
Considerazioni sparse su "Liberato II" di Liberato
Nel suo ultimo album, Liberato ha puntato ancora su quell'equilibrio tra napoletanità e internazionalità che contraddistingue il suo stile.
- Esiste uno strumento infallibile a cui i fenomeni culturali di massa, specie quelli più astratti fondati sul fascino del mistero, ricorrono per tenere vivo l’interesse della comunità: la ricorrenza rigorosa di date. Non importa l’oblio dei restanti 364 giorni: il 9 maggio di ogni anno, con la ciclicità delle feste religiose e delle operazioni di marketing costruite sull’hype, i proseliti di Liberato aspettano un segno che sveli un altro pezzo dell’identità dell’artista misterioso. Un singolo, un video, l’annuncio di un concerto. Lo scorso 9 maggio Liberato ha rilasciato il nuovo album Liberato II: sette tracce inedite e inaspettate, non preannunciate da alcuna comunicazione che avrebbe inquinato la sacralità di quell’attesa monacale e indeterminata;
- È evidente che il successo di Liberato rientra in quella più grande ondata di coolness che ha investito Napoli negli ultimi anni. Una tendenza che inizia con Gomorra e arriva alla recente esplosione di alcune canzoni neomelodiche – ma alimentata anche dal successo del Napoli Calcio più glamour degli ultimi trent’anni, e dal culto di Maradona rafforzatosi dopo la morte – che ha avuto l’effetto di rimettere una certa idea di napoletanità al centro dello sguardo della cultura pop. Oggi “Napoli” è un universo estetico estremamente gradito al gusto dei Millennials, e se c’è una strategia che il progetto Liberato ha percorso fin dall’inizio è quella di esibire innanzitutto una forte identità locale, seppure declinandola secondo le tendenze più fresche, contemporanee, internazionali. L’apertura del disco è programmatica in questo senso. In Partenope la voce di Liberato attacca a cappella, senza accompagnamento strumentale (ma liftata dall’autotune), come una filastrocca tramandata oralmente nella tradizione popolare che rievoca il mito della sirena Partenope e della fondazione di Napoli;
- Una delle peculiarità di Liberato è stata finora quella di creare un sound riconoscibile e coerente a partire da riferimenti culturali diversissimi. Così in Liberato II accanto a dichiarazioni di napoletanità fortissime come Partenope e Cicerenella (rivisitazione questa di una celebre tarantella vecchia di secoli) convivono pezzi essenzialmente dubstep (Nunneover) e altri più dolci che evocano le atmosfere rilassate, estive dell’ambient techo alla Paul Kalkbrenner (Anna, Guagliuncella napulitana, ’Na storia ’e ’na sera). Una delle tracce più peculiari dell’album, Nun ce penzà, è un altro pezzo “tradizionale” ma a modo suo: una ballata romantica sorretta da un groove ispirato alla musica disco e funk anni ’80. Generi niente affatto estranei alla tradizione napoletana, specie alla scena più underground di quegli anni, le cui perle sono state oggi riscoperte attraverso le compilation di “Napoli Segreta” e al lavoro di band come i Nu Genea. L’idea di “tradizione” promossa da Liberato è estremamente ampia, come a voler restituire tridimensionalità a un’idea di musica napoletana troppo spesso associata al solo genere neomelodico;
- La tensione tra modernità e folklore in Liberato non è solo qualcosa di astratto, ma anzi rivive in ogni singolo brano nel contrasto tra parte musicale e testo. Se la prima è il luogo della sperimentazione, i testi di Liberato (al netto degli esperimenti linguistici in napoletano-inglese) riescono a emanare qualcosa di antico, e d’altra parte «Llevate ‘a cammesella / ‘bbascio ‘sta scalinatella» è un verso di una canzone pop o di uno stornello popolare? E il titolo stesso di Guagliuncella Napulitana non sembra forse il nome di una tarantella? I pezzi di Liberato raccontano amori litigiosi da telenovela («Mo te l’aggia dicere / nun te spusà cu chillo»), attingono da un immaginario romantico stereotipato, eppure alla resa finale la scrittura non risulta mai datata o sciatta. Se lambisce il kitsch, è un kitsch controllato, previsto. Una delle forze di Liberato è quella di costruire intorno alle canzoni una dimensione artificiosa e curatissima; di indurre una sospensione dell’incredulità in cui è accettabile tutto, anche uno scenario – diciamo – obsoleto;
- In Liberato c’è sempre stata una tendenza alla controintuitività. Un artista pop che costruisce un’estetica potentissima senza utilizzare lo strumento più espressivo a disposizione, ovvero il proprio corpo; il paradosso di un concept album (il primo disco) composto di singoli individualmente fortissimi; l’idea di capovolgere il normale rapporto di subordinazione tra progetto musicale e videoclip. Nella saga “Capri rendez-vous” l’universo filmico di Francesco Lettieri era creato a commento delle canzoni o viceversa? Rispetto a tutto questo, tuttavia, Liberato II ha le caratteristiche di un progetto musicale più tradizionale: un album trainato da una hit indiscussa – Partenope, l’unico brano accompagnato da videoclip – a cui tutti gli altri pezzi si agganciano in un rapporto di subordinazione. Dopo le sperimentazioni radicali del primo album anche questa svolta “moderata” è una scelta controintuitiva, che oltretutto contribuisce a rendere ancora più confusa e nebulosa l’identità artistica di Liberato e la direzione verso cui muove il suo progetto. Almeno finchè non verrà rivelata la successiva tessera del suo universo, il prossimo 9 maggio.
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