Article image
,
8 min

- di Andrea Ebana

Urbano Cairo ha castrato il Toro


La lite tra Juric e Vagnati è solo l'ultimo atto di un processo inesorabile per il club granata che, a ben vedere, va avanti da 17 anni, quando Cairo è diventato il presidente.


Il 10 Giugno del 2006, in uno Stadio delle Alpi gremito da 66 mila spettatori, il neonato Torino FC, sconfiggendo il Mantova per 4-2, si assicurò la promozione in Serie A, a soli undici mesi dal fallimento del Torino Calcio, dalle cui ceneri era ripartito.

Il Deus Ex Machina di quella trasformazione che portava i granata dal rischio sparizione ad un ritorno nella massima serie aveva un nome ed un cognome: Urbano Cairo, nato a Masio (AL), un berlusconiano della prima ora messosi in proprio con successo nel mondo della comunicazione, che aveva acquisito la società per una cifra simbolica di un euro ed aveva costruito miracolosamente nell’ultima settimana di mercato una squadra in grado di acciuffare la promozione in Serie A.

Quella sera i tifosi granata tornavano a sventolare con orgoglio le bandiere che avevan rischiato di riporre in soffitta per sempre, e vedevano in Urbano Cairo l’Homo Novus da cui ripartire. In quel catino di gioia e speranze che era il Delle Alpi, abbracciai mio padre, lo costrinsi ad una invasione di campo, e ricordo che gli dissi che forse, un giorno, grazie a quel presidente, anche io avrei visto il Torino vincere lo scudetto. Avevo 20 anni e d’altronde, come dice Guccini, a 20 anni si è stupidi davvero.

Ieri sera, scrollando il mio smartphone, non ho potuto fare a meno di vedere la penosa lite tra Ivan Juric e Davide Vagnati, rispettivamente allenatore e DS del Torino FC: la seconda cosa che mi è venuta in mente, dopo un attimo di comprensibile stupore e disgusto, è stato chiedermi come lo stesso presidente che quella sera aveva fatto sognare un popolo intero, fosse riuscito a dilapidare tutto quel capitale d’entusiasmo in 17 anni, e come le prospettive e le aspettative fossero cambiate (non solo mi sento stupido a pensare ad uno scudetto, ma un amico tifoso mi aveva appena scritto “serie B sicuro, quest’anno”).

A peggiorare la situazione, mi chiedo come sia riuscito in questa opera di depauperamento senza portare in questi anni risultati disastrosi, perché in fondo il Torino nella gestione Cairo ha collezionato “solo” 4 anni di B a fronte di 13 di A, ha centrato due volte l’Europa, ha vinto qualche trofeo giovanile, ha ricostruito uno stadio d’allenamento di proprietà.

Come ha fatto Cairo rendere il Torino una grande occasione mancata?

Riguardando il video questa mattina, mi sono accorto che la risposta a questa domanda sta nel video stesso. Non nella lite in primo piano, che è una scenetta patetica quanto chi l’ha filmata per metterla sui social. Sullo sfondo ci sta una mucca, inerme, nemmeno infastidita da tutto quel vociare, che si aggira con sguardo spento. Eccola, la risposta. Cairo in questi 20 anni, a prescindere dai risultati sul campo, ha “castrato” il Toro, e quella mucca è l’emblema di cosa il Torino FC sia diventato durante gli anni della sua presidenza: un animale inerme, dallo sguardo bovino, assuefatto alla mediocrità. I suoi tifosi non vedono più in lui il Toro, e per non soffrire non solo hanno rimesso nel cassetto le aspettative di quella notte di 17 anni fa, ma faticano a figurarsene di nuove.

LA CASTRAZIONE CHIMICA DEL TORO DI CAIRO

Se dal punto di vista sportivo non era difficile far meglio di chi lo ha preceduto, Cairo partiva da ottime credenziali anche ipotizzando l'acquisizione del Toro come un progetto puramente di business: un credito enorme con la tifoseria, un affare economico (ha comprato la società alla cifra simbolica di un euro), una diversificazione di attività che gli avrebbe permesso di inserirsi in un mondo nuovo.

Se è comprensibile che dal punto di vista calcistico possa aver sbagliato qualche mossa, resta assolutamente incredibile come abbia depauperato il patrimonio di valori che la società portava con sè. Quel che ha fatto l'imprenditore alessandrino è stata semplicemente un’opera di svuotamento tout court, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello strutturale e societario, sia da quello morale. Andiamo ad analizzare questo processo, passo per passo.

1) LO SVUOTAMENTO TECNICO: UNA SERIE DI OCCASIONI VOLONTARIAMENTE MANCATE

Dopo i primi anni di saliscendi tra massima serie e serie cadetta, il Torino FC si è assestato sulla medio/bassa classifica di Serie A: qualche stagione va meglio, e allora si acchiappa un posto in Europa (in genere per altrui magagne), qualche stagione va peggio, e allora si rischia di retrocedere sino all’ultima giornata. Questa dimensione sembra perfetta per l’animale morente, tanto che ogni volta che potrebbe avere un guizzo e fare il salto di qualità, viene sistematicamente ricacciato nel suo anonimato.

I granata hanno avuto negli anni più di una chance di migliorare la loro posizione: in primis sul mercato, dove Cairo non solo potrebbe avvalersi di un patrimonio consistente (il suo regno imprenditoriale non è di poco conto con Cairo Communications in grado di acquisire RCS e La7), ma negli anni si è dimostrato un abilissimo venditore generando fior di plusvalenze. Le cessioni dei pezzi pregiati fruttano al Torino FC da anni lo scudetto del bilancio: da Maksimovic a Zappacosta (25 milioni l’uno a Napoli e Chelsea), da Darmian a Immobile (United e Borussia per 20 e 13 milioni), da Cerci ad Ogbonna (15 e 13 milioni ad Atletico e Juve), i denari arrivano eccome. A questa abilità di venditore non corrisponde però la volontà di spendere i quattrini per migliorare la squadra, e le plusvalenze restano spesso nelle tasche del patron: solitamente arrivano bidoni (Larrondo, Barreto, Gabionetta), bolliti misti (Amauri, Pancaro, Coco), carneadi al sapore di scommessa persa (Sadiq, Carlao, Martinez) e quando i cordoni della borsa si allargano, non è certo in nome di una progettualità o di una visione, ma di giocatori totalmente inutili alla causa come Niang e Verdi.

Nonostante gli scellerati mercati in entrata, qualche occasione di riscatto arriva: l’ultima con Mazzarri, quando il Torino ospitando il Wolverhampton nei preliminari sarebbe potuto accedere all’Europa League. Per quella partita storica molti tifosi si accorciarono le ferie e corsero all’Olimpico, riempiendolo all’inverosimile in pieno agosto, ma la rosa granata invece rimase mestamente vuota a causa di un tipico mercato à la Cairo, tanto che l’allenatore toscano dovette inventarsi una formazione sperimentale di sana pianta (per una volta si lamentò avendone motivo).

Ovviamente finì con una triste sconfitta ed un tristissimo ritorno a casa seguito dagli improperi delle mogli che avevano interrotto le vacanze anzitempo: vai a spiegare che il Torino aveva provato a tornare Toro per una notte. Ecco, quella sera è stato chiaro a tutti che la castrazione, finchè a operare era Urbano Cairo, era un processo irreversibile.

2) LO SVUOTAMENTO DELLA STRUTTURA SOCIETARIA: UNA MANOVRA DI ACCENTRAMENTO

Si dice che, al matrimonio di Berlusconi, con cui Cairo lavorava in Fininvest, quest’ultimo si presentò con un suo ritratto come regalo: quando scrivo suo, intendo suo di Cairo, non di Berlusconi. Questa storiella viene spesso usata per descrivere l’ego dell’imprenditore di Masio, che tende ad accentrare tutto, ma proprio tutto, su di sé. E così, abbiamo assistito durante questi 17 anni ad uno svuotamento della struttura societaria, fatto da un andirivieni costante e preoccupante di Direttori Sportivi, allenatori, collaboratori, di chiunque non fosse uno Yes Man al soldo del patron di RCS.

Se si esclude il buon lavoro in solitaria di Juric, l’ultima premiata ditta che fece il bene della società granata fu quella composta da Petrachi e Ventura, che portarono di fatto il Torino dalla Serie B all’Europa League, sfornando talenti e innestando giovani da lanciare: una visione progettuale che fu abbattuta non appena i dissidi tra Petrachi e Cairo furono evidenti. Da là in poi la struttura societaria è deficitaria, con Ds raffazzonati o relegati a portavoce, senza libertà di operare in nome di un accentramento totale verso il presidente.

Per questo la lite tra Juric e Vagnati fa ancora più tenerezza: perché sembra una guerra tra poveri a cui il padrone non dà i soldi per mangiare, e finiscono per litigar tra loro dimenticandosi di chi sia il vero responsabile delle loro disavventure (che poi Vagnati, usando una espressione colorita, ha pure citato).

3) LO SVUOTAMENTO MORALE: BOMBARDARE I SIMBOLI PER COLPIRE L'ANIMA

Infine, quello che Cairo ha fatto al Toro, lo ha fatto simbolicamente a due suoi luoghi cardine: la sede ed il Filadelfia. La prima, pur restando nominalmente a Torino, è di fatto stata spostata negli uffici della Cairo Communications a Milano: la storica sede granata non esiste più, e resta un appartamento demodè in affitto che somiglia sempre di più all’immagine del Toro che Cairo ha in mente. Per quanto riguarda il Filadelfia, il patron di RCS ha mantenuto la promessa di ricostruirlo: il problema è che l’ha fatto seguendo i suoi canoni, quello del risparmio e della castrazione di ciò che è stato.

Il nuovo Filadelfia è un campo da allenamento senza le strutture adeguate (mancano alcuni locali per renderlo funzionale alle esigenze di una Serie A), non agibile per le gare di Primavera se non in deroga, insomma una riproduzione in downgrade del Filadelfia che fu, che, come la città americana, era simbolo dell’indipendenza del Torino in una città in cui calcisticamente è molto difficile esserlo. I luoghi simbolo del Toro oggi corrispondono alla perfezione a ciò che è il Toro oggi: una versione in downgrade, sbiadita e senz’anima.

CONCLUSIONI: L'EQUAZIONE MATEMATICA DELLA FELICITA'

Mo Gadwhat, l’ex chief officer di Google intervistato su Netflix da A.Cattelan, dice che la felicità non è altro che il risultato che deriva dalla differenza tra aspettative e realtà. Effettivamente, le aspettative della tifoseria all’avvento di Cairo, con quella scoppiettante promozione del 2006, erano probabilmente troppo alte per realizzarsi e dare felicità: il fattore realtà ci ha messo poco a condurre i sostenitori granata all’infelicità. Ma il tifo non è un’equazione matematica, e per questo mi spingo a dire che i tifosi granata non sono infelici per gli scudetti che non vincono, per l’Europa che non raggiungono, per i campioni che non arrivano, insomma per quello svuotamento tecnico e per i risultati che ne derivano: o meglio, non solo.

Intendiamoci, vincere aiuterebbe ad esser felici, ma nella sua recente storia, i tifosi granata han visto in campo di molto peggio di quanto vedono oggi: il motivo per cui il gradimento è ai minimi termini e la contestazione impazza non sta solo lì. Ciò che li rende infelici, in barba alle equazioni, è che Cairo ha fatto di peggio. Ha fatto del Toro una squadretta senza arte né parte che galleggia senza cercar una rotta, una mucca che pascola mentre vicino le persone si menano, e non ha manco più la forza di girar la testa per guardarle.

Una squadra che non è riuscita a tenersi manco il suo capitano storico, l’unico per cui alcuni bambini erano tornati a comprar la maglietta. Ha fatto del Toro la seconda squadra perfetta in una città dove la prima ingombra, in un ruolo da vittima sacrificale che viene guardata dai concittadini non con rivalità, ma con compassione.

Il Torino oggi è in stato vegetale, un paziente a cui il medico ha limitato le funzioni vitali, convinto che sia meglio vivere allettato che provare ad alzarsi, rischiare e vedere come va. Probabilmente, dopo la castrazione, nell’agenda c’è la lobotomia. Ma i tifosi non riescono a vederla così, e disertano l’Olimpico, preferiscono girar la testa altrove: fa pena vedere come una tifoseria come quella granata, da sempre passionale e riconosciuta come calda e storica, sia tra le ultime per presenza allo stadio.

Oggi ho 37 anni, e dopo averne vissuti quasi 20 con Cairo presidente, ho definitivamente abbandonato l'idea che il Toro possa vincere uno scudetto fintanto che occuperò il mio posto su questo pianeta: l'ho detto a mio padre, ha sorriso con amarezza. L'idea da tifoso, è abbassare l'aspettativa, e sperare che quella mucca sbiadita torni ad essere un Toro, magari cambiando presidente. Se l'equazione è corretta, potrei esser felice.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu