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5 min

- di Luigi Vincenzo Repola

"O Ronaldo, where art thou?"


La scorsa stagione il Manchester United non è riuscito a centrare uno dei quattro slot in Premier League che permettono di qualificarsi alla Champions. Una condizione che ha portato il recordman di gol e presenze della competizione continentale a voler immediatamente abbandonare i Red Devils. E la cosa non deve sorprenderci.


Il 14 agosto del 2002 allo stadio José Alvalade di Lisbona si gioca il match di andata tra il Sporting Clube de Portugal, meglio noto come Sporting Lisbona e l'Inter, valido per il terzo turno preliminare della Champions League 2002/2003.

La partita non brilla per spettacolarità e si chiude con un pareggio per zero a zero. Il match passa alla storia, però, perché è la prima presenza in Champions League per Cristiano Ronaldo, che al minuto 58 sostituisce l'esterno spagnolo Toñito, iniziando la sua campagna europea ventennale che l'ha portato a vincere 5 volte la coppa per club più ambita, con 185 presenze e 140 gol, due primati probabilmente imbattibili, Messi permettendo.

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Negli anni CR7 ha pulito il suo gioco da giocoliere, virtuosistico, ridondante che lo ha reso quella celebrità globale che è per diventare pian piano una specie di macchina bionica, incapace di non assecondare la sua volontà di segnare, solo segnare e battere record di marcature.

E infatti la critica più pesante che il portoghese si porta da Torino e ora a Manchester è la sua totale estraniazione dall'ambiente di gioco in cui si trova.

Ronaldo non pressa, non effettua contrasti, non corre se non con il pallone davanti a sé. Alcune statistiche di CR7 stagione 21/22 in Premier League sono impietose.

Il portoghese è stato uno dei giocatori che ha portato meno pressing agli avversari, ha compiuto 0.37 contrasti a partita ed è tra gli ultimi nel dato delle intercettazioni. Il dato sulla pressione migliora nella trequarti difensiva, cioè nel momento in cui il baricentro del Man Utd si abbassava e che quindi un minimo di lavoro di contrapposizione agli avversari andava operato, ma per il resto i dati sono abbastanza chiari.

In un calcio che si sta evolvendo in un gioco totalmente transizionale, dove il contrattacco è la legge e quindi il pressing per attivare le ripartenze è condizione basilare, Ronaldo è chiaramente in controtendenza.

CR7 è ormai un giocatore semplice. Il suo modo di stare in campo sembra dire "Portate il pallone vicino alla porta, poi a segnare ci penso io". E non è impossibile che una frase simile sia uscita dalla bocca del portoghese.

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Ronaldo, in sua difesa, continua ad overperfomare in fase realizzativa. La cifra expected goals (xG), dei "gol che avrebbe dovuto fare", del portoghese in Premier è pari a 16, mentre sono 18 le marcature nel campionato inglese, quindi superiore a quanto previsto dai calcoli statistici. In percentuale, il dato migliora addirittura in Champions, il giardino di casa del 37enne. Su 3.3 xG in Europa i gol realizzati sono stati 6, quasi il doppio.

Ma vale la pena spendere 25 milioni di euro all'anno per un giocatore avulso dalle dinamiche di squadra seppur autore di 32 gol la scorsa stagione?

E' quello che si sono chieste - secondo le indiscrezioni di calciomercato - Bayern Monaco, Psg e Chelsea, le tre società a cui il suo procuratore Jorge Mendes ha offerto il calciatore portoghese. Ma la difficoltà di inserire in un sistema due sistemi di gioco rapidi ed estremamente vorticosi, come quello dei blues di Tomas Tuchel e dei bavaresi guidati Julian Nagelsmann, rende quasi impossibile l'approdo del campione di Madeira.

L'opzione migliore per il portoghese sarebbe il Real Madrid di Carlo Ancelotti. Il modo di stare in campo dei blancos è ben più compassato, rallentato e non richiede quelle continue azioni di pressione, quell'elettricità costante in fase di non possesso di buona parte delle squadre inglesi. Ma dopo una Champions vinta da protagonista, Benzema accetterebbe di tornare ad essere il secondo violino? E Vinicius e Rodrygo come conviverebbero con la pesante presenza di CR7? Senza contare che, seppur disposto a ridursi l'ingaggio, Ronaldo è un elemento costoso per le casse di un club e no, non si ripaga solo con il merchandising.

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Ronaldo non ha nessuna intenzione di restare a Manchester, almeno nella sponda rossa, dopo la mancata qualificazione in CL. Nonostante il nuovo allenatore dei reds Erik ten Hag abbia dedicato parole al miele per il calciatore.

Lo United, più o meno come ogni stagione da un po' di anni a questa parte, è in un momento di ricostruzione, una nuova fase che, però, questa volta pare avere un criterio logico, visto che l'allenatore olandese è un tecnico affermato, che ha portato l'Ajax ad un passo dalla finale di Champions grazie ad un calcio aggressivo senza palla ed audace nel momento in cui il pallone viene riconquistato. Qualcosa di paragonabile ad un incubo rispetto alla versione over 35 di Cristiano Ronaldo.

Eppure ten Hag vuole avere ancora Ronaldo, o almeno è quello che dichiara ai giornalisti. E pare l'unico allenatore dei big club europei a spingere per questa possibilità. In pratica, pare che nessuno voglia più Ronaldo, a nessuno interessa quello che è il marcatore più prolifico della storia del calcio.

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A cosa è dovuta questa estromissione dal grande calcio? La teoria più plausibile è che il problema centrale sia il peso di Cristiano Ronaldo. Non in senso fisico, visto che è in una condizione perfetta, al limite delle umane possibilità, bensì l'onerosità della presenza del portoghese.

Ronaldo accentra. Non può fare altro. Un giocatore della sua caratura non può che essere il fulcro del gioco della sua squadra. E non è semplice quando quello che dev'essere il tuo calciatore simbolo è completamente disinteressato a buona parte di ciò che avviene attorno a lui.

CR7 è diventato un eroe di un'altra epoca. Un essere fuori contesto che in maniera maniacale percorre gli spazi e muove solo passi utili, necessari a mettere il pallone in porta. Ogni atto sul rettangolo di gioco del portoghese pare sia legato semplicemente al raggiungimento dell'obiettivo del gol quale unica fonte di sostentamento del suo gioco.

E certe volte si ha l'impressione che lo sia anche della sua anima.

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