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- di Simone Renza

Lo scopone dell'82: tra Pertini, Gramsci e il Fùtbol


Il momento più importante di quell'impresa, fuori dal rettangolo di gioco, fu vissuto in un DC9 che rientrava a Roma da Madrid e che vide seduti ad un tavolo un partigiano, due friulani - uno dal volto scavato e l'altro dalle poche parole - e un leccese baffuto dal volto stereotipicamente italiano.


Ricorrendo il quarantennale di una vittoria mundial della Nazionale, i ricordi di quella impresa sportiva affiorano molteplici. E' stato sicuramente un evento di svolta nel panorama narrativo del calcio. Si pensi alla diffusione capillare della tv a colori in tutte le case, al giornaliero e costante battage mediatico che ha accompagnato le due settimane azzurre ma, soprattutto, al punto di rottura nel panorama politico - istituzionale di Pertini.

Il paese attraversava un momento politico di fortissima instabilità. Gli strascichi degli anni '70 e la nuova strategia della tensione degli '80. La strage, quasi due anni esatti prima, avvenuta alla stazione di Bologna). Il terremoto dell'Irpinia. Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, anch'egli un anno prima. Non solo. Quello stesso anno avvenne il rapimento del generale USA Dozier e il ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi, ex presidente del Banco Ambrosiano, a Londra. Le tensioni erano palpabili a qualunque latitudine. Il mondo circostante ribolliva: Israele bombardava Beirut, venivano invase le Malvinas da parte dell'Inghilterra etc. Tutto, per come lo si era conosciuto, stava cambiando ad una velocità sino ad allora sconosciuta.

Questa pressione era tutte sulle gracili e minute spalle del Presidente Pertini che, suo malgrando - benchè fosse abiutato per storiografia personale, erano costrette a sorreggere uno dei momenti più incerti della storia contemporanea. Nonostante tutto ciò, la notte di sabato 10 Luglio, lo stesso Presidente della Repubblica decise di prendere un DC9 dell'Areonautica Militare e volare a Madrid.

La proverbiale sagacia e semplicità di quel partigiano emerse quanto un giornalista, appena il Presidente giunse all'Hotel dove alloggiava la compagine guidata da Bearzot, gli chiese se era il caso, visto tutto quanto accadeva, di presenziare ad un evento così "frivolo". Senza pensarci troppo su, rispose che, seppur vero che l'orizzonte non era roseo e che ci fossero problemi ben più gravi da affrontare, il calcio rappresentava la domenica per un lavoratore, il ludico essenziale, e che dopo 6 giorni di lavoro aveva diritto a godersi il meritato riposo senza dover per forza pensare al Lunedì.

Quel viaggio, però, non rappresenterà solo un ossequio all'etichetta istituzionale ma diverrà un evento intriso di politica popolare ed il calcio, come di consueto, ne sarà stato il veicolo.

Sotto questo punto di vista, due sono i momenti topici di quell'esperienza madrilena: l'esultanza al terzo gol di Altobelli e lo scopone giocato di ritorno a casa.

L'esultanza

Nella memoria collettiva è impressa quella inaspettata e incosueta rottura dello stucchevole cerimoniale istituzionale: il sollevarsi ad ogni gol, gioioso, mentre al suo fianco sedevano il Cancelliere tedesco Schmidt, Re Juan Carlos, Kissinger tra tanti altri. L'apice lo si ebbe quando Pertini pronunciò il: "Adesso non ci prendono più!", accompagnato da un ghigno di incontenibile felicità rivolto a chiunque gli sedesse nelle vicinanze e da una gestualità che indicava una spontanea emozione. Nessun imbarazzo negli astanti ma un flusso di coscienza emozionale che sdoganò il sentimento popolare, sino a quel momento relegato tra le tribune, nelle piazze e nelle case, anche tra le alte sfere della politica.

Un atto politico vero e proprio di chi aveva combattuto tedeschi e spagnoli non più di 40 anni prima. Tant'è vero che gli venne domandato «Che faccia aveva Schmidt?». Con la sua serafica determinazione e dietro a quegli spessi occhiali Pertini rispose: «Quella di un cane bastonato, ma presto lo inviterò a pranzo, a lui piace mangiar bene. E un altro abbacchiato ieri era Kissinger. La partita lo faceva soffrire, perché dovete sapere, ragazzi, che Kissinger è tedesco».

Lo scopone

Altro momento dal sapore decisamente politico e di ribaltamento di un paradigma fu lo scopone sull'aereo di ritorno da Madrid. Episodio che, seppur involontariamente, venne preconizzato da nientemeno che Antonio Gramsci. Sebbene quanto accaduto in tribuna fu un qualcosa, per l'epoca, di eccezionale, quanto avvenne in aereo fu, invece, la messa in pratica di quello che sino a qualche tempo prima veniva considerato un conflitto di pensiero.

In una rubrica di costume sull’ Avanti!, Gramsci invitava gli operai a frequentare lo stadio, esaltando il mondo del calcio come espressione della modernità. Egli ebbe ad analizzare due aspetti del tempo libero degli operai: il calcio e il gioco delle carte.

Il Football e lo scopone. «Gli italiani amano poco lo sport; gli italiani allo sport preferiscono lo scopone. All’aria aperta preferiscono la clausura in una bettola-caffè, al movimento la quiete intorno al tavolo» premette Gramsci, prima di un’analisi comparativa tra cultura del calcio e quella dello scopone, espressione di due modi contrapposti: «Osservate una partita di football: essa è un modello di società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge. Le personalità si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma esse sono regolate da una legge non scritta, che si chiama lealtà e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro. Paesaggio aperto, circolazione di aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione».

"Lo scopone, un po' come il calcio, equipara. Quando giochi a carte giochi a carte, non stai lì a dire presidente prego, dottore scusi… A fare i complimenti. Ci sentivamo tutti molto a nostro agio. E infatti quel giorno discutemmo molto. Causio tentò una 'ballata ciucca', come si dice in gergo. Una specie di trappola, calò un sette, Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese di settebello. Tecnicamente parlando, una catastrofe. Pertini era uno che sapeva giocare, ma in quel momento accusò me di aver sbagliato. E io ovviamente lo rimproverai, sia pure con garbo, del contrario. Avevo ragione io e il presidente lo sapeva benissimo". 

Dino Zoff

Se, quindi, per Gramsci il calcio è l’emblema della democrazia, di tutt’altro spirito è la cultura dello scopone: «Una partita allo scopone. Clausura, fumo, luce artificiale. Urla, pugni sul tavolo e spesso sulla faccia dell’avversario… o del complice. Lavorio perverso del cervello. Diffidenza reciproca. Diplomazia segreta. Carte segnate. Strategia delle gambe e della punta dei pedi. Una legge? Dov’è la legge che bisogna rispettare? Essa varia di luogo in luogo, ha diverse tradizioni, è occasione continua di contestazione e litigi».

L'allora Presidente della Repubblica restituì, invece, democratizzazione allo svago. Da un lato, infatti, consacrò a livello istituzionale il calcio come momento politico, facendo di certo storcere il naso con la sua schiettezza a chi lo considerava alla stregua di un "oppio dei popoli", dall'altro, contraddicendo l'amico Antonio, riportò lo scopone quale naturale attività di svago tra gentiluomini benchè sempre condita di contestazioni e litigi.

Caro Zoff, io non dimenticherò mai la tua bravura nel Mundial et la tua bonarietà quando tuo compagno in una partita a scopone sull’aereo che ci riportava a Roma ti ho fatto perdere […] Vieni a trovarmi, giocheremo a scopone e cercherò di non fare più gli errori che mi hai giustamente rimproverato. Auguri mio caro Zoff.” 

Telegramma di Sandro Pertini a Dino Zoff

Per tutto quanto rappresentò quella finale, e per le mille sfaccettature che quella giornata ebbe, si può dire che quella vittoria consegnò al paese una visione differente del calcio, della politica e del modo di valutare sè stesso in un mondo che di lì a poco sarebbe cambiato radicalmente. In questo processo, Pertini è stato la rappresentazione più alta e bonaria di un vero sentimento popolare che ha saputo trasformare il ludico in un'altra espressione di politico.



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Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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