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- di Gabriele Moretti

Il ritorno del pallone in Ucraina


Partiamo dalla partita di qualche settimana fa tra Rukh Lviv e Metalist Kharkhiv per raccontare la storia di un calciatore inglese che è voluto tornare in Ucraina e di come per lui, i suoi compagni e l'Ucraina intera sia importante giocare di nuovo a calcio nonostante l'invasione.


Un rumore stridulo, come un fischio potentissimo, risuona nell’aria mentre i giocatori di Rukh Lviv e Metalist Kharkiv si fermano per un momento e guardano il grande cronometro dello stadio. Sono perplessi, è soltanto il quarantatreesimo minuto, perché l'arbitro ha già fischiato fine primo tempo? Ovviamente non era il fischio dell'arbitro, ma il suono del sistema di allarme aereo che dallo scorso 24 febbraio è diventato parte della vita quotidiana in Ucraina. I giocatori hanno comunque bisogno di qualche attimo per raccapezzarsi, ma appena compresa la situazione, giocatori, arbitri e staff si infilano immediatamente nel rifugio antiaereo più vicino.

«Abbiamo dovuto interrompere la partita per circa una mezzora. Era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. Siamo andati nel rifugio nello stadio e ci siamo rilassati, poi siamo tornati in campo e abbiamo continuato a giocare», ha raccontato ai giornali il centrocampista Viv Solomon-Otabor, uno dei pochi stranieri rimasti a giocare in Ucraina dopo l’invasione russa. «Ma appena abbiamo iniziato il secondo tempo, c'è stato un nuovo allarme e questa volta abbiamo dovuto aspettare quasi cinquanta minuti prima di tornare in campo». E quella non sarebbe stata l’ultima interruzione. Doversi fermare così tante volte è stato davvero fastidioso, perché mentre giochi sei totalmente concentrato sulla partita. Allo stesso tempo però, a ogni allarme pensavo “questo potrebbe davvero essere pericoloso!”» ha aggiunto. La partita, alla fine, l’ha vinta per 1-2 il Metalist Kharkiv, esattamente quattro ore e ventisette minuti dopo il calcio d’inizio.

I giocatori di Rukh Lviv e Metalist Kharkhiv nel rifugio antiaereo.

Come vi abbiamo raccontato un paio di settimane fa, la Premier League ucraina ha ripreso a giocare in agosto, con una scelta rischiosa, fortemente simbolica e considerata persino provocatoria da alcuni, ma volta ad aiutare le persone a distrarsi dagli orrori del conflitto. Ben sedici squadre hanno iniziato la stagione, tutte in città lontane dalla prima linea. Nonostante la distanza, però, si gioca sotto la costante minaccia dei missili russi che, come si è visto in passato, possono agilmente colpire anche città molto distanti, persino a Lviv. La stagione 2021-22 è stata interrotta bruscamente quando l’artiglieria russa ha iniziato a bombardare e il campionato si è chiuso senza alcun vincitore. Lo Shakhtar Donetsk, in quel momento primo in classifica, ha ottenuto l’accesso diretto alla Champions League – che ha festeggiato inaugurando la nuova stagione europea battendo 4-1 il RB Lipsia fuori casa! – mentre la Dinamo Kyiv è stata eliminata ai preliminari e ora gioca l’Europa League. L’ultimo posto europeo, quello in Conference, è stato assegnato al Dnipro.

Viv Solomon-Otabor è un calciatore britannico di origine nigeriana, ha 26 anni e si è trasferito nel campionato ucraino durante il mercato di riparazione dello scorso gennaio. Cresciuto nel Birmingham City, ha girato diverse squadre prestigiose tra Championship e League One – Blackpool, Bolton, Portsmouth e Wigan – con una piccola parentesi al CSKA Sofia nel 2019-2020 bruscamente interrotta dal blocco del campionato bulgaro causa pandemia. Dopo una brevissima esperienza in Scozia al St. Johnstone segnata da un brutto infortunio, l'ex giocatore del Wigan Athletic ha firmato per il Rukh Lviv sperando di togliersi qualche soddisfazione sui campi dell’Est.

Dopo il suo arrivo, il club ha trascorso tre settimane in ritiro in Turchia per carburare dopo la lunga sosta invernale. Finita la preparazione, Solomon-Otabor si è preso qualche giorno libero per andare a trovare la sua famiglia in Inghilterra ed è tornato immediatamente a Leopoli, pieno di entusiasmo per l’inizio della sua nuova avventura calcistica. Un'avventura che sarebbe durata il tempo di un allenamento. «Non ho mai pensato che sarebbe davvero successo qualcosa, nessuno se lo immaginava. È stato uno shock tremendo per me e per tutti gli altri». Al momento dell’invasione, ai giocatori sono state date istruzioni su come raggiungere il confine polacco autonomamente e, dopo diverse ore, circa dieci, di attesa al confine immersi in un mare di migliaia di persone in preda al panico, il centrocampista è stato in grado di entrare in Polonia. Da lì si è diretto a Cracovia, da dove ha potuto prendere un volo per tornare in Inghilterra.

Medyka (Ucraina), 25 febbraio 2022: migliaia di cittadini in fuga dall'Ucraina in fila per entrare in Polonia
(W. Grzedzinski/The Washington Post)

Nonostante la FIFA avesse inizialmente consigliato ai giocatori stranieri di rescindere unilateralmente i loro contratti a causa della guerra, Solomon-Otabor ha deciso fin da subito di continuare appena fosse possibile la sua esperienza con il Rukh Lviv perché lì sapeva con certezza di essere un titolare, di poter giocare sempre e fare la differenza in campo. Oggi, sette mesi dopo la fuga e dopo le prime giornate di questo nuovo strano campionato, non si è pentito della scelta, anzi racconta di essere felice di vedere come lo sport – e quindi lui stesso – stia facendo qualcosa per aiutare le persone a distrarsi e a restare positivi in una situazione tanto tragica. «Il calcio sta permettendo a tutti di riunirsi per sostenere la propria squadra, di mostrare amore per il proprio paese e sostegno ai soldati che stanno combattendo al fronte» ha raccontato. Prima di ogni partita si osserva un minuto di silenzio in onore di tutte le vittime civili della guerra, di tutti i soccorritori e di tutti i soldati. Molte squadre hanno anche contribuito a grosse raccolte fondi per aiutare la popolazione grazie all’organizzazione di partite amichevoli in tutta Europa, come quella giocata dallo Shakhtar Donetsk a Roma lo scorso 7 agosto in un Olimpico a dir poco gremito.

Viv, come tutti i suoi colleghi, ritiene fondamentale che il campionato sia ricominciato, nonostante per ora si possa ovviamente giocare soltanto all’interno di stadi diversi, con i tifosi costretti a seguire le partite in TV o su YouTube. «Mi ricorda il periodo del lockdown», dice. «Chiaramente sarebbe più bello avere i tifosi allo stadio, ma è ancora più bello e più importante vedere che tutte le squadre riescano a giocare. Bisogna fare un grande applauso al governo e al paese per aver trovato un modo di garantire la continuità del campionato e dello sport in generale».


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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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