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5 min

- di Andrea Codega

Veni, vidi, Bini


Biniam Girmay è il primo ciclista eritreo ad aver vinto una tappa del Giro d'Italia. No, non è un'eccezione: in Eritrea il ciclismo è di casa, anche grazie all'Italia.


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Biniam Girmay

Devo ammetterlo: sono fomentato da un ciclista eritreo. Qualche settimana fa, nella tappa del Giro d’Italia 2022 che da Pescara ha portato i corridori a Jesi, si è presentato a poche centinaia di metri dall’arrivo un nutrito manipolo di ciclisti. Tra questi, il grande favorito era uno dei volti che sta caratterizzando il ciclismo del presente (e del futuro): Mathieu Van Der Poel, fenomeno olandese classe 1995.

Ad anticipare la volata dell’olandese è però un ciclista eritreo del 2000: Biniam Girmay (per tutti: Bini), che già nell’ultimo periodo aveva fatto parlare di sè. Prima con una serie di ottimi risultati nelle annate tra gli Under 23, poi con la clamorosa e inaspettata vittoria alla Gent-Wevelgem a marzo, diventando il primo africano a vincere una delle “Classiche del Nord” più amate dai tifosi. E poi con la sua prima vittoria al Giro d’Italia, al traguardo di Jesi: Mathieu Van Der Poel non riesce nemmeno a proseguire la volata fino alla fine, e si deve accontentare di alzare il pollice come attestato di stima nei confronti del rivale. L’ennesimo capitolo che dimostra quanto il ciclismo sia uno sport ammirevole, ma anche un’istantanea che svela uno dei duelli che potrebbe caratterizzare tante tappe dei prossimi anni.

Colonia italiana

Girmay è solo la punta più brillante di un iceberg che vede l’Eritrea al centro delle nuove realtà che stanno andando ad invadere il ciclismo, un fatto sostanzialmente isolato per tutto il continente africano eccezion fatta per il Sudafrica, che rappresenta però un discorso a parte. Per parlare di Girmay, Eritrea e del futuro di questo meraviglioso sport mi sono fatto aiutare da alcuni amici: Gianluca Losito, Simone Angeletti e Carlo Filippo Verdelli, tre ragazzi che hanno da poco inaugurato proprio un podcast sul ciclismo. Si chiama Angliru (una montagna spagnola teatro di alcune delle tappe più emozionanti del ciclismo moderno), ve lo consiglierò anche dopo ma intanto lo trovate qui.

La diffusione del ciclismo in Eritrea è una storia italiana. In mezzo ai tanti risvolti cruenti e negativi che hanno portato le campagne colonialiste italiane in Etiopia, Albania, Eritrea e Libia, l’Eritrea con la sua capitale Asmara è il Paese che ha più conservato la tradizione italiana nei propri bar, vie e negozi. 

Ed è proprio l’Italia ad aver permesso la diffusione del ciclismo nel Paese, grazie alla costruzione di strade, ponti e ferrovie nei primi anni del Novecento; con il trasferimento sul suolo eritreo di diversi italiani è stata trasmessa una passione smodata per il ciclismo, tanto che già nel 1939 l'eritreo Ghebremariam Ghebru sconfisse molti italiani in una corsa organizzata tra di loro.

“A differenza delle altre ex-colonie italiane - mi dicono i ragazzi di Angliru - il territorio eritreo è piuttosto elevato, di fatto un altopiano con tanti saliscendi e poca porzione di deserto che lo rende adatto a essere percorso in bici. Non a caso i corridori sono contraddistinti da un fisico slanciato e affusolato, con una particolare abilità nel guidare la bicicletta come se venissero dal ciclo-cross: potremmo quasi definire l’Eritrea una sorta di Colombia africana”. Non è forse un caso che proprio questa conformazione territoriale stia producendo una serie di ciclisti come Girmay, abilissimi nelle Classiche e le altre corse da un giorno, oppure dei promettenti scalatori come il classe 1999 Natnael Testafsion.

In questo bel reportage eritreo di Giacomo Amorati si può capire come i tratti italiani non se ne siano mai andati da Asmara, nonostante il Paese abbia cessato di essere una colonia italiana ormai nel lontano 1941, dopo una battaglia persa con l’Inghilterra. Bar Vittoria, Caffè espresso, pubblicità Cinzano appese sulle pareti del bar. E poi l’incontro con Daniel Teklehaimanot, primo ciclista eritreo e africano a partecipare al Tour de France.

Asmara, la capitale dell'Eritrea

La geografia del ciclismo

In questo momento storico, avere degli idoli ciclistici a cui aggrapparsi può fungere anche da grande conforto e distrazione per l’intero popolo eritreo, in seguito alla guerra con l’Etiopia scoppiata nel 2020 che rende entrambi i Paesi estremamente militarizzati: le milizie eritree supportano infatti le tribù etiopi amhara e afar, nemiche dei tigrini.

Indipendente solo dal 1993 e al penultimo posto al mondo per l’indice della libertà di stampa, è paradossale come in un momento di grande tensione sociale l’Eritrea stia vivendo il miglior momento della sua storia a livello ciclistico e sportivo. Tolto il Sudafrica, al momento l’Eritrea è la nuova, grande potenza africana del ciclismo, uno sport la cui geografia potrebbe presto cambiare: “Il Kenya si sta molto appassionando al ciclismo - mi spiegano - e anche il Ruanda sta osservando un vero e proprio boom in vista dei Mondiali (inediti, ndr) di ciclismo che il Paese ospiterà nel 2025”.

Per decenni il ciclismo è sempre rimasto uno sport riservato e praticato ad altissimi livelli da pochi Paesi: storicamente sono Belgio, Olanda, Spagna, Francia e Italia a ospitare tutte le corse più famose al mondo, percorse da corridori che per la maggiorparte provengono da questi Stati. “Il ciclismo è sicuramente in espansione rispetto a un decennio fa, pur nascendo come sport conservatore. Si sta arrivando a disputare delle gare in Cina, Oceania, Canada, manca ancora all’appello una corsa importante negli Stati Uniti. Anche a livello economico il ciclismo si sta aprendo a sponsor che non troverebbero facilmente spazio in altre discipline sportive: parliamo di sponsor provenienti ad esempio da Kazakistan, Bahrein e penisola arabica, che a livello etico potrebbero non essere accettati altove”. L’espansione si sta avvertendo, dunque, a livello economico (cresce la disparità tra top team e chi invece non ha capacità di spesa) ma anche mediatico: sulla scorta di Drive to Survive dedicato alla Formula 1, Netflix girerà una docu-serie in occasione del Tour de France di quest’estate.

This is the end

L'incidente subito dopo i festeggiamenti al Giro d'Italia

Insomma, la favola di Biniam “Bini” Girmay è meravigliosa, commovente, simbolo di un Paese che cerca di aggrapparsi a una disciplina sportiva per affermarsi e metafora di come il ciclismo stia cercando di ridisegnare la propria geografia: “D’altronde il ciclismo è forse lo sport che si lega maggiormente alle vere e proprie mappe (e infatti che newsletter state leggendo?), alla topografia dei territori e agli stessi pubblici che devono essere interessati a questo sport, per permettere la sua espansione”.

Ma visto che ogni storia ha anche il suo lato agrodolce, non posso chiudere questa puntata di Mappe senza rivelarti come è finita la saga Girmay. Dopo aver vinto la tappa di Jesi, è salito sul podio e nel tentativo di aprire lo spumante il tappo lo ha improvvisamente colpito in un occhio. Il tempo di una visita in ospedale, e la mattina successiva Bini ha dovuto dichiarare bandiera banca, abbandonando il Giro d’Italia. Da vincitore.

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25 anni a base di fùtbol e racchette. Sapevo tutte le capitali del mondo, poi è arrivato Timor Est. Contro gli anglicismi inutili.

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