
Quando vincere è l’unica cosa che conta, è giusto esonerare Max Allegri
Dopo la disfatta col Benfica, la Juventus è sempre più vittima della sua retorica.
Chissà se lo zio Sam avrebbe mai pensato di diventare così famoso. Il “non è quello che il tuo paese può fare per te ma quello che tu puoi fare per il tuo paese” è diventato uno slogan immortale, dalla propaganda di reclutamento USA della seconda guerra mondiale, ad ogni dimensione della vita quotidiana. Lavoro, famiglia, sport. E gli sport di squadra sono quelli a cui il motto americano calza meglio. Dunque, dato che la Juventus ha già fatto tanto per Allegri, ora ci si interroga su quello che Allegri può fare per la Juventus. Poco sembra, e se i sospetti c’erano già l’anno scorso.
L’importantissimo match contro il Benfica - diventata quasi la partita dell’anno a causa delle sue battute e dichiarazioni – ha ribadito come il Max II sembri sempre più fuori contesto.

Allegri una volta
Il ragionamento su cosa poter fare per gli altri e viceversa è un paradosso ovviamente. È l’esempio perfetto del cane che si morde la coda, di soluzioni che sono anche il problema e il contrario. Quel che resta è una certezza: per quanto il coach bianconero pungoli i suoi giocatori solo per stimolarli, da un po’ di tempo a questa parte le sue parole sembrano costantemente asincrone, anzi, fuori luogo.
Come quei comici che negli anni ‘80 facevano furore ma, riproponendo i loro spettacoli oggi, lasciano un senso di smarrimento. Di inadeguatezza a volte. L’attuale problema di Allegri non è il politically correct o la sparizione dell’umorismo (anzi). Sembra quasi che lui, un uomo portare di idee molto semplici, con modi di fare schietti e sinceri, continui a vivere secondo i valori di un’altra epoca. Rispettabili e validi ma da rivedere, perché le metodologie, la psicologia, le generazioni soprattutto, mutano.
Una delle ultime, controverse dichiarazioni è quella su Dusan Vlahovic, con il serbo invitato (o bacchettato) a migliorare la pulizia del gioco e le sponde per i compagni. Fatto questo, gol e fluidità dovrebbero arrivare a palate. Un concetto anche logico dato che non si finisce mai di migliorare, ma forse l’esternazione pubblica - visto anche l'evidente nervosismo palesato dal serbo - andava evitata.
L’altro esempio eclatante è stato quello con protagonista Dejan Kulusevski, reo di correre male in mezzo al campo. Una critica mossa da chi vedeva il ragazzo tutti i giorni, quindi sicuramente fondata ma utile ad un giocatore che in quel momento era vittima di una palese involuzione?
Una situazione simile si era presentata con Chiesa all’inizio, con Federico colpevole di essere troppo anarchico e poco avvezzo al gioco di squadra, obbligato a dovere seguire concetti semplici (sempre loro) per spiccare individualmente e collettivamente. Lo stesso Federico Chiesa che Allegri ultimamente invoca spesso, consapevole che la sua elettricità potrebbe essere vitale per una Juventus ora così piatta. Per scoprire se l’apporto dell’ex Fiorentina sarà decisivo dovremo aspettare, tuttavia una controprova sul fallimento del metodo Allegri c’è già stata con Kulu. Lo svedese è letteralmente rinato in Inghilterra.
Sarà stato per un calcio più adatto alle sue caratteristiche, per il gioco schematico ma intenso di Antonio Conte. Molto più probabilmente a giovargli sarà stato il puntare deciso su di lui, inserendolo in un Tottenham che potesse esaltarlo. Allegri dirà che sono coincidenze che è stato ceduto (insieme a Bentancur) per far spazio a Vlahovic, fatto sta che le sue idee non sono riuscite ad esaltarlo.
Allegri oggi come ieri
Per giudizi definitivi bisognerà aspettare l’evoluzione – o eventuale involuzione – di Fagioli, Miretti e Soulé. Giovani, bravi ma inesperti. Con il secondo i segnali sono abbastanza positivi, forse perché in lui Allegri vede quella prontezza che chiede sin da subito. Quindi se sono bravi giocano, anche se acerbi. Il tutto specificato per smentire lo scetticismo su Max, il quale potrà essere lasciato in pace se anche dagli altri tirerà fuori il meglio.
Ma il dubbio sul suo metodo resta. Su quel bastone e carota che fa tanto old school. Che può andare anche bene ma che, ad un certo punto, crea perplessità sulla capacità di comunicare con i ragazzi. Un divario generazionale che è una barriera e che, nel calcio, a volte dà la misura di quanto un tecnico possa definirsi sempreverde. Esempio: nonostante l’età Claudio Ranieri è uno di quelli che, fino a poco tempo fa, ha dimostrato di entrare in empatia con i calciatori nonostante la carta di identità.
Juventus prigioniera dei clichè
Magari non lo pensa ma sembra che ad Allegri dia quasi fastidio avere a che fare con i ragazzini. Servono prima di tutto uomini per lui, fatti finiti, seri, già pronti, non c’è tempo per le chiacchiere, per cose da donnicciole. Perché una volta si faceva così, la sensibilità che richiede uno sforzo nel dialogo e l’eccentricità sembrano più un problema. Bisogna essere semplicemente funzionali e rispettare le consegne. Per portare le cose su un piano pratico, se questa Juventus avesse avuto Kvaratskhelia, non sembra eresia ipotizzare che Allegri avrebbe avuto da ridire sul suo calcio istintivo e selvaggio. Anche qui non avremo la controprova ma qualcosa stiamo già ottenendo.
Se i detrattori della prima Juventus accusavano Max di vincere solo perché circondato da campioni, gli stessi critici stanno avendo ragione sul come, con giocatori meno quotati, non riesca a fare la differenza.
C’è tempo, la stagione è lunga, tutto può cambiare e spesso le alchimie si trovano in un attimo. Specialmente quando avrai un Pogba, un Di Maria ed uno Chiesa a pieno servizio. Intanto Vlahovic dovrà continuare a lavorare sulla sua pulizia.
Il problema è capire cosa – sermoni a parte - possa fare Max Allegri per rilanciare una squadra che squadra non è. La splendida retorica del “vincere è l’unica cosa che conta”, farcita con l’esaltazione del solo risultato, suggerirebbero già cosa fare con il mister ma Arrivabene ha già risposto. Anzi: ha aperto.
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