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4 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse post Italia-Brasile (1-3)


Niente bis, per l'Italvolley femminile il Mondiale resta un tabù: in finale ci va il Brasile.


- Niente da fare, in finale ci va il Brasile. Finisce qui il sogno mondiale dell'Italvolley femminile, ed è una sconfitta che fa malissimo, perché nell’estate dei mille trionfi azzurri in tanti si aspettavano una ciliegina sulla torta da una nazionale che, a ben vedere, era nel novero delle favorite ed aveva appena vinto europeo e Volley Nations League. La nazionale carioca sconfigge l’Italia per 3-1, dopo una partita combattuta in cui la differenza l’hanno fatta i dettagli, o forse un unico grande dettaglio: il livello difensivo del Brasile, qualcosa di incredibile che ha trasformato la partita in un incontro di boxe contro un muro di gomma per la nazionale di Mazzanti. A forza di rimbalzare su quel muro di gomma, alla fine, siamo caduti per K.O. sotto il peso di tutte le nostre aspettative, senza riuscire a sfatare il tabù della massima competizione mondiale nel settore femminile e fallendo il bis del titolo appena vinto dai colleghi della nazionale maschile;

I primi tre set offrono un livello pallavolistico stratosferico: le due squadre combattono punto a punto, ed i parziali tiratissimi lo testimoniano (23-25,25-22, 24-26), tra scambi lunghi, colpi incredibili, capolavori tecnici a ripetizione. Il sentore della disfatta si fa largo quando Egonu tira fuori la palla set del 2-1 ed il Brasile prontamente ci castiga vincendo 26-24 ai vantaggi il terzo set: questione di centimetri, quelli che separano il colpo del nostro opposto dalle dita del muro avversario, ma spesso da questi particolari dipende un mondiale. Da là in poi è una passerella per le verdeoro, e nell’ultimo set l’Italia risente di un contraccolpo psicologico troppo grande per esser colmato. L’ultimo set finisce 25-19 con un muro dell’immensa Carol, ma la nostra nazionale si è sciolta ben prima. A giocarsi il titolo mondiale con la Serbia ci vanno, meritatamente, le ragazze di Ze Roberto;

- Ma come mai il Brasile è sempre protagonista? Come mai cambiano gli anni, le generazioni, le giocatrici, ma riesce sempre ad arrivare in fondo ad ogni manifestazione? Al di là di ovvie considerazioni sulla bontà della scuola e sul talento dei singoli, c’è un motivo principale: la nazionale verdeoro gioca, ed ha sempre giocato nella storia, come una squadra. Questo concetto di sacrificio per una causa comune sembra trito e ritrito, ma si conferma invece un ingrediente di sicuro successo nello sport, e si esplicava benissimo stasera nello spirito difensivo della metà campo brasiliana: lo sa bene Ze Roberto, un allenatore che ha vinto tutto e che continua incessantemente ad usare questa, sempiterna, ricetta. Anche stasera, le carioca han usato un “catenaccio” in salsa pallavolistica con marcatura stretta su Egonu, mossa sufficiente come granello di sabbia che si infila nelle rotelle del nostro meccanismo, facendolo saltare. Potremmo poi dire che ci sono giocatrici di grande esperienza come Macris e Gattaz, che c’è la campionessa Gabi, la sorpresa Carol, ma dobbiamo anche dire in campo stasera c’era anche qualche giocatrice che nel nostro campionato faceva panchina (Montibeller). Complimenti alle brasiliane, che ci ricordano che nei giochi di squadra spesso, lapalissianamente, bisogna esser squadra per far risultato;

- La sfida dentro la sfida era quella tra le due star Egonu e Gabi, che curiosamente tra pochi giorni andranno ad indossare la stessa divisa (quella del Vakifbank Istanbul): oggi erano separate da una rete, e si sono spartite il ruolo di attaccanti principali per la propria squadra. Al di là, dei dati, mostruosi per entrambi, una differenza sostanziale è saltata all’occhio: Egonu nell’Italia è stata usata come unico terminale offensivo, ed ha giocato praticamente sempre contro muro schierato per assenza di varianti tattiche. La campionessa brasiliana invece è stato un tassello in un puzzle di squadra che ha funzionato: sicuramente il tassello che col suo talento ha elevato tutta la qualità complessiva di gioco, ma non l’unica a cantare e portare la croce. Stasera ha vinto Gabi, ma ci ha ricordato che la pallavolo non è proprio uno sport individuale, e che nessun campione è tale se ha una squadra che permette di diventarlo;

- Ammesso che ci sia qualcosa da imputare, cosa si può imputare all’Italia? No, non si tratta di puntare il dito contro, non dopo una semifinale mondiale, una gara cioè che includeva la nazionale di Mazzanti tra le prime 4 al mondo, peraltro dopo aver vinto europeo e VNL. Se analizziamo però la gara, anzi la doppia gara col Brasile (che ci aveva sconfitto anche nei gironi), vediamo come la dipendenza da Egonu, spesso salvifica, questa volta sia stata una croce: non certo per la nostra campionessa, che ha sempre a referto punteggi incredibili, ma perché quando scarseggiano le varianti tattiche, non abbiamo soluzioni per uscire dalle difficoltà. Stasera tutti gli altri attaccanti sono stati serviti poco dalla regia monotematica di Orro, ed infatti non sono mai riusciti ad entrare in gara: il turnover Sylla-Pietrini-Bosetti difatti non ha funzionato per nessuna delle tre, e per i centrali è rimasto ben poco da attaccare. Abbiamo una finale per il bronzo da giocare, contro gli USA, un’altra corazzata (ma d’altro canto, siamo tra le migliori 4 al mondo): soprattutto però, è una nazionale con un presente che ha già mostrato un lato splendente, e con qualche piccolo accorgimento si può preparare ad un radioso futuro. In fondo, superato questo amaro calice, Parigi è alle porte.

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Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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