alcuni giocatori, costretti in un modello di gioco non proprio adeguato alle loro caratteristiche: Joao Felix, rifinitore fine e mercuriale, usato lontano dalla porta, incaricato di mettersi la squadra sulle spalle e di risalire il campo. Lemar privato delle connessioni tecniche di cui avrebbe bisogno un giocatore associativo. De Paul schierato mediano box-to-box, eccetera.

(Non) resistere al richiamo della comfort zone

In questi anni Simeone ha disposto di rose dal livello tecnico elevatissimo, forse persino sottovalutato nell’opinione collettiva. Koke, di cui l’Atletico esalta principalmente il dinamismo e l’intensità, nella Spagna è invece un brillante passatore in spazi stretti, mezzala di possesso in un sistema fondato sul gioco di posizione. Rodri è soprannominato “nuovo Busquets” e dopo aver lasciato l’Atletico è diventato il perno del City di Guardiola. Giocatori creativi che forse avrebbero brillato ancora di più in un modello di gioco razionale, che ne esaltasse più il lato cerebrale del loro gioco che quello istintivo e intenso.

A dire il vero in alcuni momenti della sua gestione Simeone ha anche provato ad arricchire la proposta di gioco della squadra, a portarla verso uno stile più ambizioso e propositivo. Lo dimostrano le scelte di mercato. Nel 2018/19 nel centrocampo 2+3 dell’Atletico ruotavano giocatori come Rodri, Koke, Saùl, Correa, Lemar, Griezmann. Giocatori che dànno il meglio di sé quando possono associarsi sulla trequarti offensiva, muovendosi in zone di campo più vicine alla porta avversaria che alla propria. Simeone però ha assecondato solo a tratti l’istinto positivo delle sue rose. Ad ogni momento di difficoltà non ha esitato a rifugiarsi nella comfort zone di un calcio distruttivo – difesa bassa, blocco centrale, transizioni lunghe affidate all’iniziativa individuale.

Nel 2020, dopo un ottavo di Champions in cui l’Atletico ha eliminato il Liverpool difendendo per 90’ nella propria area di porta, Klopp ha detto: «Non capisco, con la qualità che hanno giocano questo tipo di calcio. Giocatori di livello mondiale che difendono con due linee da quattro e i due attaccanti. Quando vedo giocatori come Koke, Saùl, Llorente, potrebbero giocare un calcio come si deve, e invece aspettano bassi nella loro metà campo e fanno contropiede».

Nulla di nuovo sotto il sole: il tecnico di una squadra propositiva e creativa che rosica per aver perso contro un’altra reattiva e distruttiva. Klopp parla per frustrazione, e il suo ragionamento scaturisce da un pregiudizio comune: l’idea per cui nel calcio attaccare è divino e difendere è profano; che il calcio offensivo e basato sul possesso sia più puro, più attraente, persino più etico forse, mentre difendersi sarebbe un lavoro “facile”, che non richiede qualità particolari. Un tema interessante di cui parlava Jonathan Liew in questo articolo sul Guardian.

Non c’è uno stile di calcio più etico di un altro, naturalmente. Tuttavia proprio quella partita tra Liverpool e Atletico fornisce uno spunto interessante, su cui vale la pena riflettere. Ad Anfield l’Atletico vinse la partita 3-2, nonostante il conto degli xG (i gol attesi sulla base delle azioni in campo) fosse di 3.52 a 1.18 a favore del Liverpool. Significa che statisticamente il risultato di 3-2 per l’Atletico era poco probabile che si verificasse. In altre parole: l’Atletico ha giocato la partita pensando soprattutto a difendersi, ma se ha rischiato potenzialmente di subire 2.34 gol in più del Liverpool allora significa che si è difeso peggio (!) del Liverpool.

È un ragionamento controintuitivo, che trascende questa partita in sé e coinvolge temi più grandi: la convinzione – radicata soprattutto in alcune culture calcistiche – secondo cui difendersi nella propria area sia più prudente che difendersi lontano. La vittoria dell’Atletico ad Anfield è eroica, non c’è dubbio, ma quanti Liverpool-Atletico esistono nel metaverso e che l’Atletico perde? Quante partite con questo andamento l’Atletico ha perso nella realtà?

Una retorica controproducente?

Simeone ha ottenuto moltissimo nei suoi undici anni all’Atletico, ha portato il club a traguardi che erano inimmaginabili prima del suo arrivo. Il suo metodo di lavoro ha cavalcato l’epica dell’outsider che contraddistingue il club invece di rigettarla. Un’epica che, però, qualche volta potrebbe aver depresso le ambizioni della squadra invece di rafforzarle. Convincersi ostinatamente di essere il secondo comporta alcuni rischi: non accorgersi quando si diventa il primo, ad esempio. Continuare a pensare da secondo, convincersi di avere limiti, resuscitare vecchie insicurezze: tutti atteggiamenti che espongono a una nuova sconfitta.

Nel 2014 l’Atletico ha perso la finale di Champions contro il Real Madrid per aver preso il gol del pareggio oltre il 90’, dopo aver passato gli ultimi 30 minuti in apnea a difendere l’area di porta (una partita come quella contro il Liverpool, ma stavolta persa appunto). Nel 2016 ha perso un’altra Champions sempre contro il Real ai rigori, in una finale in cui per una volta pareva proprio l’Atletico la squadra favorita. Contando anche le eliminazioni ai quarti nel 2015 e in semifinale nel 2017, in tutto fanno quattro sconfitte consecutive in Champions subìte dai rivali del Real: una serie oggettivamente crudele in cui è facile distinguere quale delle due squadre, nel derby madrileno, coltiva l’immagine di “Seconda squadra di Madrid”. Come può una squadra con la “sindrome del braccino” avere la meglio di una che è tutto l’opposto, così fiduciosa di vincere da riuscire a rovesciare – e il 2022 lo ha mostrato nel modo più brutale possibile – anche le situazioni più drammatiche, in modo quasi esoterico.

Sono solo speculazioni queste, eppure in quella finale del 2014 l’aver concentrato tutte le energie a difendere la porta – rivendicando una posizione di modestia, di inferiorità – potrebbe aver conficcato nella mente dei calciatori dell’Atletico un’immagine di sconfitta, che puntualmente si è realizzata. Forse intendeva questo Klopp nel 2020: diventato ormai un club di reputazione mondiale, con calciatori potenzialmente capaci di esprimersi ai livelli più alti, per l’Atletico è ancora conveniente insistere su un modello di gioco che comunica ai calciatori la paura di perdere? A maggior ragione se quel modello è in contraddizione con le caratteristiche di alcuni di loro (i migliori della rosa)? Sono argomenti di cui si discute anche in questo episodio di Stadio, podcast di The Ringer, intitolato proprio “La sofferenza dell’Atletico è davvero necessaria?”.

La crescita competitiva dell’Atletico sotto la gestione di Simeone non è in discussione. Eppure rispetto agli allenatori che costruiscono dalle basi, che lavorano instillando principi e tracciando un percorso buono anche per i successori, Simeone appartiene a un altro gruppo: quegli allenatori che più che programmare a lungo termine dànno il meglio di sé nella gestione di momenti isolati, momenti che riescono a svoltare con una sensibilità quasi mistica. Questi allenatori nel gergo calcistico sono detti “gestori”. Il loro stile sembra poggiare su soft skills, su abilità intangibili, astratte, più che su argomenti razionali.

Anche la narrazione su Simeone va in questa direzione. Lo ritrae come un tecnico che lavora su aspetti psicologici: un motivatore, se non di più: sacerdote, guru, sciamano, con doti persuasive misteriose, esoteriche. Il suo lavoro può farlo solo lui e forse anche per questo, per la sua unicità e insostituibilità, è l’allenatore più pagato al mondo. Su quali basi tecniche, però, ripartirà l’Atletico quando Simeone lascerà? Avere avuto per undici anni un tecnico così grande, aver confezionato il ciclo migliore della storia del club, in cui l’Atletico si è avvicinato alle migliori squadre al mondo, sarà un po’ uno spreco se questi anni d’oro non avranno piantato semi. Se il successore di Simeone non avrà niente da cui ripartire, se non la filosofia dello svoltare una partita dopo l’altra. Saranno stati anni d’oro in cui l’Atletico non ha seminato, né si è liberato della reputazione di outsider.


  • Salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

Ti potrebbe interessare

Liga 2023/24, la squadra della stagione

Con tanto Real Madrid ma anche tante sorprese.

L’assurda avventura di Sacchi all’Atlético Madrid

I 7 mesi di Arrigo Sacchi alla guida dell'Atletico Madrid sono esistiti davvero? Sì: dal giugno 1998 al febbraio 1999.

L'Athletic Bilbao sta tornando grande

La vittoria della Copa del Rey è il simbolo della rinascita degli Zurigorri.

Dalla parte di Cheikh Sarr

L'ennesima assurda vicenda di una vittima di razzismo punita per avere reagito.
,

Dallo stesso autore

Presente e futuro del fantacalcio, intervista a Ludovico Rossini

Il fantacalcio tra gamification e prospettive di crescita.

Cosa ha visto la Fiorentina in Lucas Beltrán?

Il nuovo attaccante della Viola dovrà fare meglio degli ultimi predecessori.

Sei tennisti in cerca di attore

Casomai girassero un film su di loro.

Perché il Milan vuole Singo?

E come può integrarsi nel contesto tattico di Pioli?
Newsletter
Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu