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- di Esperanto Sportivo

Considerazioni sparse su “L’uragano nero. Jonah Lomu, vita morte e mete di un All Black” (66thand2nd)


L’uragano nero. Jonah Lomu, vita morte e mete di un All Black” di Marco Pastonesi racconta la vita di Jonah Lomu, il più forte rugbista di tutti i tempi. Dalla vita di strada ad Auckland fino al tragico epilogo del 18 novembre 2015, quando muore nella stessa città a causa di un arresto cardiaco. Pastonesi descrive in maniera eccellente tutte le tappe principali della carriera del giocatore più devastante che si sia visto su un campo da rugby.


- Jonah Lomu da giovane era un futuro campione d’atletica. Aveva un fisico tale da sembrare Usain Bolt. Sui 100 metri faceva registrare tempi intorno ai 10’’89’. Se la cavava bene anche sui 200, 400, i 110 ostacoli e la staffetta 4x100. Non riusciva però a competere nelle distanze lunghe nei 800 e 1500. Sarebbe potuto diventare un decatleta a livello mondiale ma nella sua scuola mancavano validi strumenti per praticare il salto con l’asta;

- Lomu era immarcabile su un campo da rugby. Quando era giovane era l’incubo di tutti gli avversari. Sembrava Obelix per la forza con cui riusciva a superare la stretta marcatura a uomo. L’ultima “versione” di Jonah è stata però quella di un “gigante buono con la faccia di Bambi”. I problemi fisici legati ai vari trapianti di rene lo hanno cambiato fisicamente, rendendolo un giocatore diverso a fine carriera;

- Gli All Blacks hanno completamente cambiato il loro gioco con l’arrivo di Lomu. Le ali da Jonah in poi non sono più semplici ruoli ma sono i rifinitori principali delle azioni offensive neozelandesi. L’ala, secondo gli All Blacks, deve possedere abilità da esterno come placcaggi in difesa ma anche capacità di creare sovrannumero in attacco. Alto tasso del lavoro, leadership, abilità di gioco negli spazi stretti e struttura fisica completano il profilo. La perfetta descrizione quindi di Jonah Lomu;

La copertina del libro "Jonah Lomu, vita morte e mete di un All Black" di Marco Pastonesi (66thand2nd)

- Jonah Lomu è stato un campione a tutto tondo. È passato più volte in Italia per cause benefiche. Nel giugno 2011 ha partecipato alla campagna Friends For Japan allo scopo di aiutare economicamente la popolazione giapponese dopo lo Tsunami. Ha dato lezioni di marketing in varie città italiane e ha partecipato a vari allenamenti di mini rugby per bambini. Ha cercato di essere quindi quell’ “amico di oratorio dalla faccia buona” descritto dall’ex rugbista azzurro, Paolo Vaccari. Una figura totalmente diversa da quella giovanile, quando andava in giro per Auckland minaccioso e con una gran voglia di fare risse. Il rugby lo ha salvato, regalandoci un “uragano nero di adrenalina” per le sue incredibili giocate.

- Il rapporto tra Jonah Lomu e Joost van der Westhuizen, ben descritto nel libro, è l’emblema di come il rugby sia lo sport più pulito al mondo. Due avversari in grado di mettere in scena epici duelli sul campo, uniti però nella lotta ad un nemico peggiore, una malattia difficile da superare. I noti problemi ai reni per Lomu e la sclerosi multipla per Joost ci hanno infatti privato di due stelle rugbiste, ma ci hanno regalato una storia d’amicizia d’altri tempi. La cerimonia funebre in memoria di Lomu, svoltasi il 30 novembre 2015 all’Eden Park è qualcosa che mette ancora oggi i brividi. Diecimila persone hanno presenziato alla marcia funebre per dare il loro ultimo saluto a Jonah. Gli ex compagni di squadra ed amici hanno poi realizzato un Haka commemorativa in suo ricordo. Una cerimonia che ricorda per certi versi l’ultimo saluto di San Paolo ad Ayrton Senna o i funerali di Dražen Petrović a Zagabria.

Domenico Barbato

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