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2 min

- di Niccolò Frangipani

Considerazioni sparse post Flamengo-Athletico Paranaense (1-0)


Allo stadio Monumental Isidro Romeo Carbo va in scena una delle finali più noiose degli ultimi anni. Di certo non ha contribuito il clima (30 gradi) e il grande numero di tifosi ecuadoriani, che erano interessati a tutto meno che a creare un atmosfera da finale.


- L'uomo della Copa. Tre finali giocate, quattro gol segnati e due coppe vinte per Gabigol nella massima rassegna continentale per club. C'è da dire che in finale non si è mai contraddistinto per partite memorabili, e questa finale non fa eccezione, però sa sempre farsi trovare al posto giusto al momento giusto. Dopo questa ulteriore conferma ci si chiede se finalmente non sia arrivato il momento per ritentare il salto in Europa;

- I primi minuti sono stati la cartina di torna sole per quella che poi sarebbe stata la partita nella sua interezza: il Flamengo con il pallone fra i piedi e l'Athletico Paranaense compatto in difesa pronto a colpire in contropiede. Ed infatti le uniche due occasioni degne di note per il Furacao arrivano da due sbavature difensive di David Luiz. Troppo poco per cercare di segnare ad una squadra così ben organizzata in difesa;

- Come detto l'Athletico Paranaense ha fatto una partita più attendista ma c'è anche da specificare che il Flamengo non è che abbia creato chissà quali pericoli alla porta difesa da Bento. Nel primo tempo, esclusa qualche sgroppata di Rodinei, il Mengao si è limitato a piazzare le tende al limite dell'area avversaria e a impostare un giro palla sterile. Nel secondo tempo, con gli spazi un po' più aperti, gli esterni hanno potuto correre di più ma è mancato sempre e comunque l'ultimo passaggio, anche a causa di un De Arrascaeta molto in ombra. Quindi, è uscita vincitrice la squadra che ha saputo capitalizzare meglio le poche occasioni create;

- Il club si allarga. David Luiz entra a far parte del club di calciatori che hanno vinto la Champions e la Copa Libertadores (lui ha vinto anche l'Europa League), ed è un club che contava solo undici giocatori prima di lui. Curiosamente l'ultimo ingresso prima del suo è ancora di marca Flamengo ed è datato 2019, quando Rafinha sollevò al cielo la Libertadores proprio con i rossoneri;

- Il formato. Questo formato per la finale stona tremendamente nel contesto sudamericano. Quest'anno lo stadio era vuoto e poco caldo, le squadre - non solo in questa edizione - giocano il più conservativo possibile per evitare errori fatali nei novanta minuti. I tifosi influiscono meno non sentendosi chiamati in causa per difendere il loro fortino casalingo e si perde anche la particolarità che rendeva unica la Libertadores, dovendo per forza segnare un gol in più dell'avversario per vincere. E poi l'orario, fin tanto che si giochi di sabato a noi appassionato andrebbe bene stare svegli fino alle 2:00, sto ipotizzando, ma vederci una partita degna di questo nome. Sotto i trenta gradi delle 15:00 ecuadoriane il ritmo è stato indecoroso per una finale, e una competizione, di questo livello.

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