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15 min

- di Michele Cecere

Rafael Nadal e la volontà di potenza


La quattordicesima vittoria di Nadal al Roland Garros non è solo un'impresa sportiva, ma una lezione di etica, di conflitto con la sofferenza. È il sacrificio di un campione che pur di vincere sembra disposto a sacrificare il proprio corpo per il tennis, l'unica frangia della realtà in cui, per Rafael Nadal, dolore e felicità non si contrappongono, ma diventano co-protagonisti dello stesso dramma.


Mentre i raccattapalle e i giudici di linea sfilano di fronte al palco appena allestito per la premiazione, Rafael Nadal si siede nel suo angolo. Ha ancora gli occhi lucidi e lo sguardo trasognato: la realtà in quei momenti sembra in netta contraddizione con ciò che si aspettava, con i problemi fisici e con il dolore. La fascia non gli protegge più la fronte dai capelli lunghi e selvaggi, e i polsini contengono un braccio sempre più gonfio. Sono passati diciassette anni dalla prima vittoria a Parigi; Nadal non indossa neanche più la canottiera e i pinocchietto dei suoi esordi, ma ha vinto ancora il Roland Garros, per la quattordicesima volta in quattordici finali. È il ventiduesimo titolo dello Slam, dopo l'Australian Open vinto a gennaio.

«È straordinario ciò che sta succedendo quest'anno» dice dopo aver ascoltato l'inno nazionale spagnolo. «Vincere qui, nel campo più importante della mia carriera, a 36 anni, mi dà tanta energia». Per un attimo il filo del discorso si interrompe, gettando gli spettatori del Philippe Chatrier nell'angoscia. Poi riprende: «Non so che cosa accadrà, ma voglio continuare a lottare». Dall'altro lato del campo c'è Casper Ruud, cresciuto alla Rafael Nadal's Academy, e sconfitto ora in tre set, che ha un sorriso per tutti. Sembra felice di essere arrivato in finale, come se non avesse nutrito speranza di farcela.

È finita con un rovescio lungolinea caduto sull'incrocio delle righe. Rafa Nadal in estasi, che non si capacita, con i pugni in cielo, poi a coprire il volto. L'ennesima finale dello Slam trasformata nel tutorial di un vecchietto che insegna ai nipoti come giocare a tennis sulla terra. Come si spiega il rapporto tra Nadal e il Roland Garros? In un torneo in cui è riuscito a farci credere di essere fragile in ogni partita, alla fine ha vinto contro quattro top ten, un doppio vincitore e numero uno del mondo come Novak Djokovic, e concluso il terzo set della finale con un bagel.

«In futuro non voglio essere ricordato come un tennista con numerosi titoli ma come colui che ha lasciato un buon esempio ai ragazzi e alle ragazze» disse Nadal dopo la vittoria del torneo di Acapulco a inizio 2020. Ora che viviamo la sua presenza in campo con una perenne ansia da abbandono, non possiamo non capire il significato di quelle parole. Il tennis che trascende il campo: l'etica sportiva, la grandezza, il conflitto con il dolore. Rafa Nadal ci ha dimostrato, vincendo quattordici volte un torneo dello Slam, un record che John McEnroe ha definito «insuperabile», di essere molto di più di uno dei migliori tennisti nella storia. Di essere diventato, appunto, un esempio.

Parlando di Roger Federer e dell'articolo che David Foster Wallace gli dedicò sul New York Times, spesso si sente dire: lui è il tennis. Ma siamo sicuri che guardare oggi Rafa Nadal e il suo modo di aggirare i margini del suo fisico, del tempo che è passato e si fa sentire, si discosti così tanto da un'esperienza religiosa? La passione di Nadal non è anch'essa una vetta estetica?

(Photo by ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP via Getty Images)

Il sogno Roland Garros

In realtà il cammino verso il Roland Garros è stato tortuoso. Dopo l'infortunio alle costole in finale di Indian Wells, persa in due set contro Taylor Fritz, Nadal ha saltato i primi due tornei della stagione di terra: Monte-Carlo e Barcellona (di cui è stato campione, rispettivamente, undici e dodici volte). Al rientro a Madrid, Carlos Alcaraz ha modellato la partita su un nuovo piano di realtà brutale e intenso, forse troppo per il tennis di Rafa, e lo ha battuto in tre set. A Roma Nadal era uscito agli ottavi per mano di Shapovalov, zoppicando per tutto il terzo set a causa della sindrome di Müller-Weiss al piede sinistro.

«Tecnicamente non mi sono infortunato, io sono un giocatore che convive con un infortunio» aveva detto in conferenza stampa. «Devo accettare che i miei giorni sono così, fino a quando la mia testa non mi dirà basta, che non si può vivere con così tanto dolore ogni giorno. Lo dico con il cuore, gioco per essere felice, ma il dolore ti rovina la felicità, non solo per il tennis ma per la vita». A quel punto del Rafa Nadal che conosciamo non rimaneva che un insieme di cocci incollati alla rinfusa: i capelli radi, qualche dritto vincente seguito da un breve «Vamos!», le rughe del viso sempre più profonde.

https://www.youtube.com/watch?v=eLWsgheI_OM&ab_channel=TennisTV

I giorni passano e anche se Rafa avrebbe bisogno di altro riposo per dare tregua agli acciacchi del piede, arriva il debutto a Parigi contro Jordan Thompson. Nadal non è brillante ma gli basta variare qualche colpo o accentuare la rotazione del topspin per tenere agilmente il turno di battuta e puntare all'aggressività in risposta. Alla fine vince tre set a zero ma la sua forma è lontana da quella migliore: «Ho giocato bene per un po’, ma ci sono cose che devo fare meglio. Soprattutto nei movimenti e nella velocità di palla del diritto». Un copione simile lo recitano Moutet e Van der Zandschulp: avversari di peso diverso, ma che restituiscono la stessa sensazione di impotenza.

Poi arrivano gli ottavi di finale contro Felix Auger-Aliassime e i dubbi sulle prospettive di vittoria se possibile si ingigantiscono. Nadal è in ritardo di condizione, e va bene, la prima settimana in uno Slam funziona anche da ambientamento, ma il suo corpo sembra semplicemente esausto. Gli spettatori iniziano a vivere le sue partite come una lunga sfilata d'addio: non solo per la prima volta da almeno sette anni non è il favorito per la vittoria finale, ma va anche molto vicino a uscire al quarto turno.

Il primo set contro Auger-Aliassime è l'istantanea del momento di Rafa: le sue gambe sono lente e impacciate, e se la velocità di palla non lo aiuta a entrare negli scambi il servizio va anche peggio. Commette quindici errori gratuiti e perde 3-6 in 52 minuti. Auger gioca un tennis agile ed efficace, pieno di smorzate mortifere. Poi però c'è la componente psicologica. Appena ha l'occasione di trasformare una partita di tennis in una battaglia, Rafa Nadal si trasforma. Nei momenti di tensione della partita i bicipiti tornano a lavorare e il dritto diventa più profondo, regalando qualche colpo amarcord. Nessun altro tennista gode così tanto quando la partita diventa una resa dei conti tra cowboy.

Dal secondo set in poi Nadal gioca ogni punto come se fosse l'ultimo. Nel terzo game del secondo salva due palle break: l'inerzia è cambiata. La prima di servizio passa da uno scarso 50% al 74%, e permette a Rafa di controllare lo scambio da fondo, la cosa che più ama della terra. Vince due set consecutivi ma sembra già tanto così. Auger rientra in partita e nel quarto set torna il Rafa falloso e impreciso. Scuote la testa: per l'undicesima volta in centoquindici partite al Roland Garros giocherà il quinto set.

Basterebbe questa fatica sovrumana nel portare a casa un ottavo di finale a spiegare tutte le difficoltà di Nadal. Nell'analisi della partita con Auger-Aliassime, Antonio Garofalo ha scritto su Ubitennis: «l'impero ha tremato, ma sullo stesso non è ancora tramontato il sole». Prima un passante lungolinea retrò, poi una discesa a rete anti-estetica ma efficace delle sue: Rafa Nadal vince il quinto set con la pura forza di volontà che è insita nel suo gioco. Dopo quattro ore e ventuno minuti, nonostante i problemi fisici e l'età che avanza, il giocatore più fresco in campo è ancora lui.

Nadal era lì, come sempre al Roland Garros, giocava e vinceva tutti i punti possibili per il suo fisico martoriato, eppure ci sembrava già passato. Le sue corse da cavallo pazzo e i suoi recuperi ci mancavano come se quelle che vedessimo in campo, certo più venerande e meno imperiose, non fossero reali. Eravamo nostalgici di un passato che non era ancora arrivato. Adesso, però, si presentava il momento giusto per dire: basta, è finita davvero, contro l'avversario più temibile e temuto in carriera. Novak Djokovic entra in campo con gli occhi sbarrati, già concentrato a impadronirsi del trono di Rafa Nadal, a disarcionarlo per sempre dal suo campo.

Questa volta eravamo pronti. Il 31 maggio gli spettatori del Philippe Chatrier hanno il privilegio di godersi dal vivo l'ultimo atto di Rafa Nadal e del suo regno in Francia. Con un nodo alla gola e la sensazione che il tempo negli ultimi vent'anni sia volato troppo in fretta, anche gli appassionati che guardano la partita da casa ne sono piuttosto certi. Quella dei quarti contro Djokovic sarà l'ultima partita di Nadal sulla terra nel 2022, e come aveva detto lui alla vigilia: «forse la mia ultima partita al Roland Garros». Il re Sole della terra rossa si è mostrato nuovamente fragile e mortale come tutti gli uomini. Stavolta il piede sinistro lo strazia più del solito; il dolore ha incupito il suo tennis e le sensazioni sul futuro.

C'è vita dopo il Roland Garros?

Il tempo vola

Dai primi game la strategia di Rafa Nadal è chiara. Appena ne ha l'occasione muove Djokovic variando il suo gioco: ora gioca una palla corta, ora un passante diagonale, ora un pallonetto profondo. Eppure l'elemento più straniante della partita ha a che fare proprio con la sua tattica; stavolta è Nadal ad affrettare gli scambi, a liberarsi subito della pallina e a chiudere i punti. Il mestierante della terra rossa, che gode a rincorrere ogni rimbalzo, adesso vuole farne a meno. È ancora Rafa Nadal, quello che stiamo guardando?

Prendiamo la palla break che Nadal si conquista in apertura di partita. Djokovic esce dal servizio con un rovescio interlocutorio, mentre Rafa – che sulla pazienza e la disciplina ha costruito la sua storia – prova subito un vincente con il dritto uncinato. Djokovic riesce a difendersi a stento, così Nadal lo chiama a rete con uno slice solido. A quel punto Nole prova a chiudere il punto, accelerando in diagonale: proprio il lato da cui Nadal lo aspettava per chiudere il punto.

E se il primo set scorre bene, grazie a un servizio ritornato a pieno regime e a un Djokovic contratto, è solo nel secondo che la partita si accende. Nadal parte come un razzo e in pochi minuti si trova avanti 3-0, ormai la sua mano si è sciolta e regala punti fuori dalla logica. Ma come in ogni narrazione c'è il ritorno dell'antagonista. Novak Djokovic si sveglia nel momento più bello della partita di Nadal per rovinargli la festa. Sembra un remake della semifinale del 2021, anche allora il secondo set fu lunghissimo, e alla fine strappato da Djokovic, che vinse tre set a uno e decretando la fine della stagione di Nadal.

Improvvisamente le gambe di Djokovic corrono al doppio della velocità. Anche se lui e Nadal sono nati a poco meno di un anno di distanza, sembrano appartenere a due ere distinte. Nadal ha l'aura del dinosauro conservato nella teca di un museo, il suo passo è pesante e imbolsito: il tennis è diventato una fatica di Sisifo anche per lui. Al contrario Nole corre dietro a ogni pallina con gli occhi sbarrati, l'immancabile segno di calma interiore. Il serbo comanda ogni scambio, costringe Nadal a difendersi in modo impacciato e alla fine, dopo più di un'ora e mezza, vince il secondo set.

L'ultima volta che Nadal e Djokovic si erano incontrati ai quarti del Roland Garros era il 2015. Due anni prima il New York Times aveva pubblicato un video che analizzava la bio-meccanica dei colpi di Nadal, e quanto questa fosse nociva per le sue ginocchia (in particolare nel colpo del rovescio). In quegli anni non fa in tempo a recuperare da un infortunio che ne patisce già un altro: secondo molti la carriera di Nadal sta già per finire. Persino lo zio Toni parlava più o meno apertamente di ritiro: «Rafa è pieno di dubbi». E ancora: «Se decidesse di ritirarsi oggi, non potrei dire che la sua carriera è stata breve. È stata una lunga carriera». Nadal perde quella partita in tre set che sembrano chiudere l'epoca del suo dominio al Roland Garros.

È impossibile non notare l'ultimo cerchio che si è chiuso nella carriera di Rafa Nadal. Di fronte alla reazione nel terzo e nel quarto set – in cui ha dimezzato gli errori non forzati (passati da 19 a 6) e riacquistato fiducia nel dritto – la nostra ansia di non vederlo più giocare prendeva sempre più la forma di una pura masturbazione intellettuale che riempiva le chat di Whatsapp con toni sempre più roboanti: la seconda sconfitta di fila di Nadal al Roland Garros, il ritiro dopo questa ultima sofferenza, la fine di un'era. Nel frattempo, in campo, Nadal ci mostrava invece che non è finito un cazzo finché non lo deciderà lui, finché il dolore al piede o alle ginocchia o alle costole non soppianterà la sua forza di reazione, la disciplina, la passione. A fine partita il pubblico del Roland Garros, che un tempo simpatizzava per chiunque desse la sensazione di poter spezzare il suo regno, ha portato Nadal in trionfo.

Ancora una volta le prospettive si sono ribaltate. Certo, il tempo vola e anche l'antipatia può trasformarsi in affetto, ma il rapporto tra il Philippe Chatrier e Rafa Nadal nasconde qualcosa di più intimo. Al Roland Garros Nadal non è solo l'idolo, quanto un simulacro vivente. Al tie-break del quarto set nessuno tra il pubblico avrebbe voglia di un quinto epico finale: per gli spettatori esiste un solo risultato che abbia senso, ed è la vittoria di Rafa. Dopo uno scambio intenso, uno dei pochi capaci di farci tuffare con la mente nei loro scontri del passato, Nadal entra deciso con un rovescio lungolinea che atterra sull'incrocio delle righe. Djokovic si ferma, neanche prova a contrastare più il romanzo di Rafa Nadal, e si dirige al centro del campo per stringergli la mano. «Ho perso contro un giocatore migliore» dirà a fine partita. «Nei momenti decisivi è riuscito a portare il tennis su un altro livello».

Rafa Nadal ovvero la volontà di potenza

Il tennis è uno sport fondamentalmente aristocratico. Che si giochi nel 2022 o cento anni prima o dopo non cambia niente: le maniere conservatrici, ai limiti dell'ingessatura, fanno da eco alla carica ossimorica di una battaglia a distanza che i giocatori potrebbero giocare in cardigan. Ma è all'interno di questo conservatorismo che ciclicamente generazioni di tennisti opposte nello stile si vengono a scontrare in punti che poi diventano chiave per l'evoluzione del gioco.

La semifinale del Roland Garros tra Rafael Nadal e Alexander Zverev sembra uno di questi. Certo, la portata storica non è quella dell'usurpazione (come quella avvenuta nel 2001 a Wimbledon tra Sampras e un giovane Federer), ma è una partita che nasconde un altro momento di contatto tra la generazione dei Big Three e quella attuale.

Zverev ha appena battuto Carlos Alcaraz in una delle partite più convincenti della sua carriera negli Slam, è all'apice della forma fisica e menale. Già dal riscaldamento di fronte a Rafa Nadal sembra fatto di un'altra sostanza. È altissimo ma i suoi lineamenti sono sottili, la forza che proviene dalle sue braccia pare inventata; ogni volta che non riesce a schiacciare la pallina con il rovescio va in crisi. Dall'altro lato c'è il corpo ipertrofico di Nadal nel giorno del suo 36esimo compleanno, spinto fino alla consunzione più estrema, navigante nel sudore neanche avesse scambiato il campo del Philippe Chatrier per una sauna inumana. L'inizio della partita conferma questa differenza generazionale. Quando la pallina viaggia nella parte di campo di Nadal accelera colma di effetti velenosi e impredicibili per poi frenare, come a dire: no, non può esistere il tennis oltre i 200 km/h, va bene colpire ma questo è nichilismo. E poi c'è la pallina di Zverev, violenta e profondissima, che quasi non gira perché non ce n'è bisogno.

Dopo cinque minuti c'è il break. Nadal abbassa la testa, si siede e lascia che le sue micro-ossessioni sgorghino. Aggiusta la posizione delle bottigline, strappa con i denti un filo di troppo dell'asciugamano. Non fa in tempo a esorcizzare la tensione e a riagguantare con fatica uno Zverev inspiegabilmente nervoso che si trova sotto 6-2 al tie-break. Nadal commette troppi errori non forzati e fa fatica a muoversi con i piedi. In telecronaca Federico Ferrero fa notare che mercoledì, nel risveglio dopo la vittoria contro Djokovic, Nadal non riusciva a camminare: «Ormai ha lauree, master e dottorati su come affrontare il dolore e superarlo».

Il momento è decisivo e se prima Zverev lo aiuta allungando troppo una semplice volée di rovescio, è sul punto dopo che Nadal conquista mentalmente la finale, ricalcando la differenza tra dominare un intero set e diventare fenomenale nei punti più ispidi della partita. Con la pura forza di reazione Rafa Nadal riesce a piegare la realtà a se stesso.

Siamo al quarto set point. Zverev serve una prima esterna potente, ma Nadal gli risponde sul dritto. A quel punto il tedesco accelera sul rovescio di Rafa, che prova a difendersi con uno slice corto e innocuo, giocato in scivolata. Il cannone che Zverev sputa dalla racchetta è semplicemente imprendibile per qualsiasi tennista degli Anni Duemila: giocato solo per il gusto di annientare lo scambio. Rafa Nadal però non è un tennista degli Anni Duemila qualsiasi e ci mostra ancora una volta perché rimane l'unico giocatore nella storia a essere stato il numero uno del mondo di tre decenni consecutivi. Anche se la palla di Zverev rimbalza bassissima Nadal sembra uscito da un video dei migliori punti della sua carriera: è già partito verso sinistra e quando la pallina sta per toccare terra riesce a risollevarla con uno dei suoi dritti a uncino, passando Zverev in diagonale.

Per vincere il set gli serviranno un altro paio di colpi eccezionali: un dritto lungolinea che fa la barba alla linea del corridoio, una smorzata per portare a rete Zverev e fargli colpire una volée impossibile, per poi concludere con un altro passante di dritto in seguito a cui il Philippe Chatrier è esploso in un boato di gioia e applausi. Da passarella d'addio, le ultime partite di Nadal al Roland Garros sembrano tratte da una sceneggiatura thriller: ogni volta va più vicino alla sconfitta, a dire addio, a ridimensionarsi, e ogni volta Rafa si dimena nelle difficoltà con lo spirito di sopravvivenza. Le energie che dovrebbero abbandonarlo all'improvviso tornano ad alimentare il suo tennis.

Si potrebbe dire che quel passante, giocato da un angolo cieco, senza prospettive per un colpo vincente, non è nulla di strano, solo uno degli ultimi lampi di una carriera colma di prodezze del genere. Io, invece, non riesco a non notare una sottile differenza tra un colpo così importante per questa fase della carriera di Nadal e quelli venuti prima. Quel dritto rappresenta non solo l'eccezionalità di un talento purissimo, una mano che potrebbe disegnare parabole infinite, ma anche la volontà di potenza che si nasconde dietro quest'ultima versione di Rafa Nadal. Sono finiti da un pezzo i giorni in cui per gli avversari ricopriva il ruolo del cattivo, di muro invalicabile, di incubo. Ormai il suo corpo è fragile e tozzo, le sue gambe si muovono senza accelerazioni, a una velocità media per non stressare il piede. L'imprecisione nei turni di servizio è da record: nel secondo set, orfano di un tie-break mai giocato, perde quattro volte la battuta.

Eppure, al Roland Garros, nessuno riesce a batterlo.

Il ventiduesimo, la passione

Per quanto tempo potrà andare avanti, Nadal, con la sofferenza dipinta in volto alla fine di ogni partita? Quanto ormai gioca per sé stesso e quanto per noi, il suo pubblico, e quanto per la Storia? Qual è il confine tra il martirio di uno dei più grandi atleti nella storia dello sport e l'autolesionismo? Nadal arriva a combattere il proprio dolore perché ha paura di ritirarsi? Quando gli fanno notare che è il secondo tennista più anziano di sempre a raggiungere la finale del Roland Garros, ammette: «Per me essere in finale a Parigi ancora una volta è un sogno». Poi, sull'infortunio di Zverev prima del tie-break del secondo set: «È brutto vincere una semifinale così». «È stata una partita durissima. Quando gioca bene, Zverev è uno dei più forti del circuito».

Chi può fermare Rafael Nadal in finale al Roland Garros? La risposta è scontata: nessuno. Non ci sono riusciti Roger Federer e Novak Djokovic, entrambi battuti per quattro volte. Non poteva riuscirci neanche Casper Ruud, che alla fine di una partita straziante parla con la serenità di chi ha vinto. «Mi congratulo con te, Rafa. Sappiamo tutti che campione sei. Sono state tante le vittime prima di me. Spero solo che continuerai a giocare ancora un po'». Eppure le letture di Rafa gli hanno tolto il respiro fin dal primo set: obbligandolo a giocare con il rovescio, e allo stesso tempo sopprimendo l'attacco con il dritto, Nadal ha spento il match prima che entrasse nel vivo.

Per l'ennesima volta lo vediamo con la coppa del Roland Garros, mentre la morde, la solleva. La tiene in grembo come l'ultimo figlio, l'ultima sofferenza. Anche questa volta, Nadal si è spinto oltre ogni limite, ci ha consegnato tutto se stesso attraverso il tempo e noi siamo stati spettatori di un'impresa fuori dal tempo.

La storia di Rafa Nadal è fatta di lunghe assenze e ritorni sempre più insperati. A 19 anni era già chiaro che il suo stile di gioco fosse troppo per il fisico, che quei movimenti così dispendiosi lo avrebbero logorato. Nel 2015, dopo la sconfitta ai quarti del Roland Garros contro Djokovic, aveva chiuso la stagione senza vincere nessun torneo dello Slam e la sua carriera sembrava aver imboccato un lento declino. Invece con il passare del tempo Nadal ha imparato a circumnavigare i suoi limiti fisici, trascendendo l'idea che ci siamo fatti di lui come un indomabile guerriero della terra rossa. A 36 anni ha vinto ogni torneo dello Slam per due volte, e catapultato il tennis nella sua dimensione contemporanea.

Sulle tribune del Philippe Chatrier domina ancora un'antica frase attribuita a Napoleone I, e che nel secolo scorso l'aviatore Roland Garros fece sua al punto di inciderla sulle eliche dei suoi aerei: «Victory belongs to the most tenacious». Chissà che guardandosi indietro e scrutando nella propria storia, Nadal non abbia pensato che chiunque ha inventato o reso famosa quella frase non abbia prima assistito a una partita di tennis, alla sofferenza che si nasconde dietro ogni punto e alla gioia di ritrovarsi in campo ogni settimana. Eppure io proverei a riformularla anche in un altro modo: chiunque abbia detto quella frase deve aver prima guardato una partita di tennis giocata da Rafa Nadal fino allo sfinimento, alla consunzione fisica e mentale, al martirio del piede sinistro che gli impedisce di camminare. Ma anche fino al sacrificio di un'intera vita sull'altare del tennis, l'unica frangia della realtà in cui, per Rafael Nadal, il dolore e la felicità non si contrappongono, ma diventano co-protagonisti dello stesso dramma.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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