Article image
,
3 min

- di Luca Villari

Considerazioni sparse su “Kobe: una storia italiana”


Il documentario Amazon sul Black Mamba si sofferma sulle radici italiane di Bryant. Un'adolescenza con il lusso della lentezza della vita di provincia, base solida che ci ha consegnato un campione orgogliosamente un po' italiano.


- Il come lo immagini e il come lo fai sono i nemici della felicità. Perché nel tentativo di realizzare un sogno, spesso bisogna fare i conti con la realtà, fino a sbatterci il muso. Come quando, entusiasta, compri on line ma a casa ti arriva una brutta sorpresa. Una volta visto, “Kobe: una storia italiana” non lascia l’amaro in bocca e neanche dubbi sul percorso fatto per raccontare un idolo come Bryant. Immenso, complesso, umano ma crudele quando necessario. Italiano, in parte, perché cresciuto in Italia negli anni più delicati per un ragazzo. Italia, nazione che spesso è sinonimo di spensieratezza, divertimento, libertà soprattutto. Se quella di Kobe è una storia italiana, il documentario non può essere da meno sin dal titolo, usando quei toni romantici da cinema tricolore del dopoguerra. Dove tutto è bello, limpido ma altrettanto sfocato per rendere sfuggente la bellezza di un sogno. Tutto è un po’ agro-dolce, ingenuo come la vita di provincia, solido come le radici. Quelle che Kobe non ha mai rinnegato;

- Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Sono le tappe che Joe Bryant, padre del Black Mamba, decise di intraprendere in Italia dopo l’addio all’NBA. Alcuni lo chiamano svernare, altri potrebbero definirla nuova esperienza di vita dopo aver dato tutto in un contesto d’élite come quello americano. Fatto sta che, tra il 1984 e il 1991, Bryant senior iniziò e concluse il suo personalissimo giro d’Italia con palla a spicchi al seguito. E famiglia, ovviamente. Due femminucce e un maschietto di 6 anni: Kobe;

- Per i dettagli, per sentire i racconti della sua prima maestra e dei compagni di classe, basta abbonarsi ad Amazon Prime: spese di spedizioni gratuite e consegne rapide. In più film, serie tv e documentari, tra cui Kobe, appunto. Questo è noto, ciò che merita altrettanta evidenza – almeno per chi non si accontenta di guardare e basta – è la scelta narrativa fatta dalla produzione;

- Kobe Bryant è una leggenda dell’NBA ma in Italia è cresciuto “solo” come Kobe, ragazzo normale che aveva il sogno del basket. Ragazzo che prima di spiccare il volo nella pallacanestro a stelle e strisce aveva voluto mangiare un gelato con la sua comitiva italiana. Per tutte queste ragioni, il documentario – volontariamente ma obbligatoriamente - lasciare sullo sfondo le imprese dell’ex Lakers. L’obiettivo è soffermarsi sull’emotività che scaturisce, a posteriori, dalla consapevolezza di aver avuto il privilegio di accogliere e crescere come un figlio colui che è diventato un’icona del basket mondiale. Diciamo sempre che internet e i social annullano le distanze. Un dono che regala l’immediatezza del quotidiano viversi ma che disintegra la gradualità delle cose. La forza del documentario è proprio questa. Mettere completamente da parte l’assillante perversione del moderno “tutto intorno a te” e far rivivere la lenta, calda, affettuosa vita di periferia. Non senza inciampi, come le ricostruzioni storiche di scene di vita vissuta, con Linton Johnson nei panni prima di Bryant padre e di Kobe poi, sino alla riproposizione del Kobe bambino che si allena, gioca e scrive quello che poi sarà il suo testamento: “Dear Basketball”. Un plus che rende la narrazione inutilmente artificiosa, così come l’utilizzo di musiche elettroniche anni ’80. Forse un richiamo a Stranger Things, a quell’essere bambini predestinati, nati per fare qualcosa di grande. In questo caso però, l’utilizzo sembra eccessivo ed aumenta l’effetto bolla di miele, “un po’ troppo italiana” direbbero in Boris;

- Il lusso della lentezza. Come il film Netflix su Roberto Baggio, incentrato sulle fragilità di un campione, “Kobe: una storia italiana” sceglie un lato della storia. Qui – e non potrebbe essere altrimenti – è quello italiano. Quello in cui l’incedere lento del tempo ci prepara al caos vorticoso e rapido della vita. La bellezza dell’opera Amazon su Kobe è sicuramente questa. Parla di un passato che oggi ci sembra lusso, quando si poteva crescere con calma, senza ossessioni, almeno apparentemente, e nella rituale, sfavillante ed elettrica quotidianità di quel periodo. Un’epoca che sta tornando con le sue mode e sonorità, mai morta forse. Così come non lo è Kobe, assente ma più vivo che mai.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Il 1987 è l'anno d'esordio della serie americana The Simpson. Inoltre, il Napoli di Maradona vince il suo primo scudetto e le isole Figi diventano una repubblica. Ah, nasco anche io, per poi approdare su sportellate.it nel 2022. In mezzo tante cose ma quel che conta ora è essere qua: parliamo di vita, parliamo di sport.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu