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4 min

- di Giuseppe Menzo

Considerazioni sparse su "Boris 4"


Le cose belle magari non invecchiano, mentre noi sì. Forse è questo tutto quello che ci sarebbe da dire sulla quarta stagione, visibile su Disney+, di Boris, la fuoriserie delle fiction italiane che negli ultimi 20 anni è diventata ed è rimasta punto di riferimento inossidabile ed indiscutibile di tutti gli amanti della satira, del racconto intelligente e non volgare e delle risate che nascono da un’amara riflessione intorno alla realtà.


- Partiamo da una premessa: Boris 4 è sempre la stessa raffinatissima storia scritta e girata da alcuni delle migliori menti prestate all’audiovisivo del nostro paese. Probabilmente però - oltre che soggettivamente, è chiaro -, l’evoluzione che il mondo dell’intrattenimento ha subito nell’arco degli ultimi (almeno) 10 anni - oltre ai movimenti linguistici, culturali, femministi e chi più ne ha più ne metta - ha molto attutito gli effetti che permisero a questo prodotto di assestarsi nei cuori degli appassionati come un violento movimento tellurico caratterizzato da un divertimento mai visto prima. Il mondo si sta ribellando, giustamente o meno, ed essere esplosivi, al giorno d'oggi, non è più né semplice né a buon mercato. Boris è tornato uguale a sé stesso – purtroppo e/o per fortuna – mentre noi siamo ahimè cambiati. Ma andiamo con ordine;

- Mattia Torre non c’è più e questo era noto alla maggior parte di noi. Un brutto male lo ha portato via e il triumvirato originario composto oltre che dallo stesso autore scomparso da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo si è ritrovato ad essere un duo. Sempre efficiente, per carità, ma sicuramente con un elemento di spicco in meno. Io non sono assolutamente in grado di prevedere cosa sarebbe stata questa quarta stagione nel caso in cui la formazione non avesse subito modifiche, ma sento di poter scrivere che lo stile al quale eravamo abituati non è venuto meno e che non manca la capacità di prendere in giro quanto avviene negli ambienti produttivi dei giorni nostri. Commovente l’omaggio che i due al timone di questi 8 episodi riservano al collega assente, traslando le dinamiche della loro vita in quella dei loro ormai famosi alter ego in video. I 3 celeberrimi personaggi/sceneggiatori – gli ideatori della conosciutissima espressione “F4- faccia basita” per intenderci – tornano al completo, ma uno dei 3 altro non è che un fantasma guida passato a migliori orizzonti come per l’appunto è avvenuto nella vita di tutti i giorni;

- Tutti i vecchi personaggi di Boris tornano – eccezion fatta per Itala, la cui attrice Roberta Fiorentini è anch’essa deceduta – e li ritroviamo quasi intatti. E forse è questo il peggior cruccio di questo “aggiornamento”. Probabilmente nella vita può capitare di non fare un grosso percorso di crescita e/o di cambiamento, ma la speranza è che, invece, nel racconto professionale di vicende immaginate si possano trovare sempre nuovi spunti e nuovi panorami, soprattutto quando il tutto è da registrarsi all’interno della cosiddetta categoria della commedia. Questo, nelle circostanze che consideriamo, non sembra accadere;

- Le new entry all’interno del cast sembrano, d’altro canto, peccare di una mancanza di profondità che li rende difficilmente oggetto di affezione: dalla Lalla, nuova schiava in sostituzione di quell’Alessandro “Seppia” cha ha fatto lo scatto di carriera, alla Astrid Casali che si occupa di interpretare la responsabile del backstage, per finire con la sacrificata Nina Torresi (Nina è il nome dell'attrice), giovane segretaria di edizione il cui spazio e la cui importanza scenica non può ancora avvicinarsi alle vette che ci aveva regalato l’Itala che tanto avevamo amato. Rimangono fuori da queste considerazioni due attori i cui ruoli si sono subito stagliati in rilievo nell’universo del pesce rosso più famoso d’Italia: Alessio Praticò (il calabrese Angelo) ed Edoardo Pesce (il Tatti Barletta che in passato veniva solo citato e mai mostrato) si ritagliano un posticino nel cuore degli spettatori che assistono alle nuove disavventure dei nostri eroi. I due, con già ricchi curriculum alle spalle, godono di una scrittura più ampia rispetto alle colleghe appena citate e ne fanno buon uso. Forse non rimarranno nel Pantheon dei momenti indimenticabili, ma almeno non sembrano solo accennati come avviene per chi fa capolino solo quest’anno. L’unica cosa, per quanto mi riguarda, che pur rimanendo pressoché inalterata continua a godere di una vìs che non conosce decrescite è la sigla di “Elio e le storie tese” che sulla stessa identica base musicale delle precedenti aggiusta il testo per andare incontro al nuovo contesto all’interno del quale le vicende sono ambientate. Anche in questo caso poco è mutato, ma – questione di gusto – l’effetto non ha risentito dello scorrere del tempo. Sarà che la musica segue logiche diverse da quelle di molte altre arti;

- In definitiva mi pare abbastanza chiaro che l’opinione dominante di queste mie parole sia quella che quest’ultimo frammento narrativo sul mondo dell’audiovisivo tricolore non può dirsi in nessun modo distante per qualità ed intenzioni dai precedenti, ma che differente – e neanche poco, mi pare – è il modo in cui questo lavora sugli spettatori che videro sconquassato il loro punto di vista ai tempo del primo atterraggio e che invece oggi potrebbero avere la sensazione di limitarsi a riaccomodarsi all'interno di una vecchia bellissima automobile sempre di gran qualità, ma dal design non più sconvolgente.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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