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7 min

- di Michele Cecere

Daniele De Rossi, una lotta perenne


Dopo diciannove anni con la maglia della Roma tatuata sulla pelle, De Rossi è pronto a iniziare una nuova vita in panchina, circondato come sempre da un amore trasversale.


Che vita ha passato in questi anni Daniele De Rossi?

Possiamo farcene un'idea provvisoria, magari provando a ricalcare lo stereotipo del calciatore rude e passionale che per diciannove anni abbiamo visto in campo. Ok, è stato assistente in Nazionale sotto Roberto Mancini, e ha collaborato alla spedizione dell'Europeo vinto nell'estate del 2021. Ma quello che mi chiedo è: a cosa pensava De Rossi nella sua quotidianità, dopo aver lasciato la Roma? La sua vena si riattivava guardando la sua squadra in questi anni o, come un eroe che ha perso i superpoteri, l'ha evitata con tutto se stesso? De Rossi ha mai avuto paura di non tornare a Roma?

Di certo sappiamo che, dopo essersi travestito per sfuggire al riconoscimento dei tifosi, un paio di anni fa ha guardato il derby di Roma in Curva Sud. Era così che De Rossi viveva ancora, quindi, segnato da quella passione viva e decadente, dopo due decenni trascorsi con la maglietta della Roma addosso. «Il rimpianto è avere una sola carriera da donare alla Roma» è stata la sua citazione più iconica da calciatore, una frase efficace e brevissima che, in quanto a magniloquenza e storicità, potrebbe essere usata come epitome della sua carriera o della sua vita.

«Mi sembra una curva molto calda» ha detto De Rossi a proposito dei tifosi della SPAL, dopo la vittoria con il Cosenza in campionato, la sua prima da quando è allenatore. «Questo è quello che mi ha tenuto in vita per vent'anni, inizio a sentirmi uno di loro». De Rossi parla poco, ma pesa le parole. Prima parla dei tifosi ferraresi, e anche se li ringrazia ammette di non poter provare «quello che provo per la Roma», poi passa attraverso il concetto di immersione. «È il mio lavoro: immergermi in ogni atmosfera e contesto che mi capiterà».

De Rossi ha 39 anni e ha vissuto e lottato per la Roma fino ai 35 e mezzo. Fino al 2019, cioè, l'unica atmosfera che aveva sperimentato era quella romana e giallorossa. Poi c'era stata l'esperienza semestrale al Boca Juniors: in qualche settimana De Rossi era passato dall'essere il capitano della Roma (la società lo aveva scaricato con un tweet freddo in cui annunciava che non avrebbe rinnovato il contratto) all'andare a giocare a calcio dall'altra parte del mondo.

C'è qualcosa che marca l'importanza di una storia d'amore più della difficoltà di superarla?

Con un tweet accompagnato da una foto minimale, mentre è in piedi al centro di Ferrara con la sciarpa biancazzurra tenuta intorno al collo, l'11 ottobre la SPAL ha ufficializzato l'arrivo di De Rossi come nuovo allenatore. «Io sono pronto, ho scelto anche lo staff» aveva detto in TV da Cattelan qualche giorno prima. «Manca solo una squadra» aveva scherzato Daniele. La squadra, la SPAL appunto, è un compromesso tra l'idea di chi lo vedeva già mister in campo, già pronto ad allenare a livelli top, e l'idea preconcetta che un ex calciatore alleni per raccomandazione.

A Daniele De Rossi sono stati dedicati libri, articoli semi-agiografici e di rimprovero. È stato eletto Capitan Futuro, ha vinto il Campionato del Mondo a 22 anni, e con 21 gol è al dodicesimo posto tra i migliori marcatori di sempre con la Nazionale. Ma nei primi anni di carriera ha dovuto combattere per allontanare l'idea di essere figlio di (il padre allenava le giovanili della Roma, sempre un anno prima di Daniele). Quello della lotta, della battaglia fisica e morale, è forse l'elemento principale nella storia di De Rossi: il contrario di un talento predestinato; un mediano diventato grande attraverso il cuore e i polmoni.

Nella SPAL De Rossi ha materiale da plasmare nel ruolo che conosce meglio, e cioè il centrocampo. Ha già scelto di coccolare il 22enne Salvatore Esposito, regista e capitano, che secondo De Rossi «avrà un futuro in Nazionale» (e che, per puro caso, ha un tatuaggio di Totti nell'interno della coscia). Nelle tre partite della gestione De Rossi, non a caso, Esposito è stato ulteriormente responsabilizzato nella fase di possesso palla. Finora De Rossi ha schierato la squadra con un 3-5-2 fluido e orientato al possesso, in cui le mezzeali, Murgia e Maistro, si dividono i mezzi spazi e l'attacco all'area di rigore.

È chiaro, sono passate pochissime partite e il giudizio sul De Rossi allenatore non può che essere rimandato. Eppure vi sfido a guardare le partite della SPAL e a non riconoscere le influenze che De Rossi stesso cita nelle interviste. Al di là della difesa a tre, è evidente l'ispirazione ad Antonio Conte nella gestione delle risorse umane (frasi come «ho chiesto ai ragazzi di giocare come si giocava da piccoli con gli amici, quando il contrasto non lo volevi mai perdere») e in alcune situazioni di gioco come il gol di Dickmann contro il Cosenza, la classica pallata dal quinto del lato forte per l'inserimento dell'altro sul lato cieco.

La gestione del possesso e la voglia di non regalare mai la palla agli avversari si riflette in altri due allenatori che hanno segnato la carriera di Daniele: Luis Enrique e Luciano Spalletti (che De Rossi considera ancora il più "avanguardista" dei suoi allenatori).

Alla seconda partita vissuta in panchina con la SPAL, quella di Coppa Italia contro il Genoa, De Rossi si giocava già la possibilità di ritornare all'Olimpico. Tutto nella storia di Daniele De Rossi sembra ruotare intorno alle coordinate di Roma, come se allontanandosi da lei non facesse altro che compiere il suo destino, e cioè quello di tornarci ogni volta più felice. Una specie di Odissea capovolta, in cui la speranza del ritorno, per amore e sofferenza, sopprime l'edonismo di un viaggio lontano.

Anche quando c'è stato un momento, sul finire dell'estate del 2010, in cui De Rossi stesso si è immaginato con un'altra maglietta addosso, quella del Manchester City, le cose non sono mai andate diversamente. «Mi ha chiamato e mi ha detto: "Nun je la faccio". Ci rimasi male, mi arrabbiai. Ci eravamo visti a Roma, una notte a parlare, era tutto fatto» ha raccontato Roberto Mancini quasi dieci anni dopo.

La prima parte di questo eterno ritorno si è conclusa il 26 maggio 2019, il giorno dell'addio di De Rossi dalla Roma come calciatore. Come scrive Daniele Manusia in "Daniele De Rossi o dell'amore reciproco", «non si può parlare di De Rossi senza parlare di Totti» e per questo, per parlare del saluto di De Rossi dobbiamo passare attraverso quello di Totti. In particolare vorrei paragonare la forma dei loro addii, entrambi funerei eppure quasi contrapposti.

Totti ha tenuto a salutare i propri tifosi rivolgendogli un discorso prolisso, colmo di espressioni così regali e balzane da diventare dei meme ("maledetto tempo..."), donando loro gli ultimi minuti di una carriera irripetibile. Quando è toccato a De Rossi salutarli, invece, i tifosi hanno smesso di essere sudditi, e il giro di campo finale si è trasformato in una simbiosi, come se ogni tifoso della Roma fosse diventato De Rossi e viceversa. De Rossi come ogni romanista era in lacrime, con la sciarpa giallorossa allacciata in petto anche se è maggio, con un'aria che sapeva allo stesso tempo di depressione e felicità.

Uno ha detto addio da Re ferito e invecchiato, l'altro da guerriero mai domo. Nonostante non abbia mai vinto uno Scudetto con la Roma, Daniele De Rossi è riuscito a fotografare con le sue azioni in campo un modo di vivere il calcio. Le gomitate, i falli, la lotta di De Rossi sembravano uscire dalle nostre partite di calcetto, le parole sulla voglia di vincere che ogni anno si traducevano in delusione non facevano che sbloccarci ulteriori strati di empatia con la sua storia, che è poi la storia di tutti.

Negli ultimi anni il tifo per la Roma ha attirato un interesse bizzarro e ostinato nello star system internazionale: a distanza di poche settimane sugli spalti dell'Olimpico poteva capitare di vedere Timothee Chalamet (che ha dedicato anche un post su Instagram alla vittoria della Conference) o Damiano dei Maneskin. Un'ondata di glamour che stride con la bandiera sventolata in Curva Sud con la faccia di Daniele De Rossi come sineddoche del romanismo: un primo piano eterno, rubato in un momento di gioia o di rabbia, o forse di entrambe insieme, con la vena gonfia sul collo coperto dalla barba lunga, gli occhi semichiusi in un'estasi da passione.

«C’è qualcosa di vagamente mitologico in Daniele De Rossi» scriveva Matteo Orlandi in un pezzo uscito tre anni fa su Sportellate, «lo sguardo sempre in lotta, la bava che va a contornare la barba lunga e mai troppo curata, il digrigno dei denti, la bile riversata a fiotti in campo. Anche il tatuaggio tamarro sul polpaccio, un intervento in scivolata che mira più alla gamba dell’avversario che alla palla, contribuisce a rafforzare la sua figura di guerriero, di uomo in perenne lotta, prima contro se stesso e poi contro tutto il mondo».

Forse è anche questo uno dei motivi che ci portano a svuotare i post della SPAL su Twitter per vederlo allenare, ad ascoltare le conferenze stampa e a cercarne la visione di gioco dopo tre partite in panchina. La sua personalità solo apparentemente divisiva e riottosa fa in realtà il paio a quella dei tifosi italiani: in qualche misura ognuno di noi trovava se stesso (o almeno, la parte di sé che corrisponde al tifo, spesso animalesca o a-razionale) nelle reazioni violente di De Rossi nei momenti difficili della Roma, nella sua rabbia di fronte all'impossibilità di vincere da solo.

Il dolore di De Rossi alla fine del derby del 26 maggio del 2013 o dopo il gol della bandiera (segnato da lui) a Manchester (o ancora, dopo gli scudetti persi) è il dolore di qualsiasi amante che si deprime per i fallimenti o le colpe dell'amato. Che poi non è altro che la sensazione che un tifoso prova nel corso della sua vita sulle gradinate.

La simbiosi di De Rossi con il romanismo è lo spirito identitario che cerchiamo nei colori delle squadre di calcio. Alla fine, è bastata la prima vittoria da allenatore perché De Rossi ritrovasse nel pubblico l'immersione di cui parla, un'identificazione istantanea, frutto di un amore puramente istintivo che circonda il suo mito in campo. Un amore che si nutre dell'eterogeneità e dell'esperienza, e che ci permette di rimanere affezionati a De Rossi anche se di giallorosso, oggi, ci sono solo i bordi delle sue Nike.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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