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, 1 Settembre 2022

L'assurda normalità di Erling Haaland


Se non fosse un essere umano reale – e magari un giorno scopriremo che è davvero un androide venuto dal futuro con la missione di cambiare il calcio – Erling Haaland sarebbe potuto essere un personaggio di Blade Runner.


Non so se avete mai visto Blade Runner, ma credo di sì. Insomma, chi è che nel 2022 non lo ha ancora visto? (Nel caso, skippate al prossimo paragrafo, ma andate a vederlo!). In ogni caso è di dominio pubblico la scena finale dell'origami, in cui lo spettatore viene avvolto dal dubbio che anche Harrison Ford, che nel film interpreta l'agente Deckard, sia uno dei replicanti a cui dava la caccia. Di recente, guardando uno degli ultimi gol di Erling Haaland, ho provato la stessa sensazione di smarrimento che provai la prima volta che vidi Blade Runner. Non è solo la forza del plot twist o l'effetto della suspance. Il gol che Haaland ha segnato al Nottingham Forest (il primo di una tripletta) mi ha fatto seriamente pensare alla possibilità che non provenga dal nostro stesso pianeta.

È andata più o meno così. Dopo aver battuto corto un calcio d'angolo Ilkay Gundogan si sbraccia per farsi riconsegnare il pallone, per isolarsi sulla sinistra e crossare prima che Foden perda palla sul pressing di Dennis alle sue spalle. Foden, però, lo ignora e si muove a passi brevi, come se stesse contemplando una creazione che capisce solo lui. Quindi scodella una palla interlocutoria; al centro dell'area, Haaland taglia sul primo palo con la ferocia di un orso, con un marcatore già incollato alla schiena che gli allunga la maglietta.

Un altro attaccante, probabilmente, si sarebbe lasciato andare a terra e chiesto il rigore, scandalizzato dal solo fatto che un difensore gli abbia messo le mani addosso.

Ma Erling Haaland non è un altro attaccante, e per anticipare l'uscita del portiere avversario allunga la gamba sinistra come un rampicante; con un colpo secco, usando la punta del piede, fa gol. Di lì a qualche secondo, Joe Worrall, il difensore che aveva provato a fermarlo con le buone e con le cattive, rotola fragorosamente per terra, mentre Haaland si piega a metà per non cadere ed esulta portandosi un dito all'orecchio, come per dire ai suoi tifosi: alzate il volume, così non vi sento, non ci provo gusto.

Come fa un attaccante non dico normale, ma quantomeno che appartenga alla razza umana, a segnare un gol del genere? Un'azione in cui il fallo di Worrall (cioè, intendo, sarebbe stato fallo contro qualsiasi altra persona) si trasforma in una violenza su Worrall stesso. Si può fermare uno alto quasi due metri che non cade nemmeno se viene picchiato?

Era solo il dodicesimo minuto di Manchester City-Nottingham Forest, e di lì a 26 minuti i gol di Haaland sarebbero diventati tre, tutti segnati con i piedi a ridosso dell'area piccola. Prima del suo esordio in Premier qualcuno aveva già sollevato dei dubbi sul suo adattamento al gioco del Manchester City e al calcio inglese. Sul Guardian, Jonathan Wilson aveva definito il suo Community Shield contro il Liverpool «un debutto non solo da dimenticare, ma da distruggere, incenerire e seppellire in fondo al giardino» e i video dei suoi errori grossolani sotto porta erano diventati virali. L'ex attaccante del City, Sergio Aguero, aveva provocato su Twitch: «Haaland è abituato al campionato tedesco. È arrivato Van Dijk e gli ha detto 'benvenuto in Premier League'».

Benvenuto in Premier League, si può dire, Haaland non se l'è fatto ripetere due volte. Da quella partita contro il Liverpool ha segnato dieci gol in sei partite di campionato (e servito un assist). Il suo impatto con il calcio inglese è stato come quello di un cane buttato in acqua per la prima volta, che dopo il trauma dei primi secondi si sente a suo agio come se nuotasse da decenni. In particolare la mossa di Guardiola di schierarlo sempre più spesso in coppia con l'altro nuovo attaccante del City, Julian Alvarez, sta dando i suoi frutti.

Nella partita contro il Nottingham Forest, infatti, Guardiola ha usato per la prima volta dal 1' un 4-4-2 asimmetrico, con il doppio centravanti. Era stata una soluzione vagliata già nel secondo tempo contro il Crystal Palace (anche lì una tripletta di Haaland) e visti i risultati non è da escludere che possa essere una soluzione da riproporre. In quest'assetto, infatti, Julian Alvarez ha il compito di affiancare le altre mezzepunte per ripulire più palloni possibili da far arrivare ad Haaland, come nel gol del 3-2, segnato dal norvegese a due passi dalla linea di porta dopo uno scambio nell'area piccola proprio tra Alvarez e Bernardo. L'ingresso di Alvarez consente a Haaland di restringere ulteriormente il suo raggio d'azione, dominando con i piedi e con la testa i difensori in spazi strettissimi.

Il gioco di Haaland, per quanto a primo acchito possa sembrare semplice, non scade però mai nella monotonia. Non sarà quel tipo di attaccante che lega il gioco sulla trequarti, e gli manca il gusto per la rifinitura (il che, in una squadra dal palleggio così intenso come quello del City, lo porta a volte ad autoescludersi dalla manovra), ma non si può dire che Haaland sia un corpo estraneo al gioco di possesso del City o che non sia un centravanti tecnico, colmo di soluzioni e visione di gioco. Prendiamo ad esempio l'assist che fa a Gundogan, nella partita in casa contro il Bournemouth.

A centrocampo Walker verticalizza per Gundogan, che si era alzato nel mezzospazio di sinistra alle spalle del centrocampo avversario. Il tedesco viene pressato ed è costretto a passarla di prima a Haaland, anche lui rivolto con le spalle alla porta e strattonato da Kelly. A quel punto Haaland capisce che la sua grazia non gli consentirebbe di restituirla a Gundogan, e ferma quindi il pallone con la suola.

Finito a terra per il contrasto con il marcatore, Haaland va in contrasto anche con Pearson, che per aiutare il suo compagno di squadra aveva formato una morsa da cui il centravanti norvegese si libera con la forza. Il pallone che manda in porta Gundogan è pieno di rimbalzi non voluti, e forse non dovrebbe essere da esempio per come un attaccante deve giocare spalle alla porta. Ciò che conta nel mondo dei replicanti da cui proviene Haaland, però, è la sua straordinaria efficacia.

Pep Guardiola ha scelto Haaland come finalizzatore del Manchester City dopo anni in cui era riuscito a dominare la Premier League (e per certi versi anche la Champions) senza un vero attaccante. De Bruyne, Gundogan, Bernardo Silva, Foden: tutte mezzepunte tecniche, capaci di adattarsi al famigerato mantra «il nostro centravanti è lo spazio». Cosa c'entra un cyborg di 194 centimetri, che gioca con i difensori avversari come se le sue partite fossero un match di MMA, con tutta questa purezza nelle idee di gioco?

Sempre in quel pezzo scritto a fine luglio, Jonathan Wilson aveva definito l'acquisto di Haaland «un rischio» per i pattern di gioco del Manchester City, paragonandolo alla fallimentare convivenza barcelonista tra Guardiola e un altro centravanti "spigoloso" come Zlatan Ibrahimovic. Dal canto suo, Haaland ha detto di aver accettato l'offerta del City immaginando quanti gol avrebbe segnato in mezzo a tutte le occasioni generate dalla squadra e alle sue mezzepunte creative. È difficile immaginare un pensiero più semplice di questo, un pensiero da replicante appunto: voi mi date la palla, io segno.

Per quanto il suo coinvolgimento nella manovra del City non sia ancora eccelso (contro il Bournemouth ha chiuso la partita con sette tocchi, S-E-T-T-E), ciò che sembra interessare davvero a Haaland è solo l'assurda normalità dei suoi gol, eseguiti uno dopo l'altro come un cartellino timbrato in continuazione. Nel caos "logico" di ventuno persone che provano a passarsi la palla pensando, e questo discorso vale se possibile ancora di più per le squadre di Guardiola, Erling Haaland sta riducendo le partite di calcio a un unico gesto: quello di segnare sempre e comunque, fino a provocarci la nausea di uno spettacolo visto cento volte e sempre uguale.

E magari era proprio questo l'intento di Guardiola. Dopo anni in cui l'eliminazione in Champions è arrivata sempre per l'assenza di un attaccante che non sbagliasse nel momento decisivo, Pep sembra averne trovato uno implacabile. I compiti di Haaland nella manovra del Manchester City sono minimali non solo per la sua poca inclinazione, ma anche perché al gioco di connessioni tra De Bruyne, Rodri, Cancelo, Foden (to be continued...) non serve ulteriore tecnica o partecipazione. Potremmo definire il ruolo di Haaland non tanto come il "centravanti", ma come il "finalizzatore". Una nuova versione di attaccante che, in un contesto tattico organizzato e iper-logico, non deve far altro che buttare le porte a terra.

Non può essere un caso se tutti i dieci segnati da Haaland in Premier League provengono dall'interno dell'area di rigore. Anzi, considerando che più della metà (sei, tra cui l'ultimo segnato all'Aston Villa al volo colpito quasi sulla linea di fondo) provengono dall'area piccola, possiamo dire che Haaland sta restringendo l'area di competenza dei centravanti non tanto ai sedici metri, come si sentiva dire una volta, ma all'area piccola, agli ultimi 7 metri. E come si può segnare in continuazione in sette metri quadri senza una grandiosa tecnica di base?

Mentre pensavo di scrivere di Haaland, l'algoritmo di Youtube mi ha consigliato il video "Haaland 99 Strength Moments", una compilation di azioni brutali in cui Haaland non sembra provenire dalla Terra, ma da un altro sistema solare. A 00:42 c'è una sua azione con la Norvegia: con la sua solita mancanza di grazia Haaland va in conduzione dritto per dritto e taglia come un coltellino nel burro la difesa dell'Armenia. Arrivato al limite dell'area si verifica una specie di bug nel sistema: con due centrali ai suoi lati entrati entrambi in tackle per ostruirgli il passaggio, Haaland riesce in qualche modo a passare lo stesso, prima di essere steso dalle due scivolate killer.

A 1:51 manda per le terre Upamecano con un'ancata prima di spostarsi la palla sul mancino e segnare con l'interno del collo nell'angolino lontano. Più si va avanti con il video più Haaland dà l'idea di essere in grado di annientare qualsiasi ostacolo si presenti tra lui e la porta; un Haaland capace di sollevare le montagne, di prosciugare fiumi, di ergere e disfare i corpi a suo piacimento. È in questo la biodiversità di Erling Haaland da tutti gli attaccanti del passato: pur senza l'eleganza di Ronaldo il Fenomeno o l'artisticità dei colpi di Ibrahimovic, e se vogliamo anche senza la completezza di altri grandi attaccanti come van Basten, il suo dominio (anche tecnico) sui difensori avversari è ai limiti dell'orrido.

Haaland scherza con i suoi marcatori, ci si appoggia, gli passa sopra, li evita con un dribbling, li porta a spasso fino alla porta avversaria. Il suo stile di gioco può non essere fine, ma è puramente attivo: ogni tocco di Haaland è volto all'apertura di spazi che prima non c'erano, alla creazione di vantaggiosi uno contro uno che nella maggior parte dei casi si concludono con un suo tiro, e quindi con un gol.

Un'attività interessante è quella di ascoltare il rumore che i tiri di Haaland producono alle reti delle porte. Prendete il secondo gol che segna al PSG nel febbraio di quasi tre anni fa, appena arrivato al Borussia Dortmund, negli ottavi di Champions. Il tiro di Haaland dal limite dell'area, preparato in pochi secondi come se le sue gambe fossero la canna di una pistola in un western, è così violento da ritornare in campo quasi all'altezza del dischetto di rigore. Eppure è il suono a essere sconvolgente: un rumore secco, paragonabile allo squarcio, al crollo di un oggetto che prima esisteva e che non esisterà più.

Il suo primo allenatore, Alf Ingve Berntsen, ha raccontato a Undici (in un articolo che si intitola "Da quale pianeta viene Erling Haaland?"): «Oggi se devi difendere in area contro Erling sai che con un tocco, forse anche mezzo, può segnare. Ma se parte da lontano non sai come fermarlo. È diventato un attaccante incredibile: sembra venuto dal futuro». Un futuro distopico per l'umanità vissuta finora, però, ovvero quello in cui sono i centravanti, per quanto tecnici, a picchiare i difensori, a cercare per primi il duello, a piantare i gomiti sul petto dell'avversario per prendere posizione.

Dopo la tripletta contro il Nottingham Forest Michael Owen ha detto: «Batterà ogni record di gol esistente. È troppo forte, troppo veloce e implacabile sotto porta. Tutto quello che deve fare è evitare gli infortuni». Haaland, invece, ha postato un selfie con il pallone con la solita descrizione: «They ain't believe us». Se non fosse un essere umano reale – e magari un giorno scopriremo che era davvero un androide venuto dal futuro – Erling Haaland sarebbe potuto essere il protagonista di un film o un videogioco cyberpunk. Le sue conduzioni feroci, con la palla però sempre attaccata al piede sinistro, come se i suoi piedi fossero più aggraziati del suo busto da orso e delle sue gambe da rapace, i suoi gol creati dal nulla eppure dall'aspetto sempre così dannatamente facili.

Haaland è forse il calciatore più giovane in circolazione che sta provando a cambiare il calcio. A portarlo nel futuro, rendendolo uno sport sempre più intenso, veloce, brutale. Forse troppo, come dice appunto Owen, per noi abituati ancora al vecchio. Comunque la sensazione è che in questo nuovo calcio nessuno, neanche Mbappé o Nunez, possa competere con Erling Braut Haaland.

  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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