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Ultrarunning
, 2 Novembre 2022

5000 km intorno a un isolato


La pratica dell'ultrarunning sta riscuotendo sempre più successo in tutto il mondo.

La neozelandese Susan Marshall e la finlandese Ashprihanal Aalto hanno trascorso l'ultimo mese e mezzo correndo in media più di 95,5 chilometri (59,6 miglia) al giorno intorno a una scuola nel quartiere newyorkese del Queens. A quel ritmo, i due campioni dell’ultrarunning sono riusciti a raggiungere l’obiettivo di completare la Self-Transcendence 3100 Mile Race – la gara podistica certificata più lunga del mondo – entro 52 giorni dallo start, limite massimo imposto dagli organizzatori. Aalto, già vittorioso in dieci occasioni e detentore del record assoluto ottenuto nel 2015 (40 giorni 9 ore 6 minuti e 21 secondi) ha raccontato di avere corso una media di 70 miglia (112,6 km) al giorno.

Ciononostante, i suoi sforzi non sono bastati per avere la meglio del veneziano Andrea Marcato, campione per il terzo anno consecutivo, che ha concluso la sua gara lunedì 17 ottobre in 44 giorni, con “soltanto” due giorni di vantaggio sull’inseguitore.

Questa ultramaratona folle ed estrema è forse l’unica competizione sportiva al mondo nata non tanto per fama, denaro o anche solo per spirito agonistico, ma che è stata creata – come si può intuire dal nome – con obiettivi metafisici. 

La Self-Trascendence 3100 Mile Race, infatti, è stata ideata nel 1996 dal leader spirituale indiano Sri Chinmoy, che Wikipedia definisce “filosofo, poeta e artista” nonché “autore di circa 1500 libri, 115’000 poesie, 20’000 canzoni, 200’000 quadri” e organizzatore di “oltre 800 concerti gratuiti finalizzati alla pace interiore”, “ispiratore e maestro di vari musicisti tra i quali Carlos Santana” e – last but not least – direttore di un gruppo di meditazione presso le Nazioni Unite dal 1970 fino al 2007, anno della sua morte. L’idea di Sri Chinmoy si rifà ad antiche tradizioni indù, secondo cui attività fisiche estreme possano essere uno strumento per il raggiungimento dell’illuminazione simile alla meditazione o alla recitazione di mantra e preghiere.

Lui stesso si è sempre cimentato in diverse discipline, sia tradizionali che estreme, partecipando a decine di maratone, a quattro ultramaratone e diventando un rispettabile sollevatore pur avvicinandosi a questo sport alla veneranda età di 54 anni. Pochi anni dopo riusciva a sollevare diversi quintali e nel 1998 divenne famoso per il programma "Lifting Up the World with a Oneness-Heart" nel quale sollevava una o più persone – da Nelson Mandela a Mohammed Alì passando per Sting, Yoko Ono e Richard Gere – in piedi su una piattaforma.

Lo "Sri Chinmoy Marathon Team" è stato fondato nel 1977, e il team organizza in tutto il mondo manifestazioni dedicate alla corsa, al nuoto e al ciclismo. Nel campo del podismo le sue attività vanno dalle corse per divertimento alle ultramaratone. Il precursore delle ultramaratone è stato la "Liberty Torch Run", nel 1976, una corsa a staffetta in cui 33 corridori hanno celebrato il bicentenario degli Stati Uniti coprendo 8800 miglia in 7 settimane, attraverso oltre 50 stati. La Self-Trascendence 3100 Mile Race nasce nel 1997 e ha luogo nel Queens, a New York, dove gli atleti devono correre 5649 volte intorno a un unico isolato su un circuito lungo 883 metri. Fino a oggi, in venticinque edizioni, soltanto 51 atleti sono riusciti a completare le 3100 miglia (4989km) entro il tempo limite. 

Secondo il regolamento, infatti, i partecipanti hanno 52 giorni a disposizione, durante i quali possono correre dalle 6 del mattino fino a mezzanotte, indipendentemente dalle condizioni climatiche (normalmente abbastanza buone considerando che la competizione si svolge tra giugno e agosto) e da quelle della strada su cui corrono: ovviamente l’isolato non viene chiuso al pubblico e i corridori sono continuamente costretti a prestare attenzione ai passanti, alle biciclette o ai cani. Più di una volta è accaduto che siano stati bloccati da proteste, manifestazioni o altri assembramenti.

Come dicevamo, quest’anno la Self Tracendence 3100 Mile Race è stata vinta, ancora una volta dopo i successi del 2020 e 2021, dall’italiano Andrea Marcato, che si è avvicinato al mondo dell'ultrarunning anche grazie alla meditazione che pratica quotidianamente da oltre vent’anni. «Devi imparare che ogni giorno sarà lo stesso giro e così via. Per fortuna cambiamo direzione ogni giorno, quindi è un bene per il corpo, per mantenere un certo equilibrio. Ma la sfida principale è che la mente pensa sempre 'domani voglio finire', ma sei un po' perso nel mare, devi accettare che andrà avanti così».

Oltre all'immane fatica di dover completare più di due maratone al giorno per restare nella media chilometrica prevista, la gara di Marcato è stata sfortunatamente colpita più volte da giornate di pioggia e temporali, che gli hanno fatto infradiciare le scarpe e la pelle dei piedi che, di conseguenza, si è procurato dolore ferite. In totale, negli oltre quaranta giorni di corsa, l’italiano ha dovuto cambiare ben tredici paia di scarpe. Inoltre, essendo vegetariano, Marcato ha dovuto assumere sistematicamente integratori alimentari, anche a scopo digestivo, in modo da riuscire a smaltire le circa 10’000 calorie necessarie per il suo fabbisogno energetico giornaliero, che fornite interamente da volontari che per tutta la durata della competizione si sono recati a cucinare e servire il cibo “al volo” ai corridori.

Nonostante la corretta nutrizione, Marcato ha comunque perso oltre 13 kg in poco più di un mese.

È anche grazie a storie come quella di Andrea Marcato e a piccole follie costruite sulla forza di volontà, sul desiderio di persone “normali” di superare i propri limiti o persino i limiti dell’umano e sulla passione di tanti amatori e volontari che il mondo dell’ultrarunning negli ultimi anni ha conosciuto una vera e propria esplosione. Un paio di dati per misurarlo: il sito runultra.co.uk ha registrato nell'ultimo decennio un aumento del 1000% di gare organizzate nel mondo; stesso dato lo riferisce DUV, sito di riferimento tedesco; la rivista Ultra ha scoperto che nel Regno Unito nel 2000 solo 595 persone avevano completato un'ultramaratona, mentre nel 2017 i finisher – come viene chiamato chi riesce a compiere l’impresa – sono balzati a quota 18.611.

Tra le moltissime competizioni di ultrarunning sono nati l’Ultra-Trail du Mont-Blanc con i suoi 170 km e 10mila metri di dislivello positivo, le 100 miglia della Western States negli Usa, i 240 km della Marathon des Sables in Marocco, solo per ricordare gli eventi più celebri, nei quali come accade da anni per le grandi maratone internazionali, il tetto al numero di partecipanti ha fatto scattare la lotteria per l'assegnazione dei pettorali.

E poi i 90 km della storica Comrades Marathon in Sudafrica, la Pennine Way, 430 km nel nord dell'Inghilterra, la Badwater 135, nella Valle della Morte in California, la Barkley Marathon, 160 km nelle montagne del Tennesse, l'italianissima Cento km del Passatore, fino alla “nostra” Self Trascendence 3100.

Come ha scritto Adharanand Finn nel suo splendido libro “Nati per correre”: «L'ultrarunning è un credo ampio e vasto. È corsa, certo, ma può anche essere escursionismo, alpinismo, capacità di saper leggere una mappa» e, ancora, «alla fine, fare ultrarunning non significa semplicemente correre su lunghe distanze. Per certi versi non è nemmeno correre». Il dubbio iniziale, dunque, resta irrisolto. Una risposta possibile la danno i veterani dell'ultra quando descrivono, con un certo piacere, quello "sprofondare nella caverna del dolore".


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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