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3 min

- di Leonardo Salvato

Considerazioni sparse post Verona-Napoli (2-5)


Una partita dal risultato eloquente (che avrebbe potuto essere addirittura più largo) che fotografa alla perfezione lo stato in cui versano le due squadre: il Napoli rimanda al mittente le raffiche di scetticismo piovutegli addosso per tutta l'estate, il Verona conferma tutte le perplessità delle settimane passate sul suo destino in questo campionato.


- La curiosità, in questo afoso pomeriggio di ferragosto, intorno a questa partita era tanta: come se la sarebbe cavata Spalletti nella ricostruzione di un nuovo Napoli, privo degli uomini che per quasi un decennio hanno rappresentato il manifesto della squadra in Italia e in Europa? La sfida, non facile, viene vinta in scioltezza: gli azzurri non forzano mai la mano, anzi è più volte il tecnico a ordinare di portare pazienza nella costruzione della manovra, certo che il palleggio dei suoi avrebbe portato buoni frutti;

- Fin da subito le intuizioni di Spalletti si sono rivelate azzeccate: in soli 25 minuti di partita il Napoli ha avuto ben quattro occasioni, nitide o meno nitide, per affondare il colpo, non riuscendoci solo per pochi centimetri o per la manona di Montipò, reattivo su Zielinski. Una calma olimpica, quella degli azzurri, che non viene scalfita neppure dal vantaggio del Verona, giunto come un fulmine a ciel sereno: il Napoli ha ripreso il filo del discorso senza scomporsi più di tanto, andando al riposo con l'80% di possesso palla e zero falli commessi. E ovviamente sul risultato di 2-1 a favore;

- Ben presto la ripresa diventa pura accademia: dopo l'iniziale gol di Henry, che sembrava aver dato velleità di resistenza agli scaligeri, gli azzurri salgono in cattedra e mostrano il meglio del proprio repertorio. Il terzo e il quinto gol sono un elogio alla coralità del calcio, con Zielinski e Politano che hanno solo il dovere di immortalare le giocate d'alta scuola di Kvaratskhelia (promozione a pieni voti per il georgiano, per lui un gol, un assist e la sensazione che possa diventare un passepartout in grado di aprire qualunque difesa) e Osimhen, ritornato bomber implacabile. Nel mezzo però anche il peggio di ciò che il calcio ha da offrire: l'atteggiamento passivo della retroguardia del Verona, in occasione del 2-4 firmato da Lobotka, è da far vedere nelle scuole calcio, ovviamente con il salvifico disclaimer don't try this at home;

- Una vittoria netta, schiacciante e bellissima del Napoli, che rimanda al mittente le critiche che hanno aleggiato attorno alla squadra per tutta l'estate, rendendo l'atmosfera attorno agli azzurri davvero pesante. Certo, è solo l'inizio, e i dubbi su dove possa effettivamente arrivare questa squadra senza gli uomini migliori dell'ultimo ciclo, tutti partiti durante questa sessione di mercato, non si diradano di certo. Le prime risposte però, specie per quanto riguarda l'efficacia della manovra offensiva, sono parecchio incoraggianti. C'è ancora tanto da lavorare dietro, dove non pochi sono stati gli errori in marcatura, puntualmente capitalizzati dagli avversari: l'intesa fra Rrahmani e Kim, il gigante coreano chiamato a sostituire Koulibaly, è come prevedibile ancora da affinare, ma c'è tempo e modo di migliorare;

- Verona che esce dal Bentegodi con le ossa più che rotte: la squadra di Cioffi è apparsa terribilmente in disarmo, priva di qualunque arma per provare a opporsi a un destino che, dal fischio di inizio, sembrava segnato. La squadra vede poco il pallone e, quando è in possesso, non sa francamente cosa farsene, la retroguardia è apparsa pesantemente in affanno, specialmente nel primo tempo quando Lozano ha fatto quello che voleva del giovane Amione, mentre davanti la coppia Henry-Lasagna è apparsa più pesante del previsto. Il lavoro, anche in questo caso, è tanto, ma Cioffi non può fare tutto da solo: c'è bisogno che la proprietà completi la rosa, rinforzandola nei punti chiave, e il tempo (leggasi mercato in entrata) stringe.

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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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