Article image
,
4 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse sull'addio tra Belotti e il Torino


Spoiler: scritte da un tifoso granata, tra retorica e razionale dispiacere.


- Era un derby della Mole, il Torino stava mettendo sotto la Juve  ed era, stranamente in vantaggio all’80’, (poi, molto meno stranamente, fu raggiunto negli ultimi minuti): i bianconeri erano in attacco alla ricerca del pareggio, a girar palla alla ricerca di un varco. All’improvviso un attaccante del Torino, dopo aver lottato per tutta la gara facendo a sportellate con Bonucci e Chiellini, si prodigò in un rientro tanto apprezzabile quanto apparentemente sconsiderato in difesa, tolse il pallone ad un bianconero e addirittura guadagnò una rimessa laterale, proteggendo la sfera in caduta: poi si lasciò andare a terra, stremato, in attesa della sostituzione e di una standing ovation doverosa. Quell’attaccante era Andrea Belotti. Stavo vedendo con un amico quel derby, sostenendo fino a poco prima che fosse opportuno uscir dalla stucchevole retorica delle bandiere e comprare magliette senza nomi dei giocatori sulla schiena, “che tanto poi se ne vanno”: ma dopo quella rincorsa commovente, lui decise di comprarsi la divisa del Toro con il 9 dietro ed il nome del "Gallo". Qui c’è tutto ciò che Belotti è stato per il Toro: finalmente, dopo anni di assenza, un simbolo, di cui tutti, bambini e non, hanno sentito di volersi comprare la maglietta;

- Arrivato nel 2015/16 dal Palermo, il Gallo è stato forse uno dei pochi acquisti di prospettiva dell’era Cairo: ricordo che al suo arrivo, chi scrive non comprendeva tutta questa estasi della piazza per un attaccante che in fondo aveva realizzato solamente 6 reti in 38 gare, e che aveva di fatto tutto da dimostrare. Ma in realtà il punto è proprio questo: l’ambiente granata, che vive di una retorica dell’imperfezione e della lotta, non cercava di certo talenti sopraffini e candidi che la rappresentassero. Dopo anni di bidoni svogliati, aveva trovato in un giovane ingobbito, lottatore ed imperfetto, un potenziale idolo futuro, anche perché il Gallo via via ha dimostrato di avere il fisique du role. Proprio in nome di questa “incarnazione” l’ambiente ha concesso a Belotti un credito smisurato, un amore incondizionato, di cui il centravanti si è nutrito e che ha restituito in termini di gol e risultati sportivi. I gol e le prestazioni hanno certamente aiutato, ma il matrimonio è stato sancito dal fatto che quelle rincorse ingobbite, quella tecnica grezza da compensare con polmoni ed attitudine, quella potenza grossolana erano esattamente ciò che il tifoso granata cercava, e ha trovato con il numero 9 sulla schiena per 7 anni. Dopo poco tempo anche i più scettici e meno retorici, come chi scrive, gridavano il suo nome alla lettura delle formazioni allo stadio come fosse davvero il portatore dei valori per cui allo stadio ancora ci metteva piede;

- Oltre alle romanticherie, Belotti ha portato in dote un bottino di gol rilevante: 113 in tutto, tra campionato, Coppa Italia ed Europa League. Già, perché con il Gallo il Toro è tornato ad assaporare l’Europa: si può dire senza mezzi termini che si è trattato di un matrimonio perfetto, dove il club ed il giocatore si sono aiutati vicendevolmente nel processo di crescita, portando il Toro al miglior piazzamento post fallimento ed il centravanti a vestire l’azzurro. Negli anni il Gallo si è sgrezzato, pur mantenendo il suo stile, è andato sempre in doppia cifra, ha cominciato a segnare i rigori con grande continuità senza perdere il gusto per le acrobazie (quella sforbiciata col Sassuolo resta il gol più bello per cui chi scrive abbia esultato), in una parola è cresciuto come giocatore e come leader. L’ultima stagione in chiaroscuro, più per tormenti fisici che per prestazioni, non può minare il giudizio su cosa Belotti abbia fatto in granata, arrivando ad essere l’ottavo marcatore nella storia del Torino, a soli 9 gol da Ciccio Graziani: chissà dove avrebbe terminato, se il rapporto fosse continuato;

- Proprio per questo, per questa sinergia naturale, per questo amore a prima vista, ma anche per ciò che Belotti ed il Torino sono stati l’uno per l’altro, è difficile capire questo addio, o meglio la sua gestione, che non rende giustizia per nulla a tutto quanto di cui sopra. Con un contratto in scadenza al 30 giugno che si è semplicemente lasciato andare al termine, senza una parola dall’una né dall’altra parte. Se dalla parte della presidenza Cairo non mi aspettavo lungimiranza né particolare abilità, sulla scorta di 18 anni di esperienza da tifoso, dal Gallo mi aspettavo un atteggiamento diverso, forse proprio perché ha visto col passare del tempo cosa fosse diventato per la piazza: se doveva essere addio per ambizioni diverse (che il Toro non poteva offrire con Cairo, questo è evidente), lo avrebbero capito tutti, sarebbe bastato comunicarlo e fare di questo ultimo pezzo di stagione una perpetua standing ovation. Questo silenzio enigmatico è stato una delusione dentro ad una delusione: il freddo comunicato societario con cui questa avventura si chiude è, semplicemente, indegno, ma è solo l’ultimo atto di una vicenda gestita maldestramente;

- Cosa farà ora il Gallo? Sono lontani i tempi in cui Cairo sbandierava una clausola da 100 milioni ritenendo incongrua un’offerta da 80 (a proposito di lungimiranza ed abilità), ma sono anche lontani i tempi in cui il Gallo solleticava l’appetito calcistico di mezzo mondo. Sicuramente le offerte non mancheranno, specialmente a parametro zero, ma il tempo non si è fermato a tre estati fa, e ciò rende questo addio ancora meno comprensibile e più malinconico. Da una parte, è chiaro che a 28 anni Belotti veda questa come l’ultima possibile occasione per un salto di qualità, e che non veda nel Torino il posto ideale per farlo (anche per ragioni comprensibili, visto il solito stucchevole mercato del club). Ma resta un ultimo dubbio (stavolta si badi, non da tifoso),  che è probabilmente quello che ha attanagliato anche il diretto interessato, portando questa telenovela a scadenza contrattuale: davvero un ruolo da comprimario in una qualsiasi squadra più blasonata, nell’economia di una carriera, vale di più del diventare definitivamente bandiera e simbolo di una tifoseria che ti ha eletto ad idolo per amore a prima vista? Da oggi la retorica granata torna a svuotarsi un pò, e le tante maglie col 9 tornano nei cassetti: ai bambini che le indossavano (allo stadio si vedevano davvero solo quelle), toccherà spiegare di nuovo che avevamo ragione io ed il mio amico, conviene non comprare maglie con i nomi sulla schiena, tanto poi se ne vanno.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu