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3 min

- di Luca Bagni

Considerazione sparse su "The Redeem Team"


Il documentario Netflix esplora l'avventura di un rinnovato Team USA, nel suo tentativo di ripristinare il suo dominio mondiale. Un'ora e mezza circa di celebrazione a stelle strisce, condite con veleno di Black Mamba.


- Quella Olimpica del 2004 traspare come la più sonora ed evidente sconfitta agli occhi dell'opinione pubblica del team USA, e di gran lunga per giunta. Del resto in America a quei tempi l'Olimpiade era l'Evento per eccellenza, ma sul mondo basket vigeva una forma di snobismo e senso di superiorità intrinseca. Il vero trauma è quindi la sconfitta con l'Argentina nel 2004, il momento in cui Team USA decide di cambiare approccio. Le parole di Mike Krzyzewski, Wade ed Anthony sono eloquenti : "Gli argentini giocavano insieme da anni ed erano come fratelli, a noi veniva chiesto di diventare squadra in due settimane";

- E' un peccato non venga sottolineato come ancora nel 2006 gli USA non avessero compreso di dover studiare gli avversari, non potendosi più fidare della loro supremazia fisica e della profondità del loro roster. Nella conferenza stampa post semifinale mondiale con la Grecia, coach K utilizzò il numero di maglia anziché i nomi dei greci: si dice che ciò fosse dovuto alla difficoltà di pronunciarli, ma quel che è certo è che non successe mai più. La stessa faccia divertita di Howard nel richiamare alla mente "Baby Shaq" Schortsanitis è un ulteriore conferma di questa mancanza di umiltà. Idem dicasi, perfino a Pechino 2008, per il passaggio su Ginobili;

- Nonostante il documentario si concentri ovviamente sulla nazionale USA, si può notare la grande crescita del movimento in campo internazionale. Il Dream Team era stato qualcosa di quasi sovrannaturale, con gli stessi avversari che si trasformavano in accaniti fans, mentre il Redeem Team era una "semplice" squadra di pallacanestro. Il mondo aveva imparato a non aver paura della scritta USA sulle maglie, e soprattutto era diventato molto più competitivo. Tolta l'alone del Mito, il Team di Kobe, Lebron, Wade e un Prime Carmelo aveva poco o nulla da invidiare alla squadra del 1992. A ben vedere valeva il contrario: al Dream Team mancava l'Avversario, mentre Spagna-USA, la finale 2008, rimane invece una delle più belle partite nella storia della pallacanestro;

- La dinamica Kobe-Lebron viene solo accennata. Era sperabile andare oltre, soprattutto in ragione del rapporto tra i due, culminato con l'immagine di Lebron che scende dall'aereo dopo la morte di Kobe. Contestualizzando, nel 2008 Kobe era appena tornata a disputare una Finale dopo gli anni bui del post-Shaq, ma era Kobe. Lebron invece era nel pieno della sua prima era Cavs, quella dove aveva il ruolo della star frustrata che macinava delusioni playoff. Kobe era quindi l'apice e Lebron consapevole che ciò che serviva per sfidarlo era un anello, alla cui mancanza rimedierà con le note peripezie. La convivenza di molte star in queste occasioni è alla base dell'era dei Super Team, esempio massimo i Miami Heat di Lebron, Wade e Bosh. Non a caso, tutti e 3 membri di questo Team USA;

- Infine Kobe. Meravigliosamente, velenosamente Kobe. Un Gigante in mezzo ai bambini dal punto di vista mentale. Uno in grado di passare in modalità Black Mamba solamente da un ritaglio di giornale. I 3 principali highlights sono tutti suoi. Il "body check" con Gasol, i compagni di rientro in hotel alle 4 del mattino che lo incrociano mentre entra in sala pesi e, ca va sans dire, il bacio con sua figlia Gianna. I primi due episodi elencati sanno di "True Kobe" come pochi altri, e sono il vero valore aggiunto del prodotto, in quanto non conosciuti dal grande pubblico. Ma se ne trovano anche altri, che accomunano Kobe ad altri eroi della nostra infanzia. A proposito della disfatta 2004 Kobe spiega infatti che "E' triste, ma è anche una bella sconfitta, perché il resto del mondo sta arrivando, c'è competizione per rimanere al vertice". Essere felice di scoprire nuovi fortissimi avversari da sfidare, per il brivido della competizione e della sfida. Kobe Bryant non è un terrestre. E' un sayan. Verbo presente non scelto a caso.

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