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- di Luigi Vincenzo Repola

La famosa acquisizione degli Arabi in Sicilia


Una delle società riconducibili allo sceicco Mansour, proprietario del Manchester City, sta per acquistare buona parte delle quote del Palermo. Considerando che in Sicilia gli Arabi hanno fatto anche cose buone, proviamo a raccontare tre elementi di origine islamica i quali sono parte della storia e dell'identità dell'isola. Ma in realtà fantastichiamo sui nuovi acquisti della prossima proprietà dei rosanero.


La City Football Group è pronta ormai per acquistare l’80% delle quote del Palermo Calcio, società che attualmente si sta giocando la promozione in Serie B tramite i playoff.

La società è guidata dal presidente Dario Mirri, nipote del patron storico dei rosanero Renzo Barbera (a cui è stato intitolato lo stadio), e imprenditore operante nel settore della pubblicità.

Se la holding City Football Group non vi fa scattare nulla nella struttura cerebrale dell’ippocampo, vi diciamo che è la società fondata dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, quello del Manchester City, per capirci.

Impossibile neanche paragonare la potenza di fuoco economica tra l’imprenditore di Abu Dhabi e la società palermitana Damir, il cui titolare ha avuto il merito di rimettere in sesto i rosanero, riportandoli nel calcio professionistico.

La possibilità dell’acquisizione fa inevitabilmente sognare il popolo palermitano, che può a ragione immaginarsi in pochi anni nel giro del calcio internazionale, come già avvenuto ai citizens, recuperati dallo sceicco in una condizione disastrata e portati al comando del calcio inglese.

In caso di chiusura dell’accordo e di buona riuscita del progetto sportivo, un arabo tornerebbe a capo della città di Palermo dai tempi di Ḥasan II al-Ṣāmṣām, ultimo reggente della dinastia kalbita a governare sull’Emirato di Sicilia fino al 1052.

Per duecento anni, infatti, l’isola ha vissuto la dominazione islamica. Un interregno nato, secondo i racconti dell’epoca, da una storia d’amore violenta. 

La storia araba della Sicilia parte con le vicende del comandante della flotta bizantina, il turmarca Eufemio da Messina. Eufemio si innamorò di una suora e la rapì dal convento dove si trovava per prenderla come moglie. I fratelli della donna protestarono tanto da far arrivare le loro recriminazioni fino a Bisanzio, fino all’imperatore Michele II, detto il balbuziente.

Ad occuparsi dell’indagine fu Fotino, capo militare dell’isola. Il turmarca fu ritenuto colpevole del delitto e come punizione avrebbe subito la mutilazione del naso. Eufemio, di ritorno da una spedizione in Africa, venne avvertito dell’inevitabile arresto e decise di reagire, occupando il centro politico della regione, Siracusa.

Fotino fu costretto a scappare e a rifugiarsi a Catania, dove poi fu catturato da e giustiziato. 

  • MESSAGGIO AGLI UTENTI

Chiaramente ci sono esperti che attribuiscono la rivolta di Eufemio a motivazioni prettamente politiche, legate ad una fragilità dell’impero di Bisanzio sull’isola e al tentativo di emancipazione dei generali siculi ed è la teoria più credibile. Ma fare ora un trattato storiografico sulla Trinacria forse sarebbe troppo.

  • FINE MESSAGGIO AGLI UTENTI

Il generale ribelle fu nominato imperatore dell’isola, ma subì il tradimento prima e la sconfitta poi da parte di due suoi fidi alleati, tra cui il cugino.

In fuga dalla Sicilia, Eufemio trovò rifugio in Africa, dove chiese il supporto del capo del popolo aglabita (l’attuale Tunisia) per riprendersi dalla Sicilia e scacciare i reggenti bizantini.

L’Emiro Ziyadat Allah I acconsentì all’idea di Eufemio di aiutarlo nel riprendersi la Sicilia, ricevendo in cambio dall’ex-generale bizantino il pagamento di una tassa annuale. L’accordo durò poco perché il generale al comando della flotta araba, Asad ibn al-Furāt, mise in disparte Eufemio il quale, resosi conto di aver portato in Trinacria degli invasori e non degli alleati, passò alla resistenza.

Il turmarca morirà nell’828 a Enna, città che aveva promesso la sottomissione al nuovo governo, per poi uccidere Eufemio il giorno del giuramento.

Sarebbe quindi iniziata così la storia islamica della Sicilia. Un lasso di tempo lungo, capace di modificare la storia dell’isola. Se innegabile è stata la violenza dell’esercito aglabita e delle successive dinastie nella conquista della Trinacria, innegabile è anche l’enorme lascito che gli arabi hanno consegnato alla cultura sicula. 

E allora ci piace immaginare in che modo una nuova dinastia araba dell’emiro Mansour possa riprendere il filo del discorso abbandonato dopo la reconquista normanna dell’isola. 

Se i palermitani sognano i rosanero nell'elite del calcio europeo, allora nessuno ci vieta di immaginare che i fasti e la grandezza raggiunta dalla città e dall’isola durante l’interregno arabo possano riproporsi grazie ai nuovi vergognosamente ricchi nuovi proprietari della squadra.

ZIBIBBO

“Uno zibibbo, per cataniarmi meglio”
Il conte Dracula, aka Aldo Baglio

Prima di Eufemio, prima degli aglabiti, il rapporto tra quello che possiamo definire come mondo arabo e la Sicilia si è sviluppato anche attraverso la storia di quello che è forse il vino dolce più importante d’Italia. 

Lo zibibbo, termine che deriva dall’arabo zabīb, ovvero “uvetta”,  arriva sull’isola di Pantelleria grazie ai Romani o ai Fenici, che trasportano questa tipologia di uva direttamente dall’Egitto.

Dolce, dolcissimo, dorato, con un sapore che avvolge il palato. E come ogni gusto forte alla lunga può mettere in difficoltà il consumatore.

E allora Neymar è la trasposizione carnale dello zibibbo.

Il brasiliano è un calciatore bellissimo da vedere, capace di alcune delle giocate più divertenti degli ultimi anni. Un trequartista che gioca da esterno, ma anche un’ala che si butta dentro al campo. Le skills mostrate dal dieci del PSG hanno veramente fatto spesso saltare dalla sedia gli spettatori.

Con O Ney puoi stare sempre tranquillo che qualcosa di particolare avvenga. Sarà per un carattere tendente al conflittuale, sarà perché a 30 anni continua ad essere un calciatore da strada, con trick da FIFA Street.

Il controllo di palla del brasiliano è impressionante. Semplicemente non sbaglia mai lo stop, il momento in cui impatta con il pallone.

Come ogni giocatore brasiliano ipertecnico che si rispetti - forse ad esclusione solo di Kakà - anche Neymar cresce in un contesto economico e sociale non semplice, nel quale il ragazzo esprime il suo concetto bellezza attraverso il pallone tra le vie di Sao Vicente. 

Veder giocare Ney, vederlo divertirsi per il campo è una gioia per gli occhi, senza dubbio. Soprattutto nella parte iniziale della sua carriera, quella del giocatore acerbo ma spettacolare del Santos, emerge una delicatezza nel possesso del pallone che forse stride con una certa tamarraggine estetica.

L’esaltazione della bellezza del singolo, del dribblatore professionista però si distrugge quando al brasiliano la giocata non viene, quando il corpo non risponde all’istinto che dalla mente ispira il movimento.

Se quella particolare azione, se quelle particolari azioni non si compiono, inizia a realizzarsi una trasformazione.

Neymar non è Messi soprattutto per una capacità dell’argentino, rispetto al suo compagno di squadra, di non perdere mai il filo del discorso, restando presente nelle partite senza lasciarsi andare all'emozione causata dall'evento negativo.

Invece Neymar si arrabbia, protesta, fa muso contro muso con l’avversario di turno, simula (molto meno rispetto a prima) e a volte questo comportamento fumantino lo esclude dalla partita.

Ma ne vale la pena. Vale la pena ogni passeggiata scelta rispetto al pressing, ogni ammonizione per aver mandato l’arbitro a farsi fottere, ogni espulsione per aver reagito all’ennesimo calcio subito dopo un dribbling ubriacante.

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E così è per un semplice motivo: la classe, la bellezza del gioco che Neymar esprime nel momento in cui il suo destro sfiora il pallone è un argomento che elimina il resto, che ti fa accettare serenamente che, ogni tanto, quel trentenne brasiliano esageri e ti resti sullo stomaco, come il bicchiere di zibibbo che non avresti dovuto bere.

E’ lui, allora, il numero 10 del Palermo che torna in Serie A, portando avanti la tradizione dei grandi fantasisti vestiti di rosanero, come Franco Brienza.

LA ZISA

La testimonianza dell'architettura araba in Sicilia ormai non esiste più. Quei palazzi palermitani che vengono solitamente attribuiti alla cultura islamica, sono riconducibili alla dominazione successiva, quella normanna.

I nuovi regnanti distrussero i monumenti ma non la tradizione araba, che si mischiò con la religione cattolica e la cultura occidentale, regalando alla storia delle vere opere d'arte.

Uno dei posti più belli di Palermo e che risente della meravigliosa cultura islamica è sicuramente La Zisa

La "splendida", cioè al-ʿAzīza, che a noi è arrivata con il nome di La Zisa.

Si tratta di un palazzo costruito in epoca normanna che fa parte del parco Genoardo, nome traslato dall’arabo gennet-ol-ardh che significa "paradiso della terra". E non è che abbiano avuto tutti i torti a dare un nome simile. Il posto è francamente meraviglioso.

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L’architettura è d’ispirazione normanna, ma c’è tanto della cultura araba, soprattutto nelle decorazioni e nella gestione bioclimatica dell’ambiente.

Riuscire nel 1100 a trovare soluzioni per rendere ottimale le temperature durante tutto l’anno resta una delle operazioni più importanti sviluppate attraverso le conoscenze tecniche degli esperti islamici ancora presenti sull’isola dopo la fine della dominazione. Se poi del rapporto clima-ambiente interessa poco, c’è sempre la bellezza ammaliante delle sale, decorate attraverso il muqarnas.

Ma visto che siamo in luogo in cui le culture si mischiano, non può mancare un tratto mitologico-leggendario intorno alla Zisa.

Pare infatti che il palazzo contenga un tesoro così imponente da rimettere in sesto tutti i poveri di Palermo. Chiaramente un tale bottino non può che essere custodito da dei diavoli, i Diavoli della Zisa.

sì, sono loro

Li potete vedere su una volta dell’arco d’ingresso alla Sala della Fontana. Potrebbero sembrare delle banali divinità dell’Olimpo, ma in realtà sono gli spiriti maligni a cui due giovani innamorati - che essendo giovani ed essendo innamorati sono scappati dalle loro famiglie - hanno consegnato tutte queste ricchezze, prima di morire tragicamente.

Non li puoi contare, non riesci, narra la leggenda. Perché i diavoli-divinità si muovono in continuazione. E sarebbero anche i responsabili delle forte folate di vento che colpiscono Palermo.

Oggi si sono liberati i diavoli della Zisa”, si dice quando la città è in balia di Eolo.

La capacità della cultura araba siciliana di trasformarsi, senza perdere quelle caratteristiche e quei tratti che la rendono immediatamente riconoscibile, si mostra con La Zisa.

E’ un palazzo normanno, eppure vedendolo, anche chi non ha una particolare conoscenza relativa a studi sul mondo musulmano può rendersi conto che la loro mano è passata di lì.

Sì, ma dove volete andare a parare?

Partiamo dal presupposto che se la tua partita viene ricordata perché sei stato preso a mani in faccia da un 22enne Antonio Cassano e l’ultima la giochi nell’epoca di Haaland e Mbappé, evidentemente hai avuto una carriera abbastanza longeva.

E’ il caso di Giorgio Chiellini, che da qualche giorno non è più un giocatore della Juventus, dopo 17 anni in bianconero.

Chiello è stata un’evidente prova di come si possa trasformare un giocatore intriso e cresciuto in una determinata cultura, un modo di concepire il mondo, in questo caso il calcio, attraverso lo sviluppo della materia.

Quando il giovane livornese (nato a Pisa, ma cresciuto a cacciucco) inizia a girare sulla fascia sinistra della Fiorentina, davanti a sé ha dei difensori centrali che hanno un solo obiettivo: fermare l’attaccante. Il vecchio adagio “o passa il pallone o passa lui” come unico mantra. Poche variazioni sul tema. 

Ma nel 2008 sulla panchina del Barcellona siede Josep Guardiola e il calcio cambia

Cambia, diciamo che viene esasperata la teoria del Calcio Totale olandese e in pochi anni ci si rende conto che il pallone lungo e la pressione sulla respinta, sulla seconda palla, è un concetto superato. 

A tutti i giocatori viene richiesto il requisito minimo di una certa delicatezza nel piede, tutti i giocatori devono essere capaci di trattare la sfera e saperla indirizzare ad ogni compagno. 

E gli esterni di difesa diventano dei registi, devono essere capaci riuscire a spedire un pallone in profondità ma anche di dialogare negli spazi stretti con il centrale difensivo, con l’interno di centrocampo o con l’ala davanti a loro sulla fascia.

Non basta più correre come se ti inseguissero, devi essere uno dai piedi buoni.

E allora Chiellini deve abbandonare definitivamente la fascia, per diventare un centrale di difesa. Secondo chi vi scrive, il migliore centrale al mondo per diversi anni.

Ma non è ancora finita per lui.

I difensori centrali negli anni vengono responsabilizzati nella creazione dell’azione. Un po’ libero, un po’ Volante, termine che prende il nome dal giocatore argentino degli anni Trenta e Quaranta Carlos Martin Volante.

Questa impostazione del ruolo, ad esempio, viene esaltata nel gioco di Luis Enrique, che sceglie Daniele De Rossi come uomo di trama e di rottura, operazione poi copiata pari pari da Cesare Prandelli nella prima partita di Euro 2012 proprio contro la Spagna.

Ancora una volta un catalano mette in difficoltà l’impostazione metodologica sulla quale è imperniata il gioco di Giorgio Chiellini. E qui ci vuole anche un po’ di fortuna.

Perché come collega nel reparto difensivo della Juve e della Nazionale c’è un giocatore perfetto per questa visione del calcio che esplode nei primi anni Dieci.

Si tratta di Leonardo Bonucci. Il centrale cresciuto nell’Inter ha dei limiti evidenti nella marcatura uomo su uomo, ma è perfetto nella prima impostazione.

E allora Chiellini può essere libero di girare per la sua area di riferimento, in una sorta di rappresentazione moderna di un calcio difensivo vintage fatto di scivolate, gomitate e battaglie rusticane con l’attaccante del giorno, mentre il suo storico partners in crime si prende i complimenti per la sua capacità nel trovare i compagni anche a lunga distanza.

Il mondo del pallone cambia attorno a lui, ma Chiellini resiste, resiste per un ventennio

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Lo ricorderemo così, ferito.

E allora perché non aspettare questo Palermo sceicco, pronto a spendere vagonate di milioni?

Chiellini sarebbe il centro perfetto sul quale costruire uno sviluppo di una squadra. Due anni, massimo tre. Giusto il tempo di menarla a cazzotti ancora un po’ e provare a vincere a La Favorita.

MARZAMEMI

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E anche qui dobbiamo ringraziare gli Arabi.

Sono loro a fondare il borgo marinaro di Marzamemi e sono loro a dargli questo nome.

Sulla questione onomastica è dato per certo che la parte iniziale, Marza, derivi dal termine marsa, traducibile in “porto”.

Sul resto del nome, memi, ci sono delle teorie discordanti, ma sempre collegate alla lingua araba.

Potrebbe riferirsi al fatto che Marzamemi è luogo molto piccolo oppure che era abitato dalle tortore (marsà ‘al hamam, "baia delle tortore"). E quest'ultima è una possibilità abbastanza credibile, in considerazione del fatto che c'è a pochi chilometri da Marzamemi c’è la riserva naturale di Vendicari.

Ma in realtà un po' speriamo che la teoria corretta possa essere la terza, cioè che Marzamemi sarebbe la traslitterazione odierna di Porto di Eufemio, il comandante bizantino di cui abbiamo parlato dall'inizio di questa storia.

Il luogo è bellissimo, un borgo marinaro che è rimasto più o meno intatto rispetto al momento in cui, nella prima metà dei Seicento, il centro viene sviluppato con l’obiettivo di rendere Marzamemi il fulcro dell’allevamento e della vendita del tonno in Sicilia.

La tonnara è stata per anni l’attività centrale dell’isola, sviluppatasi - manca a dirlo - durante gli anni della dominazione islamica.

Ormai Marzamemi non vive più di pesca, infatti la tonnara è diventata più un esibizione, un momento di rivisitazione del tempo che fu, che una vera e propria attività economica.

Va dettò, però, che i pochi residenti che giornalmente abitano il borgo vivono ancora dei prodotti del mare.

Negli anni il turismo ha preso il sopravvento come attività di sostentamento della frazione.

Ma è come se Marzamemi abbia mutato il suo fine escatologico, ma senza trasformare la sua identità. Un'operazione per rendersi accessibile e svilupparsi in maniera differente.

Così come i pescatori restano nel paesino, così la stessa Marzamemi mantiene le proprie peculiarità, il proprio legame con una storia quasi millenaria.

Cambiare per sopravvivere, cambiare per svilupparsi.

Ed è un po' il bivio che ha incrociato recentemente nella sua carriera Jeremie Boga.

Da essere semplicemente funambolico al Birmingham, ha poi incontrato sul suo percorso Roberto De Zerbi. 

Inizialmente l'allenatore bresciano lo inserisce in campo a singhiozzo perché, per dirla breve, l'ivoriano non pressa. Il momento difensivo della squadra semplicemente non gli interessa.

E' un po' come Bill Murray in Space Jam.

Ma il talento del ragazzo è evidente. Negli anni di De Zerbi a Sassuolo, guardando le partite pare che i due abbiano trovato una specie di accordo: "io difendo e presso, ma salto qualsiasi cosa in campo".

E la cosa funziona, perché Boga emerge come uno degli esterni più forti del campionato e con una percentuale altissima di dribbling riusciti.

Ora è all'Atalanta e di fronte si trova un mister che è ancora meno incline alla svogliatezza degli attaccanti.

Nelle squadre di Gasperini tutti devono fare pressing, l'inizio della transizione difensiva è consegnata in maniera decisiva nelle mani delle attaccanti perché, tendenzialmente, sono quelli che più spesso perdono il pallone negli uno contro uno con i difensori.

Gasp in questi mesi si sta affidando molto al talento di Boga, al quale è stata affidata la manovra offensiva della Dea. Ma c'è un problema: non segna.

Un solo gol tra Campionato ed Europa League. Questo. E pareva inarrestabile.

Il problema del gol resta uno scoglio pericoloso per il futuro del giocatore, ma spesso è l'uomo più pericoloso dei nerazzurri.

Lo è perché lui dribbla, salta l'uomo da sempre e sempre continuerà a farlo. Ma ha dovuto trasformare il suo modo di stare in campo, costretto da un calcio in cui i fantasisti non possono più giocare all'ombra, in attesa del mediano che gli consegni il pallone.

Boga non è diventato un altro giocatore, ma per il suo bene, per sviluppare la sua carriera e non restare nel limbo dei talenti incompresi - come uno Zajic qualunque - ha cambiato il modo di stare in campo.

Cambiare per sopravvivere, cambiare per svilupparsi.

Sarebbe quindi fantastico vederlo triangolare in un attacco folle, un reparto da street soccer con Neymar. Forse servirebbe un pallone a testa, ma chi non pagherebbe il biglietto per vedere due simili acrobati del pallone?

BONUS TRACK

Nella conquista islamica della Sicilia sono stati tre i popoli a far parte della prima spedizione: arabi, persiani e berberi.

Qualcuno avvisi lo sceicco Mansour che il berbero più famoso del mondo è senza lavoro e guarda caso fa l'allenatore di calcio. Basterà cercare l'elenco telefonico di Madrid e andare alla fine delle Paginas Blancas. Sì prega di cercare alla "Z" il nome Zidane, Zinedine Yazid.

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