Logo sportellate
, 6 Agosto 2022

"Mi sentite?"


Cosa ci lascia il ritiro di Sebastian Vettel.

Sebastian Vettel ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalla Formula Uno. Lo ha fatto con due filmati pubblicati su Instagram all’interno dei quali, nelle due lingue di cui è padrone, ovvero l’inglese e il tedesco, sono contenute le motivazioni che lo hanno portato a tale decisione e molto altro.

Vettel racconta e si racconta. Apre le porte della sua vita, ci fa accomodare dentro alla sua sfera privata. Ci dice che ama la cioccolata, che il suo colore preferito è il blu, che è ossessionato dalla perfezione. Soprattutto, ci dice che si trova in quel momento della vita in cui, per lui, è più importante essere Sebastian, piuttosto che Vettel. Che è più importante essere padre, marito, piuttosto che pilota. Ma c’è dell'altro, molto altro.

La vita sportiva di Sebastian Vettel è stata raccontata nelle maniere più differenti possibili. Per il suo addio alla Ferrari lo abbiamo fatto immaginandoci un Gran Premio dei suoi Gran Premi, raccogliendo i momenti più salienti della sua esperienza nella Scuderia. Un altro ottimo modo per raccontare e, forse, spiegare uno dei tanti lati della personalità di Vettel riguarda i suoi caschi, sempre forieri di messaggi positivi. Che si parli di uguaglianza, di diritti, di sostenibilità, oppure che si celebri un grande circuito o una grande leggenda del Motorsport, il tedesco non ha mai fatto mancare un casco degno di nota sul tema.

Da questo punto di vista, è molto interessante notare come negli anni Sebastian sia molto maturato, come abbia compreso che non solo la sua era una voce importante e preziosa da ascoltare ma anche che poteva utilizzarla per trasmettere messaggi nobili. E nonostante ciò, non superando mai i limiti imposti dal sufficiente, dall’essenziale, sempre senza stonare.

Seb, più di altri, meglio di altri ha capito che un pilota di Formula Uno non è mai solo un pilota, specialmente se quel pilota è un 4-volte Campione del Mondo. Ha compreso che faceva parte di una storia che sta rapidamente andando verso il secolare, che ha costruito e rappresentato meglio di altri il Mito della velocità, della competizione feroce e dell’evoluzione tecnologica. Della comunione tra il gesto nobile del pilota e lo sforzo meccanico dell’automobile. Nel Racconto della Velocità, lui è nato, è cresciuto ed è entrato, sì certo come pilota ma anche come tifoso. Come appassionato. Faccio una divagazione.

Uno degli ultimi caschi di Seb, essenziale sia nello stile che nel messaggio.

Andate a recuperarvi il video in cui, tra le tante “challenges” che il reparto media della F1 propongono ai piloti, viene chiesto loro l’elenco di tutti i vincitori della competizione dal 2020 fin addietro al 1950. Fa impressione osservare un pluricampione del mondo come Vettel elencare tutti gli altri iridati in regolare ordine temporale, per di più dal più recente al più longevo. E’ qualche cosa che lo rende più simile a un nerd che a uno dei piloti più vincenti di sempre. Ne parlo, di questo video, perché racchiude molto bene, a parer mio, il lato umano di Seb che, più di ogni altro pilota moderno è consapevole del luogo in cui si trova.

Questo, proprio perché più di ogni altro è un grande amante della F1 e della sua Storia, intrinsecamente legata al presente come accade per tutte le grandi competizioni sportive attorno al mondo. Vettel sa che sta percorrendo le orme dei grandi che lo hanno preceduto. Fangio, Ascari, Lauda, Prost, Senna, Schumacher. Si è sempre reso perfettamente conto di che cosa significa e di che cosa è significato nel passato essere un pilota di F1. Certo, se ne rendono conto anche i vari Alonso, Hamilton, Verstappen, Leclerc. Nessuno, ripeto, nessuno più del tedesco di Heppenheim è riuscito a trasmettere lo stesso affetto per il blasone della Formula Uno e per le leggende che lo hanno circondato.

E’ assolutamente vero che la carriera di Vettel va divisa in due tronconi, uno pre-Hockenheim 2018 e uno post-Hockenheim 2018. In questo articolo, tuttavia, non parleremo né di quell’errore, né dei risultati conseguiti prima e nemmeno di quelli (pochi) ottenuti dopo. C’è un Sebastian, più che un Vettel, pre- e post- 2018. Un Sebastian, il primo, che ad un certo punto sente di poter raggiungere i numeri del suo idolo, Michael Schumacher. E’ disposto a tutto quel Seb (“Multi-21!”), persino a investire risorse in una Ferrari dal potenziale ormai cronicamente inespresso. Ci crede, nel quinto Mondiale, il più importante, quello in rosso. Quel Sebastian è sicuramente interessante, seppur relativamente. Piuttosto, è quello che esce dalla SF71H inchiodata nelle barriere dell’Hockenheimring che ci interessa di più. Molto di più.

Vettel, forse proprio perché capisce più di ogni altro la Storia della F1 sa che l’arrivo di Leclerc lo sta per oscurare. E lui lotta, si oppone a un destino già scritto fin dal giorno in cui i dirigenti Ferrari hanno concesso al monegasco la penna per firmare il primo contratto in rosso. Lui lotta ma non è più lo stesso. Sente un peso addosso che gli fa perdere millesimi, centesimi, decimi, secondi. Lascia la Ferrari dopo averle regalato una delle istantanee più belle della sua Storia e dopo essere stato protagonista involontario di una delle sue annate peggiori, auspicando di lasciarsi alle spalle quel peso.

In Aston Martin possono levarglielo. C’è voglia di costruire qualcosa di importante, di ripartire dalla sua esperienza. Vettel, purtroppo, quel peso se lo è portato dietro da Maranello e, gara dopo gara, quello aumenta di volume. Sono gli anni, è il chilometraggio. E’, invece, molto di più.

I tempi d'oro in cui anche le strategie Ferrari funzionavano...

Vettel ha compreso da tempo quello che è il suo ruolo. In Formula Uno, dopo aver abbandonato ogni velleità di competere per il titolo, si è trasformato in una leggenda vivente. Ha acquisito quel carisma che gli permette di essere sia autoironico nel raccontare di sé, che estremamente serioso quando tratta di tematiche umane e sociali che gli stanno a cuore. Si espone, si schiera, non rimane silente pur mantenendo l’aplomb diplomatico. Ha, soprattutto, compreso cosa vuole da sé stesso per il futuro. Essere padre, marito. Così tanto in così poche parole. Così semplice in un mestiere complesso come quello del pilota. Lui, tifoso di quello che fa piuttosto che di quello che è, che per anni ha inseguito la chimera del successo, all’improvviso si è reso conto che è giunto il momento di andare oltre.

Lui che, come tutti, stava semplicemente cercando il modo giusto per dire quello che voleva dire. Che amava questo sport talmente tanto da diventarne uno dei dominatori, da vincerne 53 GP, 4 Mondiali, corroborando il tutto con 57 pole position. Talmente tanto da riuscir quasi a imitare il suo eroe di una vita, Michael, talmente tanto da voler fare il possibile per aiutare il figlio, Mick, ad arrivare dove lui, dove loro sono arrivati. Così tanto. Fino a quando non ha capito che adesso esiste qualcos'altro da amare di più. Molto di più. E a quel punto, ritirarsi dalla F1 diventa molto più semplice di quanto non si creda. Per questo e per molto altro: danke Seb.


  • Nato nel 1997 a Udine e cresciuto, come tanti, inseguendo un pallone con alterni successi. Studente (ancora per poco), difensore in una squadra di bassa categoria in Friuli, difficilmente esiste uno sport che non apprezzi. Segue con grande passione il mondo dei motori e la F1, il carrozzone più famoso al mondo. Oltre allo sport tanto cinema (Lynch grazie per tutto) e qualche buon libro, il tutto innaffiato da un buon vino friulano.

pencilcrossmenu