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6 min

- di Massimiliano Bogni

Harry Kane: spettacolare antidivo


Non ha vinto nulla, non può essere definito campione. Ma come Harry Kane, adesso e nella storia, ce ne sono stati veramente pochissimi. Peccato che in pochi se ne rendano conto.


In annate da oltre 28 presenze in campionato, mai aveva segnato così poco come nella Premier League 2021/2022. Appena 17 reti, un’under performance di -3.1 rispetto ai tanto vituperati Expected Goals (via fbref).

Un centravanti in apparente appannamento, che non ha vissuto una stagione segnata da infortuni o squalifiche ma la cui percentuale realizzativa pare essersi drasticamente compromessa. Se stessimo parlando di un giocatore normale, le prospettive per la stagione che partirà a breve sarebbero tutt’altro che rosee.

Eppure, dirigenti e allenatori di superpotenze mondiali (coff, coff, Bayern Monaco, coff, coff) parlano di lui come di un sogno al momento irrealizzabile, scatenando l’irritazione del proprio mister, costretto a ribadire la centralità del 9 e ½ più forte del mondo nel progetto tecnico della squadra, presente e futura. Perché, nonostante non abbia mai fatto assolutamente nulla per provare il contrario a livello di immagine e narrativa, Harry Kane non è un giocatore normale.

Step by step, heart to heart

Harry non è stato un Rashford, un Foden, un Rooney o un Alexander-Arnold. Prima che il talento e l’immensa qualità trovasse adeguata espressione, si può dire che Kane abbia fatto la famosa gavetta. Non ha trovato immediata affermazione in prima squadra: altri fulgidi talenti del calcio inglese hanno avuto la fortuna e la bravura di imporsi al livello più alto sin da subito, Kane no. Leyton Orient e le tribune vintage della League One. Millwall e Leicester, per forgiare le caviglie grazie ai rudi centrali di Championship. Una prima esperienza in Premier, con risultati scadenti, con la maglia del Norwich.

Ne è passata di acqua sotto il ponti del Tamigi, prima che il Tottenham decidesse di puntare davvero su questo pennellone di Chingford, dalla mascella troppo squadrata e dalla parlata troppo simile a quella di un operaio d’acciaieria per allontanarsi dallo stereotipo del giovane inglese della middle class.

Il 2013/2014 non sembra essere un’eccezione: il centravanti titolare nelle gerarchie di Villas Boas è il neoarrivato Roberto Soldado. Il naufragio del progetto del portoghese e l’interregno dell’uomo di casa Tim Sherwood si rivela, tuttavia, il turning point della carriera di Harry Kane: prima rete in Premier al Sunderland alla 33° e un finale di stagione, finalmente, da protagonista. Il resto della storia, se siete capitati su questa pagina, dovreste già conoscerlo. L’arrivo sulla panchina nel North London di Mauricio Pochettino esalta definitivamente le caratteristiche di Harry, che non abbandonerà mai più i galloni di titolare fisso nello scacchiere degli Spurs. Dal discepolo di Bielsa a Mourinho, da Mason a Nuno Espirito Santo fino ad Antonio Conte. Nessuno ha posto dubbi: Lloris, Kane e altri 9. Non si prescinde.

Un eroe in negativo

Limitiamoci al campo. Harry Kane è bellissimo. Non una bellezza appariscente, stordente, eccessiva. Un fascino più difficile da apprezzare ma che, una volta colto, lascia segni indelebili nella memoria. A prima vista può non catturare l’occhio. Kane è alto ma è più lungo che grosso. Kane non è lento o goffo ma tutto il contrario della rapidità. Kane è iperassociativo e tecnico ma non possiede il dribbling nello stretto che lascia i bambini a bocca aperta.

Bisogna capirne davvero di calcio, nell’accezione più snobistica che si possa avere, per innamorarsi di Harry Kane. Bisogna sforzarsi di andare oltre la copertina anonima, di un grigio spento, dalla rilegatura basilare: i capitoli e i paragrafi del libro raccontano un intreccio costruito splendidamente.

https://twitter.com/ThfcAnton/status/1550888500236619779?s=20&t=NwxOsq0xA_F9eHw6khdQ_A

Distinguere Kane da Harry è semplicissimo. Tanto quanto la sua presenza è influente sul terreno di gioco, la sequela di dichiarazioni formali, banali, prive di emotività e gusto retorico fuori dal rettangolo verde è assai stridente. Harry non è mai stato e mai sarà un personaggio da prime pagine di tabloid scandalistici. Non sentirete mai sue sparate sul mondo del pallone o su altro. Le poche volte che ha provato ad avventurarsi in prese di posizioni controcorrente, anticonformiste, moralmente discutibile, in grado di generare dibattito e discussioni sulla persona e non sul calciatore (ogni riferimento al tentativo di non presentarsi in ritiro in vista dell’imminente trasferimento al City è puramente casuale), Harry Kane ha fatto un buco nell’acqua. Semplicemente, non è il suo.

Evitare pressioni ulteriori provenienti da tutto ciò di non indissolubilmente legato a schemi, tattica e prestazioni sul campo: anche a costo di risultare poco catchy o attraente per stampa, social e mondo dei media, Harry dichiara con manifesti a caratteri cubitali che vuole essere giudicato esclusivamente per la sua professione. Gli piace vincere facile, insomma.

Vincere. Questo sconosciuto. Un verbo assente nel vocabolario sportivo di Kane. Capitano e portavoce di Tottenham e Inghilterra, squadra e nazionale alle quali storicamente è sempre mancato un centesimo per fare il dollaro. L’amarezza per la finale del Wanda Metropolitano col Liverpool, la cocente delusione (dalla quale ci dissociamo più che volentieri) per la sconfitta di Wembley di domenica 11 luglio 2021. Neanche nell’anno in cui tutte le grandi di Inghilterra hanno fatto cilecca Kane ha saputo condurre il Tottenham all’agognata Premier League, regalandoci il miracolo Leicester targato Ranieri.

Come storytelling, così come in campo, Kane è il più generoso: gode quasi nel lasciare il palcoscenico ad altri attori, piuttosto che raccogliere in prima persona rose o pomodori lanciati a fine spettacolo. Già. Il Kane che ad agosto non segna mai. Il Kane che fa caterve di gol in inutili partite di qualificazioni per Mondiali ed Europei, che collezione doppiette o triplette nelle partite dei gironi, ma che nelle eliminazioni dirette si limita a qualche comparsata. Facile scagliarsi contro di lui: non si troverà alcuna opposizione. Escluse le prestazioni sul campo. Perché l’unica arma imbracciata da Kane è la memoria corta dell’opinione pubblica. Un pacifismo controproducente, nell’epoca del turbinio e della vorticosità. Encomiabilissimo e rispettabilissimo.

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La quiete prima, durante e dopo l'Hurricane

Tre volte capocannoniere di Premier. Miglior marcatore inglese per gol segnati nell’anno solare (39, battuto il record di Alan Shearer). Pichichi del Mondiale 2018 in Russia. Leader della classifica dei finalizzatori in attività del panorama anglosassone. Eppure, la grandezza di Harry sta soprattutto in tutto ciò che non è gonfiare la rete. Ovvio, direte voi. Anche il recentissimo gol ad Ibrox nell’amichevole coi Rangers dovrebbe quantomeno farci sedere ed esclamare “Che roba!”. 183 gol in 282 partite di Premier non si fanno per caso. 50 in 73 con la maglia dei Tre Leoni non cascano dal cielo ogni giorno.

Intendiamoci: di un realizzatore come Kane ne nasce uno ogni dieci anni. Nell’epoca di Messi, Ronaldo e Lewandowski, però, è l’assist che rende Harry un giocatore unico. Il sodalizio con Son è solo l’ultimo in ordine di tempo: da Eriksen ad Alli, sono innumerevoli i partner offensivi che hanno beneficiato delle visioni e delle intuizioni del centravanti londinese.

Guardate una partita di Kane e osservate come si posizioni sempre nella zolla di campo migliore, nel momento più adatto e con la postura più idonea per consentire al proprio scarpino, destro o sinistro fa poca differenza, di disegnare la parabola ideale. Sui piedi, sulla corsa, scavalcando la difesa o imbucando tra le linee, sventagliando sulla fascia opposta o dettando lo scambio in profondità: l’arsenale cooperativo di Kane è pressoché ineguagliabile. Seppur troppo spesso dimenticato.

Possedesse anche una minima percentuale dell’irriverenza e dell’arroganza di Jamie Vardy, compagno di panchine ai tempi del Leicester, Harry sarebbe un personaggio con pochi paragoni nella storia del calcio. L’anagrafe ha voluto che nome e cognome gli consegnassero un’incredibile consonanza con un nickname potenzialmente devastante: Hurricane. Per il giocatore e la figura mediatica che è, non esiste nulla di più lontano dal tempestoso di Harry Kane.

Esattamente ventinove anni fa, mentre a Milano e Roma scoppiano le bombe di Cosa Nostra, in un sobborgo di Londra nasce Harry Kane. Sperando per tutti i tifosi Spurs e gli aficionados dei Three Lions che il sentirsi “nelle migliori condizioni fisiche della carriera” porti a una Premier, una FA Cup, una Carabao Cup o perché no, un Mondiale, per ora possiamo limitarci ad ammirare e omaggiare uno degli attaccanti più completi dei nostri giorni. Dicono che fare gli auguri in anticipo porti sfortuna. Se proprio si deve sbagliare giorno, meglio farli in ritardo. Happy birthday, dear Harry.

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Bergamasco dall'ultimo refolo del secolo scorso. Laureato in Lettere obtorto collo, lontano dall'essere inquadrato e istituzionalizzato. Attualmente anoressico e depresso, ma ci stiamo lavorando. Calcio, pallacanestro, tennis, ciclismo, chi più ne ha più ne metta: lo sport è evento, storia, emozione, comunicazione. Vita, in parole povere.

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