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5 min

- di Michele Cecere

L'urlo di Maradona: triste, solitario y final


Quel gol alla Grecia a USA '94 poteva essere l'ennesimo ritorno alla vita di Diego Maradona, uno degli ultimi bagliori di una vita folle che oggi, a un anno e mezzo dalla morte, ci rievocano il fascino del suo mito. E invece è diventato una metonimia della sua storia, un lieto fine interrotto da un ultimo urlo: triste, solitario y final.


«No me importa lo que Diego hizo con su vida,
me importa lo que hizo con la mia.»
- Roberto Fontanarrosa

Intorno al 60' minuto l'Argentina consolida il possesso palla appena fuori l'area dove si è trincerata la retroguardia della Grecia. Dalla fascia sinistra la manovra si sposta attraverso i piedi e l'eleganza di Fernando Redondo, e dopo tre tocchi brevi dentro la lunetta, la palla ritorna docile al numero cinque dell'albiceleste grazie al contributo di Caniggia. In telecronaca Victor Hugo Morales si è perso nello sciame di passaggi rapidissimo dell'Argentina e negli scambi di posizione; non ha ancora finito di raccontare l'azione quando la palla arriva a Diego Armando Maradona.

Maradona tozzo e svampito, senza più la chioma riccia ad accompagnare la magia della sua danza tra i difensori avversari. Maradona dal passo pesante, come se la fascia di capitano e le aspettative pesassero non solo sulla psiche ma anche sul corpo. Maradona ormai finito. Maradona non più barrilete cósmico. Maradona infedele, tossico, criminale. Maradona che non dovrebbe neanche essere su un campo da calcio. Maradona e le ricadute.

Maradona e le rinascite.

Maradona che aggancia il pallone passato da Redondo nel cuore dell'area di rigore; Maradona che se lo sposta sul mancino perché altro non può fare, condannato alla magia di un piede che funziona ancora troppo bene; Maradona che calcia dritto all'incrocio dei pali, lasciando il portiere inerme. Un tiro mai come nella sua carriera potente e rabbioso, pieno di rancore, di rivincita personale.

E poi c'è l'urlo. Con gli occhi spiritati del tossico in astinenza o del genio dopo la creazione, o forse di entrambe le cose fuse in un insieme indistinto, Maradona corre verso la telecamera fino a oltrepassarla. Era un gol tutto sommato normale, l'Argentina vinceva già 3-0 e la vittoria non era mai stata in discussione, ma Diego Armando Maradona ha preso quel gol «normale» e lo ha reso iconico con una gioia macabra, uscita da un quadro di Goya più che da una partita di calcio. Che cosa voleva dire Maradona con quel gesto spettrale? Un urlo di sfida e di rabbia insieme. Di morte e rinascita.

Come i grandi showman Maradona non soffre la macchina da presa, ma la cerca e l'affronta a viso aperto, ne sente quasi il bisogno. Quell'urlo avrebbe avuto lo stesso peso se rivolto ai tifosi allo stadio o ai suoi compagni?

Chi può fermare Maradona a un Mondiale? Tranne la FIFA, intendo.

Solo qualche anno prima nessuno avrebbe scommesso che Maradona avrebbe partecipato a USA '94. Nell'aprile del 1991 la polizia argentina lo arrestò a Buenos Aires in diretta televisiva, davanti a centinaia di giornalisti, per detenzione di cocaina, solo un mese dopo la squalifica di quindici mesi. A febbraio del '94 sparò dei proiettili di gomma contro dei giornalisti che avevano assediato la sua villa. Per rivederlo in campo ci fu bisogno della mediazione della FIFA tra il Napoli (che deteneva ancora il suo cartellino) e il Siviglia, dove Diego ritrovava l'ex CT argentino Bilardo. Alla fine di una stagione amara Maradona segnò cinque gol in campionato, facendosi notare quasi esclusivamente per la vita fuori dal campo, e per controllarlo il Siviglia ingaggiò un detective della Walker.

La stagione successiva ('93/'94) sceglie di tornare a casa, e trova l'accordo con i Newell's. Ma tranne che per qualche dichiarazione folkloristica («Sto benissimo, questo è veramente l’ambiente giusto. Resterò qui fino a fine carriera»), il ritorno a casa di Maradona dura solo cinque partite. In qualche modo però le pressioni del pubblico convincono il CT dell'Argentina, Alfio Basile, che non voleva nemmeno sentire parlare di convocazione. Il 20 aprile Diego riveste la maglia della Seleccion in amichevole contro il Marocco e la partita viene trasmessa a reti unificate su cinque canali tv argentini.

A curare la preparazione fisica del Pibe de Oro verso il Mondiale c'è ancora Fernando Signorini, il suo preparatore personale, che aiuta Diego con l'astinenza e attraverso un duro allenamento gli permette di perdere sedici chili. Guardandolo in campo anche contro la Nigeria, partita vinta 2-1 con la doppietta di Caniggia, anche se il suo passo non ha più la grazia vellutata degli anni Ottanta, Maradona sembra esattamente al suo posto nel mondo. Cuce il gioco tra le linee, crea connessioni con i compagni d'attacco, è nel vivo. Si sente vivo. Prima dell'inizio del Mondiale lo scrittore Osvaldo Soriano aveva detto: «Lo vorrei in campo a qualunque età, anche grasso e fermo come se se aspettando un bus alla fermata».

Il soggiorno di Maradona negli States è ai limiti del surrealismo. Da un lato c'è la sua presenza che sconfina nel sacro, pronto a portare, anche se è una locuzione abusata, «da solo» l'Argentina in finale per il terzo mondiale consecutivo. Eppure gli anni sono passati, la sua vita non è più leggera: per tenerlo a bada l'Fbi gli mette alle spalle quattro agenti pronti a coprire ogni spostamento.

In Puttane Assassine Roberto Bolaño fa dire a un personaggio di nome B: «È qui che dovrebbe finire questo racconto, ma la vita è un po' più dura della letteratura». Ed è forse per questo, cioè che la vita è sempre più dura delle narrazioni che ci sforziamo di tessere, che la storia di Diego Maradona a USA '94 finisce proprio contro la Nigeria. Alla fine della partita in cui in campo subisce 24 falli, e in fondo la violenza è sempre stato l'unico modo per fermarlo, trova ad aspettarlo a bordocampo un'infermiera affinché venga scortato ai controlli anti-doping.

Diego la prende con ironia: le porge la mano come un bambino che ha perso i genitori al supermercato tra una fila e l'altra, in faccia un sorriso sardonico. «È l'unica volta nella storia che un’infermiera va a cercare un giocatore dentro il campo per fargli l'antidoping. Ma poi il tempo ci ha dato ragione, nella FIFA c’era qualcosa di losco» dirà Abel Barbo.

Dopo qualche ora risulta positivo all'efedrina, e viene escluso dal Mondiale. Il tacito patto di non aggressione tra Maradona e la FIFA finisce in quel momento: «Ho sbagliato, è stata una leggerezza. Ma in questo paese dove assumono tutte le droghe hanno incastrato me per una sostanza che non ti dà la forza nemmeno per fare un passo. Mi hanno usato quando serviva un personaggio da portare ai Mondiali. Poi hanno riempito gli stadi e io non servivo più» dice Diego. Ancora una volta viene tradito e giudicato moralmente: «Magari si aspettavano un Maradona grasso per far ridere la gente, invece hanno cominciato ad avere paura quando hanno visto come giocavo e come giocava l’Argentina. Saremmo arrivati in finale col Brasile e avremmo vinto noi».

Quel gol alla Grecia poteva essere il quadro dell'ennesimo ritorno alla vita di Diego Maradona, uno degli ultimi bagliori di una carriera folle e di una vita folle che oggi, a un anno e mezzo dalla sua morte, ci rievocano il fascino del suo mito, delle sue imprese senza tempo, contro il tempo. E invece è diventato un terreno di scontro politico (durante i Mondiali più volte Maradona attaccò Blatter e Havelange sugli orari delle partite), oltre a una metonimia della storia del più grande fuoriclasse mai esistito, un lieto fine interrotto, l'ultimo atto di Maradona in un Mondiale di calcio, l'ultima illusione, l'ultima partita in cui lo abbiamo visto giocare e abbiamo sognato.

Un ultimo urlo: triste, solitario y final.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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