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Guida al Tour de France 2022: alla caccia di Pogi


“Una partita di calcio è una tragedia”, con queste parole Walter Sabatini - allora direttore sportivo della Salernitana - ha sintetizzato la sua visione del calcio nel meraviglioso documentario “Salvezza 7 percento” prodotto da DAZN. Volendo questa frase si potrebbe usare anche per il ciclismo e - ovviamente - per la sua corsa più importante: il Tour De France. Sì, perché la Grand Boucle non è solo gioia, festeggiamenti, tappi che saltano (speriamo non negli occhi) e braccia alzate al traguardo. E’ sopratutto una tragedia, umana e sportiva. La tragedia degli ultimi, che poi sono tutti quelli dietro al primo, dorato e inarrivabile, dei chilometri che si consumano sotto alle ruote, come metafora del tempo che scorre e non si può più riannodare, la tragedia - anche - del vincitore, solo con il suo leone di peluche e un peso nel petto insostenibile, quello di essere il migliore, il più forte ma - per certi versi - anche il più fragile, quello con più pressioni e meno scudi per difendersi. 


Tadej e Primoz: atto III

Il migliore nelle ultime due edizioni del Tour, o forse anche il migliore di questa epoca in assoluto, è stato il wonderkid Tadej Pogačar. Una macchina da vittoria capace di imporsi su qualsiasi terreno, staccando Vingegaard in salita o sbaragliando Roglič in una cronometro che restarà nella storia dello sport. Lo sloveno si presenta al Tour in una condizione sfavillante: questa stagione in ventiquattro giorni di gara ha collezionato sette vittorie e nove piazzamenti fra i primi cinque.

Il UAE tour è stato un antipasto ad una stagione che ha visto Pogi fare dell’Italia il suo terreno di caccia preferito: primo alle Strade Bianche, sullo sterrato che ritroverà anche alla Super Planches de Belle Filles, vincitore della Tirreno-Adriatico dove si aggiudicato due tappe e quinto alla Sanremo dietro a Matej Mohorič, altro fenomeno sloveno, che ha alzato le braccia al cielo dopo un attacco fantastico sulla discesa del Poggio staccando proprio Pogačar. Finita la prima parte di stagione Pogačar non ha corso per oltre un mese, durante il quale ha anche trascorso un periodo di ritiro a Livigno, per poi presentarsi al Giro di Slovenia e ridicolizzare gli avversari: su cinque tappe ne ha vinte due e in altri due casi ha lavorato come gregario per far vincere Rafa Majka, che si è aggiudicato la maglia di miglior scalatore dopo una combattuta partita di sasso-carta-forbici con il suo capitano. 

Credo che chiunque segua un minimo il ciclismo sarà concorde con le seguenti due affermazioni: Pogačar è l’uomo da battere, la Jumbo Visma è l’unica squadra che può battere Pogačar. I calabroni, che per l’occasione sfoggeranno una maglia che sembra una cartina fisica della Francia, hanno deciso di alzare ulteriormente l’asticella e provare a puntare al bersaglio grosso, sfuggitogli nelle due edizioni precedenti. Forse il nemico più grande degli olandesi saranno le dinamiche interne e le, legittime, aspirazioni personali di ciascun corridore.

Sulla carta i Jumbo dovrebbero partire con un tridente di capitani: con Roglič, Vingegaard e Van Aert equiparati. Lo sloveno, però, verosimilmente sarà l’uomo per la classifica finale, forte di una prima parte di stagione dove ha dimostrato una solidità da grande leader: Parigi-Nizza, Giro dei Paesi Baschi (dove ha vinto una tappa) e Giro del Delfinato, durante il quale già in maglia di leader ha lasciato l’ultima tappa al suo compagno Vingegaard scortandolo al traguardo per mano. Rogla in questi sei mesi si è consolidato come re delle corse di una settimana, correndo sempre in controllo e con il supporto di una squadra al servizio del suo capitano. Forse non è il ciclista più spettacolare del gruppo, nemmeno il secondo o il terzo, però è davvero difficile vederlo saltare o andare in crisi: se un avversario dovesse trovarlo fianco a fianco sarebbe davvero difficile staccarlo.

“Il primo degli umani”, se dovessi descrivere Vingegaard in poche parole userei queste. Il danese, secondo al Tour dello scorso anno, si è riconfermato su dei livelli da élite assoluto e lo ha fatto riuscendo anche a preservare gli equilibri interni alla squadra, il secondo posto più la tappa conquistati alla Tirreno-Adriatico sono una prova delle qualità di questo ragazzo nelle corse dure, qualità confermate anche dal secondo posto nel Giro del Delfinato, condito dalla tappa omaggio di Roglič menzionata poc’anzi. Un’altra cosa da non sottovalutare quando si parla di Vingegaard è che Jonas è stato l’unico in grado di staccare Pogačar, sulla salita del Mount Ventoux al Tour dello scorso anno.

Maglia verde e velocisti

Se i primi due capitani della Jumbo sono forse favoriti per puntare alla vittoria finale la terza punta ha già messo in chiaro il suo obiettivo per questo Tour: la maglia verde. Wout Van Aert è senza ombra di dubbio il ciclista più completo del gruppo, come dimostrato da lui stesso nella passata edizione del Tour. Nel 2021 in Francia Wout ha vinto tre tappe di tre categorie differenti: l’undicesima che prevedeva la doppia ascesa al Ventoux, con un arrivo in solitaria degno di uno scalatore puro; la cronometro finale, nella specialità a lui più congeniale e la sfilata sugli Champs-Elysées dove ha messo la ruota davanti a due ottimi velocisti come Philipsen e Cavendish.

Ci sono due fattori particolarmente importanti che presentano Van Aert come favorito assoluto per la maglia verde: la sua condizione e il percorso. Van Aert questa stagione ha improntato tutta la preparazione sull’assalto alla maglia verde del Tour concentrandosi molto su corse che in piccolo potevano ricreare gli arrivi o i percorsi delle tappe che avrebbe affrontato a luglio, e così ha messo insieme: un’ottavo posto alla Sanremo, un terzo alla Roubaix, le cui pietre saranno affrontate già nella quinta tappa, e un terzo posto alla Liegi-Bastogne-Liegi che con i suoi continui sali e scendi e la sua distanza è ricalca le tappe collinari di cui questa edizione del Tour abbonda. Oltre ha questi piazzamenti, nell’ultima gara disputata, il Delfinato, Van Aert si è portato a casa due tappe fine altrettante volte secondo.

Se Wout può essere incoraggiato da questo tipo di percorso lo stesso non possono dire i suoi avversari, sopratutto i velocisti puri, che quest’anno non sono stati tanto premiati dagli organizzatori del Tour nel momento di disegnare il percorso. Al via si presentano comunque ottimi velocisti come: Fabio Jakobsen, nove vittorie quest’anno; Sam Bennett, una vittoria; Jasper Philipsen, quattro vittorie. Gli unici altri due contendenti seri alla maglia verde sembrano essere Mads Pedersen, che partirà fortissimo galvanizzato anche dalla prime tappe in casa e Michael Matthews, esperto nei traguardi volanti e già maglia verde nel 2017. L’incognita vera in questa classifica è Mathieu Van Der Poel. Il Capo, come ha iniziato a farsi chiamare durante l’ultimo Giro, ha dichiarato che non correrà per la maglia verde. Se fosse stato un altro ciclista ci avremmo creduto ma con VDP una dichiarazione non ha necessariamente un solo significato. L’olandese ha fatto divertire e si è divertito in Italia e punta a replicare questo mood anche in Francia, andando a caccia anche di qualche tappa ma non è così improbabile che metta in piedi una battaglia all’ultimo sprint con il suo rivale Van Aert, con VDP never say never. 

La maglia a Pois e i cacciatori di tappe

La classifica dei “vorrei ma non posso” quest’anno è senza dubbio quella della maglia a pois. Con una platea di contendenti che in edizioni passate sarebbero stati lì a giocarsi la vittoria finale ma che quest’anno devono riconoscere la schiacciante superiorità dei tre favoriti.

Tra coloro che proveranno ad imporsi come re della montagna troviamo: Ruben Guerreiro, vincitore della maglia blu al Giro 2020 e primo alla Mount Ventoux Denivele Challenges quest’anno; Nairo Quintana, che ha già dichiarato più volte che non farà classifica quindi sarà libero di attaccare per vincere qualche tappa; Romain Bardet, costretto ad abbandonare il giro per un problema fisico quando la sua condizione stava crescendo, se è lo stesso di maggio sarà da tenere d’occhio molto attentamente; Warren Barguill, perché sa come si fa, il bretone è stato vincitore di due tappe con arrivo in salita al Tour del 2017 durante il quale si è anche aggiudicato la maglia a pois e il premio della combattività. Con i nomi che abbiamo visto finora si potrebbe comporre una startlist di tutto rispetto in qualsiasi grande giro, però ci manca ancora di vedere quali sono i big da tenere d’occhio. Quelli che, con qualche giornata favorevole o con un favorito in calo, potrebbero trovare un piazzamento nelle zone alte di classifica.

Il Team Ineos arriva senza il suo fuoriclasse Egan Bernal, ancora alle prese con la riabilitazione dopo il terribile incidente di inizio anno in allenamento, ma schiera comunque due ottimi corridori da corse a tappe come Geraint Thomas e Daniel Martinez. Vlasov invece rappresenterà la Bora ma vicino al suo c’è da mettere un grande asterisco per via del Covid che lo ha colpito durante il Giro di Svizzera. La squadra più intrigante in questa fascia è sicuramente la Bahrain che con Caruso e Haig punta a due piazzamenti nella top ten. 

Dalla parte opposta dello spettro rispetto a questi nomi troviamo coloro che corrono senza guardare la classifica generale, i cacciatori di tappe. Il più in forma del mid-carding, come si direbbe nel wrestling, è senza dubbio Guillarme Martin, avvezzo a provarci da lontano e galvanizzato dalle strade di casa si muoverà di sicuro. Per la EF Bettiol e Bissegger hanno dimostrato gambe ottime in Svizzera. Anche Tony Gallopin vorrà concedersi un ultimo ballo e non lesinerà in quanto ad aggressività in strada. Sagan, invece, ripiegherà sulla ricerca di una tappa per non rendere vano un Tour che lo vede più defilato rispetto ad edizioni passate. Se la bandiera slovena verrà tenuta in alto da Pogacar e Roglic un altro alfiere da non sottovalutare è Matej Mohorič, che correrà sopratutto per i suoi due capitani ma non si negherà qualche avventura all’attacco. Le crono invece saranno appannaggio di Filippo Ganna, con Van Aert che proverà ad insidiarlo e con un Jan Tratnik da tenere d’occhio come outsider. 

Il percorso

Spesso nel ciclismo si dice che “la gara la fanno i ciclisti” è questo è senz’altro vero, però è bene dare un’occhiata anche al percorso. Ovviamente non abbiamo il tempo di guardare in dettaglio tutte le tappe però vale la pena consigliarvi tre tappe da seguire con molta attenzione. 

Tappa 5: Lille-Arenberg. La tappa delle pietre. 154 km con undici settori di pavé. La speranza più grande sarà evitare la pioggia per non dover essere testimoni di brutte cadute. C’è stata una piccola polemica sui primi tre settori che sono in discesa e quindi molto più pericolosi. Non si passerà per la foresta ma l’arrivo ad Arenberg contribuisce a dare un tocco di epicità alla tappa. Nonostante arrivi così presto sarà un buon banco di prova per capire chi può o no ambire alla vittoria finale. 

Tappa 12: Briançon-Alpe D’Huez. 165.5 km con tre GPM horse categorie. Si parte con il Galibier dal versante del Lautaret, la parte più facile, per poi proseguire con la Croix De Fer, già vista al Delfinato, come preparazione per l’Alpe D’Huez che, in concomitanza con la presa della bastiglia, si trasformerà in uno stadio a cielo aperto. Sull’ultima salita ci sarà sicuramente movimento da parte dei big di classifica.

Tappa 18: Lourdes-Hautacam. 144 km, ultima tappa con arrivo in salita che presenta una grande classico del Tour, il Col d’Aubisque nella prima parte, per poi salire sul Col de Spandeles, salita di dieci km con molti tratti sopra il 10%. In conclusione c’è l’Hautacam - dove Nibali ha vinto nel 2014 - salita lunga (13.5 km) con pendenze vicine al 10% per lunghe parti.

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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