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- di Giuseppe Menzo

"Una Squadra": documentario di buon auspicio di una nostra nuova primavera tennistica?


Ci sono stati anni - tanti - in cui siamo stati convinti che l'Italia sportiva potesse dirsi degna di essere una grande nazione soltanto ogni quattro anni quando nei primi giorni delle varie edizioni dei Giochi Olimpici (estivi) si faceva incetta di medaglie con quello sport da spadaccini - la scherma - che poi avremmo riposto nel dimenticatoio per i successivi 1460 giorni - provate a moltiplicare 365 per 4 - o prestando tutte le nostre attenzioni sulle competizioni calcistiche per club, dov'eravamo - in un tempo ormai lontano - dei punti di riferimento inattaccabili e ineguagliabili. E tutto il resto, pur potendo contare su immensi campioni, non esisteva, se non a fiammate.


Mennea, Thoeni, Calligaris, Simeoni e Panatta erano stelle per una notte nonostante le loro strabilianti carriere e i loro immensi talenti annaffiati da ferrea disciplina. Ma oggi - e non so dire se per fortuna o meno - non è più così.

Oggi il calcio vive un'ormai lunghissima fase di rigetto e tra nuotatori fenomenali e centometristi olimpionici, abbiamo rivalutato il fascino dell'alterità sportiva. al punto da avere una nidiata di "racchettattori" che sta facendo letteralmente faville.

E' infatti ufficiale: per il Tennis Italiano è tempo di vacche grasse. E sebbene chi scrive sia uno scaramantico certificato, ritengo che tale affermazione sia sostenuta da talmente tanti numeri e da talmente tante piacevoli univoche sensazioni che esordire con “l’urlo di liberazione” che precede sia qualcosa di meno che un azzardo e qualcosa di più di una semplice speranza.

Dopo anni – o più probabilmente decenni – di amara sopportazione e di tristi rassegnazioni che si mutavano in ligabueschi accontentarsi per godere “così e così”, gli appassionati italiani “dello sport del diavolo” possono finalmente e ragionevolmente sognare di passare all’incasso.

Che poi questo sarà composto da un colpo grosso o da tanti – mai così nella storia del gioco con racchette come in questo periodo– medi/piccoli obiettivi sarà tutto da verificare, ma, per ora, non roviniamoci la messe dopo la lunghissima carestia vissuta.

Carestia che per alcuni giovani aficionodas non ha mai avuto alternative e che ora pare starsi mutando in una qualche ricompensa divina per aver emulato il biblico Giobbe nella sopportazione di innumerevoli “disgrazie”.

Recentemente ho dedicato – piacevolmente, devo dire - qualche ora della mia vita a guardare e a gustarmi le sei puntate che compongono il documentario, prodotto e diretto da Domenico Procacci di Fandango, “Una Squadra”, che sostanzialmente racconta gli anni in cui il Team azzurro della Coppa Davis era formato da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Antonio – detto Tonino – Zugarelli. Il tutto capitanato dalla sapiente (?) mano di Nicola Pietrangeli.

Quella squadra – questa squadra – è l’unica compagine tennistica nazionale – ad ora – ad averci regalato l'importantissima insalatiera d’argento che, con ogni probabilità, è uno dei trofei più prestigiosi della storia di tutti gli sport.

Noi, intesi come Italia, per l’appunto, solleveremo la coppa in Cile nel 1976, in una Santiago ancora sotto scacco del golpe militare operato dal generale Pinochet – avvenuto tre anni prima della finale che ci vedrà vincitori contro i sudamericani - che avrà condotto all’assassinio – da parte degli stessi militari, è chiaro – del Presidente socialista Allende.

E peraltro la stessa partecipazione del Team Italy all’atto conclusivo della manifestazione sarà oggetto – qui da noi in Patria, intendo – di accesi dibattiti e vivide contestazioni, anche se alla fine la scelta sarà quella di partire e il risultato conseguente quello di essersi appuntati nel Palmares il più alto traguardo possibile per una Nazionale che con gli stessi giocatori raggiungerà altre tre finali, ma non ne vincerà nessun'altra.

Il documentario, va detto immediatamente, è spassosissimo.

Io ve ne consiglio la visione, perché, nel ricordare quegli anni agonistici che videro i quattro atleti combattere per lo stesso obiettivo sotto un’unica bandiera, si può godere dell’intelligente montaggio che esalta i contrasti, gli sfottò, le alchimie e il pugnace affetto che legò tutti i soggetti intervistati.

Dall’eterna e irrisolvibile – oltre che irrisolta – querelle tra Adriano Panatta e Nicola Pietrangeli su chi sia stato, tra loro due, il migliore italiano della storia con una racchetta di mano – sperando che tra dieci anni i nomi coinvolti nella questione possano rispondere a quelli di alcuni dei giocatori attualmente impegnati nel circuito -, passando per l’amicizia a colpi di arrabbiature e feste dello stesso Panatta con “El gordo” Paolo Bertolucci, finendo con il godere del carattere fumantino ed irresistibile del quarto Beatles – il già citato Zugarelli – che abbastanza ufficialmente fungeva da riserva nella formazione, ma che in fatto di temperamento non aveva niente da invidiare a nessuno.

“Una squadra” racconta – alternando le ovvie vicende personali a quelle di gruppo – le storie di un manipolo di uomini che hanno fatto innamorare gli italiani di quella attività ludico agonistica che per tanti anni sembrava potesse essere praticata solo da ricche Signore annoiate e da eleganti Signori appartenenti ai ceti più elevati della società.

E invece il figlio di un custode - Panatta - e quello di un appartenente alle Forze dell’ordine – Barazzutti – con quello che forse Pasolini avrebbe definito una sorta di ragazzo di vita – Zugarelli – e con un carrarino buongustaio – Bertolucci – tanto noto per la sua fame atavica quanto per le sue capacità di tocco, diventano gli indiscussi protagonisti di un’epopea ai quali, per anni, abbiamo dovuto aggrapparci in mancanza di un presente felice, quasi come, parlando di calcio, in molti hanno fatto, nei 24 anni intercorsi tra la vittoria del Mundial di Spagna ’82 e Germania 2006.

Insomma, sei puntate scoppiettanti, con una miriade di retroscena succosi ed imperdibili, atti, tra le altre cose, a delineare meglio quella che fu la “defenestrazione” – avvenuta alla fine della Coppa Davis del 1977 - di Pietrangeli dal ruolo di Capitano di Davis, dato il carattere esuberante, forse incompreso, e di certo con un pizzico di vanagloria del vincitore del Roland Garros 1959.

Il prodotto Fandango – disponibile nel catalogo di Sky Documentaries – ha dunque il pregio di raccontare con serietà, ma non seriosamente – anzi – uno dei momenti più esaltanti dello sport italiano in genere, facendo scoprire anche agli stessi ex tennisti storie di cui ignoravano l’esistenza, come quella che consentì alla Diplomazia Italiana dell’epoca di salvare centinaia di rifugiati politici cileni nascostisi presso la nostra Ambasciata dopo il colpo di Stato che, come già scritto, aveva sovvertito l’ordine nel paese sudamericano.

In definitiva, una perla televisiva che mi sento di sponsorizzare in ogni caso, sia nel caso in cui, come me, siate amanti sconsiderati delle linee bianche e della rete che separa i praticanti questo sport crudele e atrocemente bello, sia che ve ne infischiate bellamente di tutto ciò.

La storia vale davvero tutte le metaforiche candele che consumereste per il tempo della sua durata e non temo critiche per questo mio – disinteressato – engagement.

Sempre nell’attesa che i nostri ragazzi di oggi possano dar vita a dei nuovi, simili exploit seppur nella nuova versione di quella Davis che, da qualche anno, avendo subito una profonda modifica della sua struttura interna, sembra quasi irriconoscibile.

Ma questa è un’altra storia e magari ne parleremo un’altra volta.

Che ne dite?

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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