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8 min

- di Michele Cecere

Kalulu sembra venuto dal futuro


Si dice che anche i difensori più talentuosi migliorano solo con l'esperienza, con la quantità di partite giocate ad alti livelli, con le umiliazioni subite. Forse è per questo che guardando giocare Pierre Kalulu abbiamo provato un po' di diffidenza per la naturalezza con cui a vent'anni è già dominante. Eppure la sua difesa aggressiva e concentrata, piena di rischi come se si muovesse sempre su una corda a centinaia di kilometri d'altezza, è risultata decisiva per lo Scudetto del Milan.


Si dice che i difensori, anche quelli baciati dal talento più tangibile o naturale, migliorino solo con l'esperienza, con la quantità di partite giocate ad alti livelli. È dopo centinaia di dribbling e umiliazioni subite che un difensore forgia la sua concentrazione, la capacità di restare sempre addosso all'attaccante fino a rendersi un ostacolo pedante e fastidioso. Quella capacità, quindi, di togliergli il respiro a furia di cercare il contatto fisico anche quando il pallone è lontano. In fondo il mestiere stesso del difensore è strettamente connesso a un avversario con cui combattere, all'atto di renderlo inoffensivo, con le buone o con le cattive è un problema accessorio.

Forse è anche per questo che quando vediamo un difensore giovane e talentuoso, già pronto a combattere alla pari contro i migliori attaccanti del suo campionato, lo guardiamo segretamente con diffidenza, come se provenisse da un pianeta con leggi fisiche diverse dalle nostre o creasse una disarmonia nei preconcetti più arcaici con cui guardiamo il calcio. Per questo ho pensato di scrivere di Pierre Kalulu, del suo modo unico di difendere con concentrazione e aggressività, figlio dei cambiamenti tattici e mentali del calcio degli anni Venti. Soprattutto, vorrei provare a spiegare come lo stile di gioco di Kalulu – sì, nonostante giochi come difensore centrale – ha cambiato le prospettive Scudetto del Milan, rendendolo la migliore difesa del campionato.

Insomma, non può essere un caso se da Napoli-Milan al tripudio di Reggio Emilia contro il Sassuolo, i rossoneri hanno subito due gol in undici partite di cui Kalulu non ha saltato neanche un minuto.

Giovane, polivalente, completo

Kalulu ha ventuno anni ma fino a gennaio 2022 non aveva mai giocato con continuità. Appena arrivato al Milan, che riuscì a strapparlo alla corte di altre big europee come il Bayern Monaco, non aveva ancora debuttato tra i professionisti, e si parlava di lui come un oggetto misterioso.

Il presidente del Lione Jean-Michel Aulas lo aveva accusato di essere andato via troppo in fretta, e come un innamorato tradito aveva messo in giro la voce secondo cui lo stesso Paolo Maldini non fosse sicuro delle qualità di Kalulu e del suo adattamento in Serie A. Sembra paradossale rileggere queste parole adesso che Pierre Kalulu è diventato uno dei migliori centrali del campionato, mostrandoci tutte le sfumature del suo talento, ora che secondo una leggenda difensiva del Milan e della Nazionale come Billy Costacurta «le sue letture sono da difensore navigato».

Niente male per essere la sua quarta partita da professionista.

Non si può trascurare che con il passare del tempo, e nel suo caso vuol dire poco meno di due anni, ha affinato la capacità di leggere prima degli altri dove andrà il pallone o l'avversario. Ma Kalulu rimane innanzitutto un difensore aggressivo, e anche se è alto solo 179 cm punta sul fisico e sull'esplosività per sentire il corpo dell'attaccante e rimbalzargli contro.

Nelle giovanili del Lione gioca come terzino destro, e infatti il suo contributo tecnico nell'inizio azione del Milan è da sottolineare (Kalulu completa l'86% di passaggi e tenta 3.2 lanci lunghi ogni novanta minuti), ma è da difensore centrale che viene fuori l'eccezionalità del suo gioco. Gli interventi di Kalulu ricordano lo slackline: si muovono nello spazio come se a ogni scelta si trovasse in bilico su una corda sospesa centinaia di kilometri in aria, come se a ogni intervento ci fosse una voce che gli ronza in testa: o la va o la spacca. Quest'anno Kalulu tenta 17.4 pressioni a partita (è nell'1% dei difensori che ne provano di più in Serie A) ed è nel 2% dei difensori che provano più tackle (3.04) ogni 90'.

Oltre a essere un difensore spericolato in marcatura, c'è da considerare il fatto che Kalulu sembra molto sicuro di sé. Nella stagione 20/21 ha giocato solo 13 partite (di cui cinque per tutti i novanta minuti) eppure alla sua prima conferenza stampa si era presentato ai tifosi del Milan con un pizzico di narcisismo: «Mi ritengo un giocatore giovane e polivalente. I miei punti di forza sono la velocità e la copertura difensiva, ma tutto sommato credo di essere un difensore completo».

Ed è proprio su questi punti di forza, sulla capacità di Kalulu di difendere in area di rigore così come in campo aperto, che si è poggiata la fase difensiva del Milan degli ultimi mesi.

Un muro di gomma

Prendiamo, ad esempio, il duello con Victor Osimhen in Napoli-Milan.

Il Milan si presenta al Maradona in un periodo non proprio felice: è reduce da due pareggi contro Salernitana e Udinese, e alla vigilia dello scontro diretto il capitano Alessio Romagnoli dà forfait per un problema agli adduttori. Victor Osimhen viene da due gol e un assist in quattro partite, e il mismatch con Tomori e Kalulu in campo aperto potrebbe diventare il momento chiave. Alla fine Victor Osimhen calcerà una sola volta verso la porta di Maignan, e non troverà mai la profondità da attaccare con il motorino che ha nelle gambe, proprio grazie a una grande prestazione di Kalulu e ai suoi anticipi continui.

Il video qui sotto riassume alcuni dei momenti più belli nella sfida tra i due. Per fermare l'attaccante del Napoli, Kalulu ha messo in mostra tutto il suo repertorio. A 00:53 spezza la linea per anticipare Osimhen, convinto di arrivare sul pallone e gestirlo con calma spalle alla porta; mentre a 00:41 il suo raddoppio è decisivo per fermare l'attaccante del Napoli, che era riuscito a circumnavigare Tomori con la sua esplosività. Insomma, appena Osimhen cerca il contatto con la palla, si ritrova un muro di gomma attaccato alla schiena, un difensore elastico che non lo lascerebbe da solo neanche per andare a pisciare.

Alla fine era stato Kalulu a far passare novanta minuti infernali a Osimhen, più che il contrario.

Alcuni interventi sono paragonabili a un vero e proprio dominio, come quello che avviene a 02:05. Zielinski conduce fino alla trequarti, costringendo Tomori a staccarsi per andarlo a pressare. Appena vede lo spazio lasciato vuoto sul centro-sinistra, Osimhen taglia alle spalle ed entra in area. Il passaggio di Zielinski è perfetto: spazza via Tomori ed è troppo interno per consentire il recupero a Theo. Osimhen pensa di calciare e inizia a coordinarsi, ma quando va a girare la gamba destra per colpire il pallone, Kalulu non ferma la diagonale e va dritto allo scontro brutale. Prima lo tocca con le mani, trattenendo il braccio di Osimhen quel tanto che basta per togliergli l'equilibrio, poi gli dà una spallata per portarlo sull'esterno dell'area e allo stesso tempo entra in tackle per deviare il pallone in calcio d'angolo. Sembra un intervento tutto sommato normale, un anticipo su un attaccante che potrebbe non essere in giornata, e invece è il compendio delle qualità di Kalulu, del suo modo antico di cercare il contatto con l'altro, e della modernità dei suoi interventi sempre puliti e orientati al recupero del pallone.

Appena due settimane dopo, il 18 marzo il suo allenatore Stefano Pioli ha elogiato le qualità mentali di Kalulu: «ha dentro di sé una convinzione nei suoi mezzi e una serenità incredibile. Affronta ogni partita con concentrazione, mai con ansia».

Venuto dal futuro

Ed è proprio con questa tranquillità ai limiti dello zen che Kalulu si è affermato. A dicembre 2020, alla quarta partita in carriera ha dovuto marcare Ciro Immobile. Negli highlights del duello individuale si vede che a ogni intervento riuscito, Romagnoli lo applaude o cerca di rasserenarlo, ma non ce n'era il minimo bisogno: Kalulu sembra in trance, nei replay ha lo sguardo concentrato ma non teso.

Una volta Haruki Murakami ha scritto, a proposito della corsa a piedi: "Voglio pensare ai fiumi. Voglio pensare alle nuvole. Ma in realtà non penso a niente". Non credo di sbagliare se dico che anche Kalulu non pensa a niente quando gioca a calcio: estraniandosi dal mondo circostante, riesce a mettere a fuoco solamente i dettagli utili per bloccare un'azione, per fare fallo, per entrare in scivolata. «Mi ero talmente impegnato che non sentivo la pressione. Ora correrei come allora, mangerei anche il granello più piccolo» ha detto Kalulu quando gli hanno chiesto del suo esordio con il Milan.

Il restare concentrati è forse il primo atto che divide i bravi mestieranti dai grandi difensori, e negli ultimi tre mesi è difficile trovare un momento in cui Kalulu si è distratto o ha semplicemente perso il suo attaccante.

Di recente in un'intervista gli hanno chiesto l'avversario che lo ha messo più in difficoltà. Lui ha risposto Osimhen: «È fortissimo. Ho marcato qualche attaccante che va in profondità ma non con così tanta convinzione nei suoi mezzi, nella sua velocità. Con lui devi stare sempre concentrato».

Non male per essere un difensore centrale.

Certo la sua crescita è passata anche attraverso i meriti dei suoi compagni di reparto, senza quelli anche il difensore più navigato non potrebbe fare davvero la differenza: il carisma di Mike Maignan – il miglior portiere del campionato – e l'efficacia brutale di Fikayo Tomori gli hanno permesso di mettere in campo ogni briciolo della sua arte difensiva. E il contesto tattico voluto da Pioli, una difesa alta e iper-aggressiva, con alcuni concetti mutuati dal gegen-pressing di matrice tedesca, ha valorizzato le qualità di Kalulu e ne ha limitato i difetti. Dovrà migliorare nei duelli aerei (ne vince solo 1.42 a partita) e nella gestione delle marcature in area, ma anche in questi aspetti è difficile vedere un limite nel gioco di Kalulu, un difetto che non potrà essere mitigato dall'esperienza.

Quest'anno Pioli ha sfruttato la duttilità di Kalulu, facendolo giocare sia come terzino (a destra e a sinistra) che come centrale. Lui si è preso lo spazio che gli è stato concesso, e quando gli viene chiesto in che ruolo vorrebbe giocare risponde come un senatore: «Le mie preferenze cambiano a seconda della partita, della composizione della squadra, dell’avversario. Tutto dipende da come devi giocare. Tutto può variare a seconda della faccia della partita e di ciò che mi viene richiesto. Non ho preferenze. Durante la mia formazione presso il Lione, ero già molto "sballottato"».

C'è un lato invisibile del lavoro del difensore che non finisce negli highlights o nelle cronache della partita. Ha a che fare con la chiusura di un'azione che non è ancora pericolosa, ma che può semplicemente diventarlo. Tutti gli intercetti e gli anticipi, mai spettacolari come un recupero in velocità o una scivolata, bloccano l'azione in un pericolo, per dirla con Aristotele, in potenza. Il vero e proprio atto di pericolo per il portiere è scongiurato da una diagonale preventiva o da una pressione ben riuscita.

Da questo punto di vista Pierre Kalulu si è rivelato come uno dei migliori difensori in circolazione. Grazie a lui il lavoro di Pioli in fase difensiva ha raggiunto livelli inaspettati, e da quando è diventato titolare ha servito due assist (tra cui quello bellissimo a Leao in Milan-Genoa, in cui ha giocato terzino destro) e segnato il gol decisivo contro l'Empoli, marchiando a fuoco il suo nome nel ritorno al successo del Milan in campionato. Il suo stile di gioco in difesa sembra provenire da un'altra linea temporale, da un futuro lontano in cui i difensori si trovano a loro agio giocando dal centrocampo in su. Quando Kalulu è arrivato a Milano, Maldini gli ha detto: «I primi sei mesi guarda e impara. Sei nella patria della difesa, memorizza tutto. Prima o poi l’occasione arriva».

L'occasione alla fine è arrivata e Kalulu ci ha mostrato quanto ha imparato in fretta, senza mai rinunciare al suo stile.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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