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3 min

- di Massimiliano Bogni

Considerazioni sparse su "Untold: Ascesa e declino di AND1"


Una delle più iconiche e tragiche storie di basket e marketing, trasposta senza filtri e censure, riportandoci all'essenza del Gioco e dello Sport. AND1, baby!


- Quando Netflix ha comunicato che il 23 agosto sarebbe uscito un nuovo episodio della seconda stagione di Untold, serie di documentari che indagano retroscena e intrighi delle storie sportive più controverse, lungo la schiena degli appassionati di pallacanestro è scorso un inebriante brivido di adrenalina. Ebbene sì: "Ascesa e declino di AND1" parlava di quell'AND1. Dal 1993 al 2005, il marchio fondato da Seth Berger, Jay Coen Gilbert e Tom Austin ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, un'icona di stile, linguaggio e forma mentis. Qualora non conosceste la storia o non foste interessati minimamente al basket, fregatevene. Prendetevi 69 minuti di tempo e immergetevi nell'atmosfera a cavallo tra Vecchio e Nuovo Millennio. Perché, al pari delle correnti artistiche degli scorsi secoli, AND1 è andato oltre i confini dello sport;

- Essenza. Cuore. Rispetto. Termini che ritornano più volte nel documentario. Li menzionano tutti gli attori coinvolti nella magnifica e vorticosa storia di AND1: i fondatori, laureandi di Stanford accomunati dalla passione per la palla a spicchi; streetballer, conosciuti coi soprannomi come se fossero (e lo sono stati) artisti, pittori, musicisti; agenti dei giocatori, ponte spesso inesistente tra i vertici dell'azienda e gli atleti. A distanza di anni, più che rancore o rabbia nelle parole e negli occhi delle voci narranti traspare una sensazione agrodolce, citando Tom Austin. Sarebbe potuto andare meglio, ovviamente. Lo riconoscono i creatori del marchio: considerare Skip 2 My Lou, The Professor, Hot Sauce, Helicopter e tutti gli altri come dipendenti e non alla stregua di semplici atleti sponsorizzati avrebbe evitato la rottura tra chi si sentiva sfruttato e chi si arricchiva alle spalle e sulle spalle di uomini cresciuti dal nulla e nel nulla i quali, affacciandosi sui palcoscenici più glamour del mondo, hanno rivendicato un trattamento più munifico;

- Alla fine, nonostante tutto, Parigi è valsa bene una messa. La fine per nulla silenziosa e lieta non cancella l'opportunità incredibile che tre bianchi universitari hanno regalato a una comunità afroamericana osteggiata dal patinato e ovattato mondo mainstream. Ognuno dei baller meriterebbe un approfondimento dedicato. Due esempi su tutti: Skip 2 My Lou, unico della cerchia ad aver calcato i parquet NBA; The Professor, paragonabile a Eminem per la capacità di essere un white boy apprezzato e rispettato sia dai nigg*s che dai figli della borghesia e della classe dirigente americana. Il bello e il brutto di AND1 è quella di essere rimasta, inderogabilmente, sé stessa;

- Nonostante l'infortunio di Stephon Marbury, che ha impedito il primo approccio all'NBA tramite la linea di scarpe. Nonostante le perdite dei primi anni di gestione, nei quali le magliette e le cassette venivano regalate per rincorrere una viralità oggigiorno più facilmente ottenibile tramite social network. Nonostante il confronto con l'impero Nike, soverchiante per budget e visibilità, inaffrontabile anche quando copia spudoratamente l'iconografia di AND1 per spot pubblicitari e design delle calzature in uscita. AND1 non è mai scesa a compromessi, e a questo deve la sua scalata e la sua caduta. Entrambe fragorose, eccezionalmente fragorose;

- Sviscerando tutti i passaggi dell'evoluzione del marchio AND1, il documentario targato Untold riporta immediatamente, come fosse una macchina del tempo, a usi e costumi irripetibili nell'anno domini 2022. L'irriverenza, l'arroganza stilistica e comunicativa, la sfacciataggine espressiva di AND1 non sarebbero accettate nell'assai prudente era del politicamente corrette e del buonismo imperante che governa la contemporaneità. AND1 significa selvaggio, crudo, rifiuto delle convenzioni. Niente di più pericoloso per la razionalità odierna. Ma fa davvero così male assecondare gli istinti, le emozioni più intime e animalesche dell'animo umano?;

- Per chi non li ha vissuti in prima persona, Nineties e primi anni 2000 paiono ora lontanissimi. Per chi è nato o cresciuto prima, sono un miraggio, anni che a ripensarci adesso assomigliano a un respiro onirico tra sospiri affannosi e faticosi. Riuscire a comunicare tutto ciò in poco più di un'ora di documentario, affidandosi a immagini, voci, ricordi legati a un marchio sportivo è per pochi, pochissimi. Untold ci è riuscito, per l'ennesima volta. Quando vedrete la scritta AND1 sulle scarpe di qualcuno al campetto, sulle magliette del vicino in metropolitana, sui pantaloncini del ragazzo che fa ripetizioni a vostro figlio, ora potrete dire di apprezzare come del semplice tessuto di cotone comunichi un'idea, un ideale, una speranza di rovesciare lo status quo. A prescindere da com'è andata a finire, ne è valsa la pena. Può non piacervi il basket, potrete non capirci nulla. Ma guardatelo. Per assaggiare nuovamente l'ebbrezza stordente che l'esistenza è in grado di farci vivere, guardate "Untold: Ascesa e declino di AND1".

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Bergamasco dall'ultimo refolo del secolo scorso. Laureato in Lettere obtorto collo, lontano dall'essere inquadrato e istituzionalizzato. Attualmente anoressico e depresso, ma ci stiamo lavorando. Calcio, pallacanestro, tennis, ciclismo, chi più ne ha più ne metta: lo sport è evento, storia, emozione, comunicazione. Vita, in parole povere.

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