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7 min

- di Michele Cecere

Giocare a scacchi correndo


Ovvero una riflessione sul motivo per cui, a 21 anni, ho sentito il bisogno di iniziare a giocare a tennis.


Il tennis è la perfetta combinazione di una azione violenta
che si svolge in un clima di totale tranquillità.
- Billie Jean King

Capitolo uno: Sono sempre stato scarso

La prima volta in cui ho messo piede su un campo da tennis sarà stato circa sei mesi fa. Era uno degli ultimi giorni di gennaio, e l'aria e il cielo erano tersi come non ricordavo da un po' – forse perché l'inverno, nella provincia di Napoli, porta l'eco di nuvole noiose e inconsistenti e non della più poetica neve. Appena arrivato al circolo scorgo quello che poi sarebbe stato il mio maestro (che d'ora in poi per comodità chiameremo G), un uomo di mezz'età che sembra uscito da un libro di Pennac che mi accoglie gridandomi «Benvenutooo amico miooo» da almeno cento metri di distanza.

Certo in sei mesi le cose sono cambiate e se appena arrivato non sapevo neanche come mettere il peso del corpo su una gamba o sull'altra e capirne la differenza in termini meccanici e di impatto sul gioco, ora posso dire di cavarmela. Di riuscire a giocare discretamente senza rischiare i polmoni o la figuraccia plateale verso gli altri giocatori. Ho iniziato a sentire la pallina, a vederla con più nitore; persino a modulare la potenza del dritto. Soprattutto ho preso confidenza con l'habitat della terra, le sue insidie e i suoi vantaggi, così come il suo odore appena irrigata. Nelle chiazze rosse pollockiane sui lembi più remoti dei pantaloncini o dei calzettoni ho trovato un'infantilità che credevo perduta.

Prima di continuare, però, una premessa inevitabile. Non ho mai praticato uno sport; sono sempre stato pigro e i miei genitori non mi hanno mai sostenuto a fare attività fisica. Da bambino passavo pomeriggi e giornate intere studiando e guardando il calcio in tv, o allo stadio quelle poche volte che i miei potevano permetterselo. Se a tutto questo aggiungete che sono una delle persone più goffe che conosca (e ne conosco!) capirete che uno dei pensieri predominanti che avevo prima di iniziare a giocare a tennis era quello del riscatto. Nell'ultimo album di Marracash Noi, Loro, Gli Altri – che gli è appena valso la vittoria del Premio Tenco – c'è uno Skit in cui Fabri Fibra dice: «Potessi scegliere scelgo centomila volte noi, ma è un attimo che ti trovi in mezzo a loro, o finisci male come tutti gli altri». Tutto il disco ruota intorno alla polarizzazione delle idee e delle discussioni. Alla distanza che crediamo ci sia tra persone, e quindi tra noi e gli altri, appunto.

E allora perché gli altri potevano giocare una partita di calcetto fino alla morte e poi passare il resto della serata sull'onda del «lascia perdere, io perché mi sono rotto il ginocchio eh, altrimenti ora...» e io, dal canto mio, non sapevo neanche come entrare in scivolata o usare una racchetta? Perché ogni volta che mi veniva proposto di giocare a calcetto dovevo rinunciare non tanto perché mi sentissi scarso, ma proprio inadeguato?

Per iniziare mi è servito che mi regalassero una racchetta per il compleanno, e da solo chissà per quanto tempo ancora avrei procrastinato. Forse, nonostante la distanza da noi, sono sempre gli altri a metterci di fronte alle nostre paure.

***

Capitolo due: L'etica

Ho iniziato a giocare a tennis in un periodo delicato. Erano mesi che studiavo per superare esami pesanti, che non mi piacevano o comunque di cui avrei fatto volentieri a meno; uscivo da una relazione lunga e difficile, e non ero certo nell'umore di iniziare un'attività così ingombrante. Eppure non ho mai rinunciato al tennis per depressione o alienazione; ed è forse anche questo che rende il tennis non tanto uno sport quanto una palestra etica: la sicurezza di avere sempre una seconda chance, un altro servizio dopo un fallo commesso, la possibilità di lasciare fermo l'avversario con un inside out poco dopo aver sbagliato una smorzata a rete facilissima. Nel tennis non combatti contro il tempo quanto contro te stesso.

Tra gli sport a punteggio alto il tennis è quello che più si avvicina a un'esperienza catartica. Una volta entrato in campo vieni risucchiato da un mondo con leggi paradossali e infinite, diverse da quelle a cui sei abituato. Un mondo in cui la differenza tra errore e gesto tecnico trascende la sottigliezza: è quasi eterea. Qual è la migliore reazione a un grande punto, se non quella di non festeggiarlo e prepararsi subito a quello dopo? Ogni grande giocata, nel tennis, non è che una semplice giocata. Per quanto può sembrare una legge brutale, l'estetica di un colpo deve essere sempre legata alla sua efficacia.

In un campo da tennis ogni atto dipende dalla sofferenza e dalla felicità allo stesso tempo.

Oserei dire che un bravo tennista (chiariamoci: parlo di tennisti non professionisti, ovvero che non sono abituati a reggere pressioni che travalichino i dieci spettatori) deve accettare l'assenza dell'emotività. Come Yoda spiega a Luke Skywalker ne L'impero colpisce ancora: «avventura, emozioni, a tutte queste cose un Jedi non ambisce». E ancora, spiegandogli perché non è pronto per rinunciare ai suoi affetti e quindi a diventare un cavaliere Jedi, Yoda dice: «tu sei avventato». Ecco, se provate a sostituire "tennista" alla parola "Jedi", il filo del discorso non cambia. Un tennista avventato è il primo nemico di se stesso, come ci ha insegnato la storia di John McEnroe.

Giocare a tennis forgia l'animo alla resistenza alla pressione: non si tratta di semplice passatempo, quanto di fatica e lavoro. Di controllo delle emozioni e della vita che sta fuori dal campo. Non è un caso che, escludendo gli sport a corpo libero che hanno radici pressoché millenarie, il tennis che giochiamo oggi deriva dalla pallacorda francese del Rinascimento, ed è facile immaginare il motivo di tanta longevità. Un gioco che sfida i confini della mente umana, la sua capacità di resistere alle emozioni, non è già senza tempo?

***

Capitolo tre: Giocare a scacchi correndo

Ovviamente i primi giorni e settimane non sono andati così bene da spingermi a queste riflessioni. Se ho trovato un equilibrio (e comunque faccio ancora fatica con il rovescio lungolinea) è arrivato con la pazienza e la ripetizione di gesti che per la metà del tempo mi sembravano insensati. Poggia il peso del corpo sul piede davanti, porta indietro la racchetta, spostati per non farti arrivare addosso la palla. Insomma tutte cose bellissime in teoria e facili a dirsi, ma a cui davo un valore relativo. Il primo obiettivo dello sport non dovrebbe essere il divertimento? La facilità nella pratica? Il suo essere adatto a tutti?

David Foster Wallace – ok, sarà la decima volta che lo cito in pezzi sul tennis, ma confido nel fatto che sappiate già che le sue parole valgono più delle mie – ha fotografato l'essenza stessa di una partita di tennis paragonandola a «giocare a scacchi correndo». E in effetti niente più degli scacchi rende il paragone con la ripetitività nauseante del tennis, in cui ogni punto sembra uguale a quello precedente e invece differisce di pochi centesimi di secondo, di un breve effetto della pallina che prima non c'era, di un posizionamento sbagliato.

Visti dall'esterno, due tennisti che scambiano sembrano automi piuttosto ridicoli che danzano con una lancia concava in mano, i cui grugniti animaleschi tradiscono un gioco istintivo. E invece, come ci ha tenuto a urlarmi contro G quando nell'ultima partita sul 40 pari ho incrociato un dritto sul nastro: «In questo gioco di merda serve intelligenza». Un gioco in cui è facile aspettare che la palla ti arrivi addosso e trascorrere lo scambio passivamente fino a farti stritolare, o dove non puoi permetterti di sbagliare un servizio di pochi centimetri che rischi di perdere l'intera partita di mano.

C'è una famosa frase attribuita a Rafael Nadal che recita: «puoi perdere perché il tuo avversario ha giocato meglio, ma non perché non hai dato il massimo». E tralasciando il fatto che sembra in antitesi con un'altra frase che è sicuramente di Nadal come quella dopo la finale di Wimbledon 2007 (persa contro Federer al quinto set) «ho pianto come non mi succedeva dai tempi degli juniores, e non ho più voluto vederla, nemmeno in dvd», è una frase che regge comunque bene il senso del gioco. A differenza di altri sport come il calcio, in cui un talento fumantino e incomprensibile è considerato persino attraente, il tennis è una questione morale, e la disciplina che getti in campo è direttamente proporzionale ai successi, al merito.

***

Capitolo quattro: Tennis

Lentamente sto imparando che una partita di tennis è speculare a una seduta di psicoterapia. Giocando uno vorrebbe sfogarsi, ribellarsi contro il mondo e i problemi, usare una lente d'ingrandimento per capire cosa non va e affrontarlo; io invece non penso a niente. Ho provato a focalizzarmi sulle mie inettitudini, i miei fallimenti, e farli saltare in aria colpendo la pallina. Poi però entro in campo, lascio a terra il borsone, estraggo la racchetta e la mia mente e il mio corpo viaggiano liberi nello spazio che mi circonda, senza mete.

Andre Agassi ha descritto il tennis come boxe senza contatto, sottolineandone la violenza e il fatto che l'unica scelta che si può fare in campo non ha a che fare con la tattica: è uccidere o essere uccisi. Eppure per me il tennis ha significato anche abbattere, come scrivevo sopra, le barriere con gli altri, a riconoscermi nella vittoria e nella sconfitta, e ad accettarle entrambe.

Come canta Marracash in Dubbi: «Non c'è fuga che conduca all'evasione». Ecco, è forse questa la legge morale ultima che possiamo cercare nel tennis: e cioè che serve a sentirsi protagonisti in campo e nella vita, che serve a capire che scappare non serve se non a tornare al punto di partenza, e che senza fatica e allenamento non c'è talento che ripaga. È anche per questo che siamo al mondo, no? Per non pensare, cioè; per sentirci vivi solo in quel momento di violenza metafisica, con una rete al centro e una racchetta in mano.

Post scriptum
Sopra parlavamo della ripetizione nauseante alla base del tennis. Beh, lunedì ho giocato per l'ultima volta in estate, e ricomincerò a settembre. Mentre lo salutavo parlando dei miglioramenti degli ultimi mesi e gli elencavo quelli che ancora c'erano da fare, l'unica cosa che G mi ha detto è stata: «Quindi quando torni dalle vacanze?».

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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