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- di Redazione Sportellate

Koulibaly si ’a vita mi’


Celebriamo l’addio di Koulibaly al Napoli raccogliendo i suoi momenti migliori di questi otto anni.


Il 13 luglio Kalidou Koulibaly lascia il Napoli dopo 317 presenze e 8 stagioni e diventa ufficialmente un giocatore del Chelsea.

Alla fine è successo veramente, quindi. Più volte negli ultimi anni Koulibaly era sembrato sul punto di partire ma poi non si era mai mosso. A settembre 2020, al termine di una strana stagione finita in piena estate per la pandemia, sembrava vicinissimo al Manchester City, in una finestra di mercato in cui secondo la stampa lo volevano anche Barcellona e PSG. Poi non se ne era fatto niente, Koulibaly è rimasto a Napoli per altre due stagioni in cui, però, non ha mai prolungato il contratto in scadenza nel 2023. Questa estate 2022 era l’ultima occasione per il Napoli di cederlo prima di perderlo a zero, eppure sul difensore non si è scatenata l’asta che forse ci si aspettava. Un po’ per l’età di Koulibaly, che ha già compiuto 31 anni, un po’ perché in questo mercato, semplicemente, mancano i soldi.

A un certo punto è spuntato l’interesse della Juventus. Un interesse molto concreto, secondo alcune fonti, che ha tenuto sulle spine i tifosi napoletani che già subodoravano il peggiore dei tradimenti. Possibile che Koulibaly abbia pensato davvero di andare proprio alla Juventus? Né lui né il suo agente hanno fatto dichiarazioni pubbliche; gli unici a parlare sono stati i dirigenti del Napoli, e l’hanno fatto con quella schiettezza un po’ casareccia che contraddistingue la comunicazione del club. Prima il ds Giuntoli ha dichiarato che Koulibaly è incedibile, e non solo per la Juve, poi ha rivelato candidamente le cifre del rinnovo offerto dal Napoli al calciatore: 6 milioni netti per cinque anni, e la promessa di un futuro da dirigente. Difficilmente dirigenti e calciatori parlano apertamente di soldi davanti alla stampa.

Koulibaly sceglie il Chelsea alla fine, e va via dalla Serie A lasciandola più impoverita, priva di uno dei giocatori più forti del campionato degli ultimi anni. Certo, non scegliendo la Juve (né altre squadre italiane) ha quantomeno preservato i nervi dei tifosi napoletani, ma è una consolazione solo parziale per una tifoseria costretta comunque a rinunciare a uno dei giocatori più amati della rosa, quello che avrebbe dovuto diventare il nuovo capitano. Una tifoseria che ha perso Ospina, Insigne, Mertens, Koulibaly, tutti in un colpo solo.

Per celebrare la vita di Koulibaly al Napoli, abbiamo raccolto i suoi momenti migliori di questi otto anni.

Il primo grande match, vs Roma 2014/15

L’inizio della storia tra Koulibaly e il Napoli appartiene ormai all’aneddotica. A gennaio 2014, mentre gioca per il Genk in Belgio, Koulibaly riceve una telefonata inaspettata da Rafa Benitez e per due volte gli attacca il telefono credendo sia tutto uno scherzo. «Pensavo fosse il mio amico Ahmed, che parla inglese». Solo al terzo tentativo, dopo essere stato rassicurato dal suo agente, Koulibaly prende sul serio l’allenatore del Napoli, che all’altro capo del telefono gli propone di raggiungerlo in Italia nelle quarantotto ore successive. Koulibaly accetta, ma non c’è abbastanza tempo per chiudere la trattativa entro la fine del mercato invernale e il trasferimento viene rimandato all’estate seguente.

Già dal primo pranzo insieme, Benitez catechizza Koulibaly sui movimenti difensivi da apprendere, usando i bicchieri sul tavolo come fossero pedine del Subbuteo. «Tu sei un giocatore forte ma devi imparare la tattica» gli dice. E al primo allenamento lo manda in una stanza con il video analista a riguardare cosa non andava nei suoi movimenti al Genk. La storia di Koulibaly, insomma, tocca alcuni snodi classici del racconto di formazione calcistico: la telefonata che sembra un sogno, il talento innato che va completato con il duro lavoro tattico – un passaggio obbligato specie per i giovani stranieri che arrivano in Italia, la patria della tattica difensiva per antonomasia.

La prima stagione in Italia non è del tutto positiva, l’ambientamento è complicato. Per questo Koulibaly sarà sempre grato a Benitez per avergli dato fiducia, per non averlo mai tolto dai titolari nonostante qualche difficoltà. La partita con la Roma alla decima giornata è la prima prestazione monumentale di Koulibaly nel Napoli. Una prestazione fatta di chiusure sicure in uno contro uno, conduzioni palla al piede dalla difesa, aperture e impostazioni con i piedi di grande qualità tecnica.

Ma l’importanza di questa partita nella storia di Koulibaly è legata soprattutto ai 60 secondi di pura onnipotenza vissuti durante il 62esimo minuto. Koulibaly prima chiude con il corpo due cross bassi in area, prima di Florenzi, poi di Nainggolan. Sul corner seguente allontana sempre lui di piede, e sulla spazzata di Callejon si lancia in una progressione da centometrista diventata iconica: raggiunge il pallone nei pressi del centrocampo, anticipa Yanga-Mbiwa di testa, conduce palla fino alla trequarti e poi serve al centro Callejon, che però si fa salvare il tiro sulla linea di porta. 60 secondi che come un trailer cinematografico anticipano l’intero repertorio di Koulibaly degli anni a venire: l’invalicabilità nell’uno contro uno, l’eleganza dei movimenti, la pulizia nei tocchi di piede.

Il gol della gioia di un popolo, vs Juventus 2017/18

Non ho mai visto Maradona. C’è stato un tempo in cui la mia squadra del cuore era grande, in Italia e in Europa, ma io non posso ricordarlo. Ho vissuto i due Scudetti solo attraverso i DVD amarcord che mio padre mi regalava per farmi sentire in sintonia con quelle vittorie e quei tempi. Per quanto riguarda me, il Napoli che ho sempre seguito, che ho amato, che ho sentito mio, non ha vinto mai nulla di importante (se tralasciamo qualche Coppa Italia e una semifinale di Europa League) e questo ha inciso sulla mia condizione di tifoso. Un aforisma attribuito a Oscar Wilde recita «Dov'è il dolore, là il suolo è sacro». È a questo che si riduce, quindi, essere napoletani? Amare, tifare, svenarsi per una fede che attira soltanto calamità e frustrazione?

Forse è per tutti questi motivi che il ricordo della vittoria del Napoli a Torino contro la Juventus, il 22 aprile 2018, nello scontro diretto a quattro giornate dalla fine del campionato, lo porto ancora vivido nella mia memoria di tifoso. A segnare il gol vittoria fu Kalidou Koulibaly, e forse neanche questo è un caso: un’incornata violenta, al novantesimo, quando le speranze di rimettere in piedi la partita erano troppo poche anche per una squadra immortale come la Juventus. Un’incornata assestata dal difensore che più di ogni altro, nell’ultimo decennio di Serie A, ha marcato l’identità della squadra di cui faceva parte. Se andate a rivedere quella partita, noterete la leadership tattica di Albiol, le strigliate di Pepe Reina, la calma olimpica di Marek Hamsik. Ma non c’è nulla di più rappresentativo del Napoli di Sarri dei movimenti ad alzare la difesa di Koulibaly. Della sua supremazia fisica e mentale. In quella partita Koulibaly gioca contro Higuain, il centravanti più forte e decisivo del campionato, e se dico che il suo dominio sull’argentino è tratti umiliante non credo di esagerare (Higuain non riesce a calciare neanche una volta verso la porta del Napoli).

La mia angolazione preferita del gol è quella di un video caricato su YouTube da un tifoso il giorno dopo la partita. L’immagine non è di grande qualità – mentre il pallone viaggia in area si confonde tra i pixel dei sediolini e delle maglie degli ultras juventini – e il video deve essere stato registrato se non proprio dalla prima fila, comunque da un posto a ridosso del campo, visto che gli scarpini di Callejon mentre calcia il corner si scorgono a malapena. Il modo in cui le gambe ipertrofiche di Koulibaly si staccano dall’erba dello Stadium e si innalzano lo rendono simile a un sogno. Come fa un uomo a sganciarsi a 2.48 metri dal suolo mentre è perfettamente cosciente, in un movimento così armonioso, e schiacciare il pallone fino a farlo sgonfiare e battere uno dei portieri più grandi di sempre?

Quel gol di Koulibaly, l’attimo in cui Napoli e il Napoli si sono sentiti campioni – dopo un campionato intero di «un sogno nel cuore» – è stato il rovesciamento della napoletanità. Kalidou Koulibaly, con quel gol, ci ha consegnato l’idea di un Napoli grande. Più grande di tutti, della Juventus e di Higuain, di Buffon e Chiellini, della Serie A e di Agnelli. Più grande delle frustrazioni. Koulibaly ha proiettato una nuova speranza semplicemente giocando a calcio meglio di tutti gli altri ventuno in campo, innalzandosi su livelli che l’anno dopo lo avrebbero messo sulla lista del PSG, alle cui offerte De Laurentiis non cederà. Koulibaly ha dedicato i suoi migliori anni a Napoli e al Napoli. Nel 2020 ha detto di ricordare ancora “quell’attimo di silenzio” appena dopo il gol. Poteva essere un calcio d’angolo anonimo di fine partita, e invece è stata la rivelazione che anche noi potevamo farcela.

Anche se quel Napoli era sulle gambe e lo avrebbe dimostrato solo una settimana dopo a Firenze, ancora oggi l’abbraccio tra Koulibaly e Callejon, unito all’adrenalina dell’esultanza di Sarri, e alle mie lacrime per un’impresa speciale, sono la cosa più vicina alla felicità in un campo da calcio. “Intanto, nella mia testa, rivivevo tutta la mia vita: attraverso la gioia di un popolo” ha detto Koulibaly.

Dominare Mbappé, vs PSG 2018/19

Il periodo di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli non è stato di certo positivo: lo scudetto non è mai stato davvero alla portata, e più che rilanciare le proprie ambizioni la squadra è sembrata vivere per un po’ dello slancio della gestione Sarri, prima di consumarsi e accartocciarsi su se stessa. Certo non sono mancate alcune grandi prestazioni: prestazioni però isolate, non inserite in un contesto di crescita strutturale, e che per questo appaiono oggi come il segno della decadenza. Vittorie belle ed eleganti prima che utili: classici esempi dell’arte per l’arte, la bellezza che flirta con la vanità.

In linea con la narrazione di “allenatore da coppa”, Ancelotti nel 2018/19 guida il Napoli a un’ottima fase a gironi della Champions, in un gruppo di ferro che comprende anche Liverpool e PSG. I 9 punti accumulati – frutto anche di una vittoria col Liverpool e due pareggi col PSG – sono gli stessi degli inglesi, che però passano il turno per due gol segnati in più. Al Napoli eliminato resta solo il prestigio dei singoli risultati, e un Koulibaly che proprio nelle partite di cartello – contro gli attaccanti migliori al mondo – dimostra di esserlo pure lui, uno dei giocatori migliori al mondo. Contenendo Salah nella vittoria al San Paolo contro il Liverpool, ma soprattutto dominando Mbappé in entrambe le partite con il PSG. Due match in cui Koulibaly stravince il duello individuale contro uno degli attaccanti meno difendibili nei duelli individuali.

L’arte difensiva italiana si fonda su un particolare gusto per la distruzione. Nella nostra cultura calcistica la squadra non è intesa come un organismo orientato alla costruzione del gol, ma come uno in cui vige una divisione fordista del lavoro, dove ognuno coltiva la propria specializzazione. L’attaccante deve realizzare il gol, il difensore deve evitare il gol avversario. Tutti hanno diritto a esercitare il proprio compito con gioia e creatività, e la gioia del distruggere, si direbbe, è ciò che Koulibaly trasmette nel video qui sopra, gli highlights della sua partita di andata al Parco dei Principi. Tra le giocate più rilevanti: Koulibaly che sbarra la strada a Neymar lanciato in area, o che anticipa Cavani con una scivolata che scoppia di energia. Koulibaly che esce dalla linea per aggredire Mbappé alto, ancora, e ancora, e ancora, e ancora; ma anche Koulibaly che ostruisce lo spazio a Mbappé semplicemente piazzandosi tra lui e la porta, facendo del proprio corpo un muro di granito invalicabile. Per la sua capacità di stoppare gli avversari apparentemente senza fare niente, con la sola presenza fisica, Koulibaly è stato soprannominato a Napoli “K2”.

L’attenzione che Koulibaly riseva a Mbappé durante tutta la partita sembra provenire da un passato lontano, da un’epoca di marcature a uomo asfissianti. In realtà però la sua performance è incredibilmente moderna: non solo per la qualità in impostazione sempre altissima, ma anche perché l’aggressività con cui rompe la linea per andare a prendere Mbappé alto, leggendo sempre con estrema efficacia quando è il caso di aggredire e quando di coprire la profondità, è una qualità dei migliori difensori contemporanei.

Koulibaly è un difensore iper-tecnico, sempre. Uno che guarda sempre e comunque la palla e cerca il momento giusto per metterci il piede sopra in modo pulito. Resta tecnico anche negli interventi apparentemente più disperati; nelle scivolate – il singolo fondamentale più iconico del suo repertorio – che Koulibaly riempie della stessa dignità estetica di una rovesciata o un doppio passo. Scivolate come quella con cui, nella partita di ritorno al San Paolo, ferma Mbappé lanciato in campo aperto, arpionando il pallone senza nemmeno spazzarlo via, ma conservandolo per la nuova fase di possesso del Napoli.

I difensori contemporanei, educati nella difesa a zona e capaci di letture sempre più sofisticate, in genere preferiscono anticipi e intercetti ai recuperi in scivolata. C’è una frase, attribuita a Paolo Maldini ma probabilmente di origine ignota, che dice: “Se devo entrare in tackle in scivolata, vuol dire che ho già fatto un errore”. Il fascino di Koulibaly, e del suo fondamentale tecnico più famoso, sta anche in questa natura intrinsecamente estrema della scivolata: un gesto che è sempre al limite, l’ultima possibilità di salvare le cose un attimo prima che crollino. Qualcosa che idealmente ricongiunge Koulibaly alla tradizione calcistica italiana, dove i difensori godono e si esaltano (ed esaltano il pubblico) quanto più i loro interventi sono rischiosi e disperati.

La finta scivolata, vs Spal 2018/19

È persino riduttivo dire che la scivolata è la signature move di Koulibaly. È qualcosa di più: uno strumento che ha levigato fino a dargli una vasta gamma di forme e usi diversi, il coltellino svizzero del suo stile di gioco. Con la scivolata può entrare in anticipo oppure sulla corsa dell’attaccante; può arrivare sul pallone con il collo del piede oppure con il tacco; può usarla per intercettare passaggi o parare tiri. A queste giocate, tutto sommato consuete, Koulibaly ha aggiunto un ulteriore livello di creatività con la finta di scivolata: su una palla contesa il senegalese va giù sul prato, l’avversario lo segue, poi Koulibaly finge di arpionare il pallone da terra ma si rialza improvvisamente – l’avversario, ancora disteso, è tagliato fuori – e ha campo libero per ripartire in possesso.

«L’entrata in scivolata di Koulibaly vale il dritto di Federer, il dribbling di Messi, l’uscita palla al piede dall’area di Franco Baresi» ha scritto Gianni Montieri. Non è solo una questione estetica: come Federer, Messi e Baresi nel proprio stile di gioco hanno reso prevalente la componente apollinea su quella impulsiva, così la presenza in campo di Koulibaly è sempre razionale, puro controllo. La sua energia non sfocia mai nella violenza, tantomeno il carisma nel machismo. Quando era al Metz, prima che diventasse professionista, la sua compostezza caratteriale faceva il paio con una certa timidezza, con la paura ad imporsi. «Rimaneva in punta di piedi» ha detto un suo compagno nella Francia U20, con cui Koulibaly ha giocato un mondiale nel 2011. Il selezionatore di quella rappresentativa, Francis Smerecki, dice di averlo invitato più volte a «forzare il suo temperamento».

Nei due anni in Belgio Koulibaly cresce, diventa lentamente un leader. Senza perdere però quella calma che lo contraddistingue, e che lo fa sembrare più maturo per la sua età. C’è un documentario realizzato poco prima che passasse al Napoli che si intitola “Kalidou, la forza tranquilla”. Anche oggi che ha passato i trent’anni, che è uno dei giocatori più carismatici in circolazione, capitano del Senegal con cui ha da poco alzato la Coppa d’Africa (ha scelto il Senegal al posto della Francia nel 2015), Koulibaly non è quel genere di difensore adrenalinico che dopo un tackle si rialza da terra ringhiando. La sua presenza è sobria e distaccata, i capelli e la barba rasati a pochi millimetri gli dànno un’aria burocratica da professionista. Ha il petto ampio come una quercia, ma anche una faccia dolce e uno sguardo rassicurante che vorresti avesse il tuo dentista.

Koulibaly sembra una persona onestamente profonda, la cui acutezza si riflette nelle letture del gioco sempre in sintonia con le necessità creative della squadra. Un difensore che prima di ogni cosa difende, che si esalta nei duelli individuali, ma che mantiene un approccio costruttivo al calcio. E questa è una patente di modernità che nessun tackle aggressivo può ridimensionare. La finta in scivolata è la massima espressione del modo di stare in campo sempre razionale di Koulibaly. Della sua forza tranquilla.

Contro i cori razzisti, vs Inter 2018/19

Sarebbe riduttivo confinare la grandezza di Kalidou Koulibaly a un campo da calcio. Come ha ripetuto più volte nel corso dell’ultima stagione Spalletti, Koulibaly è un esempio, un modello comportamentale. Uno che nello spogliatoio del Napoli si è costruito un’identità prima come uomo e poi come grande calciatore. Per questo motivo non si può trascurare un fatto quantomeno “sovversivo”, indicatore della grandezza umana di Koulibaly: il fatto di essersi affermato in Italia, con l’Italia, malgrado l’Italia.

Lo prova chiaramente la notte del 26 dicembre 2018, l’ennesimo momento in cui il calcio italiano – rappresentato quella sera dall’arbitro Mazzoleni – ha cercato di minimizzare, o di ignorare del tutto, il problema che il nostro Paese ha col razzismo. Per tutti i novanta minuti di gioco a San Siro Koulibaly è stato vessato di fischi e di BUUUUUU, e come è ormai prassi in un paese culturalmente morto come l’Italia, è stato lasciato solo da chi aveva il potere di fermare quella mestizia.

Se si è continuato a parlare del problema del razzismo negli stadi italiani è anche grazie a Kalidou Koulibaly, che quella sera si è concesso il gesto sfrontato di applaudire un arbitro incapace, o, peggio, «ingenuo», come lo avrebbe definito Massimo Troisi, incapace cioè di accorgersi di ciò che gli accadeva intorno. Dopo quel gesto Koulibaly ha rimediato una squalifica di due giornate, a cui i tifosi del Napoli hanno risposto con una coreografia, nella successiva partita al San Paolo contro il Bologna, in cui tutto lo stadio ha mostrato una “maschera” col suo volto.

Koulibaly ha lasciato i propri anni migliori al Napoli e alla Serie A; ci ha donato chiusure e tackle di una supremazia difficilmente replicabile. Ma se il suo passaggio in Serie A è stato tanto prezioso, e se di conseguenza il suo addio è ora più doloroso, è anche per qualità più intangibili di quelle tecniche: per il suo spessore umano, l’impegno a combattere anche per il colore della sua pelle.

Playmaker difensivo, vs Lazio 2021/22

Koulibaly ha vissuto due stagioni negative tra il 2019 e il 2021. C’entra il calo collettivo del Napoli nella seconda stagione di Ancelotti, e poi il grigiore generale della gestione Gattuso. Archiviata la stagione da “sogno nel cuore” 17/18, esaurita l’energia residua del periodo Sarri, il ciclo di Koulibaly in maglia azzurra sembrava oggettivamente esaurito. È a cavallo di quel biennio decadente che Koulibaly pare vicino a lasciare Napoli per il Manchester City. A giugno 2019 è andato via anche lo storico compagno di difesa Raul Albiol, e davanti alla crisi del senegalese c’è chi dice che era lui, Albiol, il segreto del successo di Sarri e di Koulibaly.

Naturalmente è un giudizio ingeneroso per Koulibaly, che in questi anni ha dimostrato di poter giocare al livello dei migliori difensori contemporanei. Nell’ultima stagione sotto la guida di Spalletti le prestazioni di Koulibaly e di tutto il Napoli sono tornate di alto livello. Una stagione iniziata con 12 risultati utili consecutivi, e trascorsa in lotta per lo scudetto fino a cinque giornate dal termine. Spalletti ha ridato al Napoli un piano di gioco ordinato, dentro cui il miglioramento di Koulibaly è avvenuto in modo sottile e costante, senza gli exploit straordinari degli anni precedenti. Questi qui sotto sono i suoi highlights nella vittoria per 4-0 contro la Lazio dello scorso novembre, un periodo in cui il Napoli teneva saldamente la vetta ed esprimeva il miglior calcio del campionato.

https://twitter.com/HaroldMonteiro/status/1465329434186199045

La partita di Koulibaly è eccezionale soprattutto per la tecnica palla al piede – un aspetto centrale nel suo stile di gioco, e in questo articolo ancora non abbastanza evidenziato. Guardate ad esempio il lancio con il piede debole al minuto 0:24, con cui trova Lozano largo a destra. Oppure la freddezza con cui con una Cruijff turn elude la pressione di Felipe Anderson a 1:10. Fate caso però anche alle cose più minimali: a come funge costantemente da riferimento sicuro per i compagni, come agisce da terzo uomo per connettere, per esempio, Mario Rui e Lobotka (minuto 0:46). La tecnica di Koulibaly, la sua capacità di attrarre la pressione e poi di trovare corridoi liberi in cui far avanzare il possesso, è la chiave che ha reso il Napoli di questi anni, dai tempi di Sarri fino ad oggi, una delle squadre con la costruzione bassa migliore del campionato.

In Koulibaly non c’è nessuna discontinuità tra la sicurezza e l’eleganza nel gioco senza palla – negli interventi strettamente difensivi – e la tecnica con la palla. Un difensore aggressivo in pressione e creativo in impostazione, perfettamente calato nell’epoca calcistica contemporanea post rivoluzione guardiolista, che ha istituzionalizzato il pressing alto e il possesso palla fin dalla difesa. Il paradosso di difendere lontano dalla propria porta e attaccare vicino, partendo dal proprio portiere.

Dopo otto stagioni al Napoli e con 31 anni compiuti, appare legittima la scelta di Koulibaly di trasferirsi in Premier League, dove potrà misurarsi coi migliori calciatori al mondo e provare a vincere la Champions League. La perdita per il Napoli e la Serie A, invece, è enorme. Non solo per una questione puramente sportiva, ma anche per il fascino, il carisma, l’intelligenza con cui Koulibaly ha reso per otto anni il nostro calcio un po’ più interessante.

(articolo a cura di Michele Cecere e Damiano Primativo)


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