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6 min

- di Michele Cecere

Cesc Fabregas, glamour in provincia


Il passaggio di Cesc Fabregas al Como, ovvero la sua scelta di continuare a giocare solo per il gusto di farlo, anche in Serie B, non è uno dei motivi per cui seguiamo il calcio?


In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, primo racconto del libro Finzioni, Jorge Luis Borges descrive la creazione, ad opera di un circolo di intellettuali, di un pianeta immaginario, in cui la logica e la filosofia sono basate sull'idealismo. Un mondo, cioè, basato sulla concatenazione di eventi singoli e indipendenti; in cui il tempo e lo spazio non sono più metriche utili a indagare la conoscenza. La metafora di fondo, almeno secondo la mia interpretazione, è quella del rapporto tra la realtà e ciò che crediamo essa sia, ovvero tra il mondo lì fuori e quello che abbiamo dentro. Prima o poi l'uno potrebbe invadere l'altro, ed è fondamentale che quando avverrà, nessuno dei due abbia la meglio.

Un altro tema del racconto dovrebbe essere la critica ai totalitarismi, soprattutto nel modo in cui la storia viene cancellata e ricreata a proprio uso e consumo.

A me, invece, l'ipotesi di un incontro tra un mondo reale e un altro fantastico fa pensare a Cesc Fabregas. Al suo modo leggiadro di toccare il pallone, come se si muovesse sempre sul filo della fisica classica, e alla sua carriera al tempo stesso leggendaria e atroce. Ma soprattutto mi fa pensare al suo arrivo nella provincia italiana di Serie B, al Como, in un giorno caldissimo d'estate e senza alcuna spiegazione sensata, se non la decadenza del tempo passato.

Certo non è un momento facile per la carriera di Fabregas. Nella scorsa Ligue 1 ha giocato 36 minuti spalmati tra la seconda e la terza giornata di campionato, e a parte un tempo di apparizione in Europa League, la sua stagione al Monaco è finita in infermeria. Prima un infortunio alla coscia e poi il coronavirus lo hanno reso un totem assente, uno di quei nomi di fronte al quale ci inchiniamo per i motivi sbagliati, cioè per il talento e il giocatore che è stato, e non più per quello che è ora.

Glamour

In questo senso Cesc Fabregas è stato tante cose. Quando a 16 anni ha lasciato il Barcellona per l'Arsenal nessuno si sarebbe aspettato che la sua visione di gioco e la sua intelligenza calcistica avrebbero scolpito le facciate gotiche delle due cattedrali più innovative del calcio degli ultimi vent'anni – l'Arsenal di Wenger, appunto, e il Barcellona di Guardiola. In realtà non ci sarebbe neanche bisogno di ritrovare quella frase di Arsene Wenger secondo cui «ha la visione di gioco di Platini» negli anni in cui Fabregas iniziava la sua scalata verso la titolarità dei Gunners. Basta prendere un'azione di quegli anni per capire l'atemporalità di un talento come Fabregas, della finezza dei suoi passaggi (chiuse la stagione 2006/2007 con 16 assist) e la sua maturità.

Qui sotto c'è un video che riassume alcune delle migliori giocate di Fabregas con la maglia dell'Arsenal, e vi sfido a guardarlo senza pensare: ma come diavolo fa a prendere sempre la scelta giusta? A 01:14 porta palla al limite dell'area e con una sterzata eseguita con il giusto timing dribbla secco Gary Neville, prima di imbucare il pallone alla destra di Rio Ferdinand per il gol di Adebayor. Per Cesc Fabregas il calcio non è una cosa naturale, ma piuttosto un'emanazione fisica della sua cerebralità, dell'intelletto e della capacità di scelta. Prendiamo altre azioni. A 02:13 c'è la pausa che permette a Eboué di attaccare la profondità senza finire in fuorigioco; a 02:39 l'esterno aggraziato che manda in porta Nasri; mentre, come esempio di concretezza, a 02:48 c'è il gol da 30 metri segnato a San Siro, dopo aver evitato il rientro di Gattuso. (Per non parlare dell'azione personale a 03:32, in cui salta mezzo Tottenham e segna dopo aver recuperato il pallone sulla trequarti).

A novembre del 2021, intervistato da CBS Sports ha detto: «[Giocando a centrocampo] guardi il gioco in modo diverso, sei al centro di tutto. Non è come quando giochi sulla fascia, terzino, centrale o addirittura portiere. Guardi il campo da un'angolazione diversa. A centrocampo sei circondato da tutti, devi vedere il quadro generale». Questo, secondo lui, lo ha aiutato a sentirsi allenatore già in campo, il che riassume perfettamente la sua tendenza al controllo e alla razionalità. Nell'intervista cita come modelli che lo hanno influenzato Wenger e Tuchel, e non rinnega gli insegnamenti di Conte (anche se a quanto pare gli diceva dove e a chi passare la palla, l'esatto contrario del gioco di posizione e quindi del pensiero di Cesc).

E se Mourinho è stato l'allenatore più influente per il Fabregas maturo («quello che mi ha ispirato di più», dice lui), un capitolo a parte merita il rapporto con Pep Guardiola. Non solo perché è stato il primo a plasmare Fabregas da falso centravanti – posizione in cui ha vinto l'Europeo del 2012 in finale contro l'Italia giocando in mezzo a Iniesta e David Silva. Fabregas ha imparato soprattutto dal Guardiola giocatore, dalle pause con cui gestiva i tempi di gioco e la precisione con cui il catalano conduceva palla nel Barcellona di Cruyff. «Non ci parliamo più, ma è il mio idolo da quando ho quattro anni, Pep è quello da cui ho imparato di più» ha detto Fabregas, «con lui giochi solo se sei intelligente».

Fabregas, Como, la provincia

Insomma, negli ultimi anni Cesc Fabregas ha rappresentato il feticcio dei tecnici più influenti del mondo, seppur con filosofie opposte. Fabregas ha saputo declinare la sua regia su spartiti e melodie di volta in volta differenti senza mai sembrare a disagio. «Cerco sempre di analizzare il gioco più velocemente degli altri. Il ritmo e la forma fisica non sono il mio forte, quindi devo migliorare in altri aspetti del gioco. Cerco di essere più intelligente e più veloce mentalmente» ha spiegato nell'intervista a CBS.

Forse è per questo che vedere il suo gioco compassato e tecnico sul palcoscenico della Serie B aggiunge un'altra sfumatura neoclassica di un campionato in cui gioca ancora, ormai si direbbe in eterno, Gianluigi Buffon, e perciò sempre più vicino al diventare un cimitero degli elefanti. «Vediamo se riesci a segnarmi ancora» ha scritto Buffon su Twitter, in un messaggio di benvenuto contornato da una foto con Fabregas in un Italia-Spagna del 2012.

Cosa resta quindi dei titoli vinti, della magia nei piedi con cui Fabregas ha imbucato per i migliori calciatori della sua epoca? Qualche migliaia di spettatori, un prato su cui correre, gli avversari, un pallone. La ragione dice che non possiamo aspettarci molto da Cesc Fabregas, di certo non la sua versione elettrica nel Chelsea di Conte o del Barça di Guardiola. Probabilmente non dovremmo aspettarci neanche il Fabregas di Monaco, bensì la sua idea di fondo. Come nel racconto di Borges, la finzione e la realtà questa volta potrebbero sbiadirsi intorno alla carriera di Fabregas: ai nostri occhi sarà una leggenda sul viale del tramonto o un qualsiasi calciatore tecnico e affascinante di provincia?

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Per certi versi Fabregas non è già più considerato un calciatore. In un'intervista a Sky dopo la conferenza di presentazione a Como partono le domande sul suo futuro reale: quello da allenatore. Nonostante abbia firmato per due anni, gli chiedono se è venuto a Como, e quindi in Italia, per studiare la tattica. Lui risponde di no, che ha solo voglia di giocare ancora a calcio, e mentre lo dice, rivolgendo le spalle al lago, il suo volto placido e rilassato rivela un'antichità essenziale. Come se con un pizzico di orgoglio il suo sguardo dicesse: sì, sono un totem decaduto, ma pur sempre un totem.

Ma se anche diventasse uno di quei vecchietti che giocano a calcio solo per veder crescere i propri compagni più giovani al suo fianco, sarebbe davvero un ridimensionamento della sua figura? Magari inizieremo invece a ringraziarlo per non essersi ritirato, per regalarci ancora, una domenica su tante, un passaggio illuminante o una punizione all'incrocio. Non importa se il teatro sarà il Sinigaglia di Como o il Camp Nou, il San Nicola o il Bernabeu.

«Non cercavo soldi, ma un progetto» ha detto Fabregas durante la conferenza. E non è forse abbastanza? Non dovremmo fermarci qui, con le previsioni machiavelliche sul suo futuro, con i dubbi sulla sua tenuta fisica? Quello che ci ha abituati a comunicare con i piedi, ovvero l'essenza glamour del calcio, con i suoi tocchi eleganti sempre fuori dallo spazio e dal tempo, stavolta Cesc Fabregas lo ha spiegato a parole: non serve nessuna indagine di mercato né uno stipendio faraonico per continuare a incendiare il motore di una passione istintiva, che non si muove nei confini della logica. In fondo non è anche grazie ai Fabregas a Como che amiamo il calcio?

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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