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7 min

- di Michele Cecere

Paulo Dybala, l'incompreso


Numero dieci, vice-capitano, simbolo della Juventus e della nazionale argentina. Un mancino estetico e potente, i colpi impregnati di una classe irripetibile. Ma anche campione inespresso, con i muscoli di vetro, inaffidabile atleticamente, discontinuo, in parabola discendente. Nonostante abbia 29 anni, non abbiamo ancora compreso la dimensione del talento di Paulo Dybala.


Il 16 maggio la Juventus gioca l'ultima partita stagionale all'Allianz Stadium e il momento arriva cinque giorni dopo la sconfitta in Coppa Italia con l'Inter. Cinque giorni dopo il punto più basso nella recente storia juventina, la realizzazione che almeno per un anno la Juventus non sarà detentrice di nessun trofeo, che la "restaurazione" voluta da Allegri non sta funzionando come dovrebbe e che la debacle europea contro il Villareal non era altro che un presagio di sventure peggiori. Al fischio finale, nonostante il pareggio in extremis della Lazio, il clima era però tutt'altro che pesante, merito della festa dell'addio di Giorgio Chiellini, vissuta come la giusta chiusura di un cerchio storico e vincente durato diciassette anni. Chiellini che a fine partita si guarda intorno sorridente, soddisfatto, come riguardandosi indietro e provando una serena felicità per tutto quello che ha passato con la maglia della Juventus.

Se non fosse stato per la nuvola di sconforto che accompagnava Paulo Dybala nel suo tetro giro di campo, il finale di stagione della Juventus avrebbe avuto persino la leggerezza della nostalgia.

La netta stonatura tra i due addii diventa poi paradossale se pensiamo che a inizio stagione, dopo la sconfitta di Napoli, era stato proprio Giorgio Chiellini a incensare il ruolo di Dybala nella nuova Juve: «Questa sarà la Juventus di Paulo». E poi, come cercando parole più precise come per un'approvazione esoterica, lo aveva definito «il giocatore chiave della squadra, una cosa che è riconosciuta da tutti all'interno». Nove mesi dopo, però, Paulo Dybala ha lasciato l'Allianz Stadium in lacrime che non sanno solo di tristezza; la sua nostalgia è evaporata in singhiozzi infantili colmi di rabbia e frustrazione, come un bambino che si è appena svegliato da un incubo in cui un mostro nero gli rubava il suo giocattolo preferito.

C'è una scena all'inizio di Blue Velvet (1986) in cui per rappresentare la contrapposizione tra gli stereotipi della provincia americana (rigogliosa, boscaiola, naif) e ciò che di cupo e infernale si nasconde sotto questa narrazione, David Lynch sposta il focus della macchina da presa da un giardino borghese e curato, in cui i girasoli sono in fiore, per addentrarsi, appunto, nel sottosuolo corroso e divorato da uno sciame di insetti velenosi. Ecco, la storia di Paulo Dybala con la Juventus è qualcosa di più simile a un ossimoro con queste radici; da una parte è stato elevato a simbolo del dna juventino, negli ultimi anni lo abbiamo visto spesso con la maglia numero dieci e la fascia di capitano al braccio, ma poi nel giro di qualche mese il suo talento è diventato superfluo. O, per dirla come l'ad della Juventus Maurizio Arrivabene, «non più centrale nel progetto Juventus». Da presunto erede dell'aristocrazia dei fantasisti bianconeri, Dybala è stato scaricato nell'età più fertile per un calciatore professionista. A ventinove anni non si è né giovani né vecchi, calcisticamente almeno, ma si dà per scontato che sboccino l'esperienza e la personalità.

E paradossalmente anche il suo addio dalla Juventus riflette la difficoltà che abbiamo nel capire la dimensione del talento di Dybala. Da una parte c'è chi crede che non abbia fatto abbastanza per guadagnarsi una riconferma, che in fondo è la Juve ad essere stata la fortuna di Dybala. E poi c'è chi ricorda i 115 gol in sette anni, nonostante si sia spesso dovuto adattare a contesti e moduli di gioco diversi, in cui il suo talento è stato usato al servizio degli altri – Higuain, Cristiano Ronaldo, Vlahovic. Qualsiasi allenatore passato dalla Juventus in questi anni ha messo Dybala al centro del progetto tecnico, cucendo la squadra innanzitutto sui suoi ritmi, le sue qualità di gioco e la sua classe.

La mia teoria sul trattamento mediatico passivo-aggressivo che ha coinvolto negli ultimi anni Paulo Dybala è questa: ancora non gli perdoniamo di non essere diventato davvero il nuovo Messi, un fuoriclasse senza tempo né logica, insomma uno di quei calciatori che marchiano l'evoluzione del calcio, che segnano un'epoca. Spesso si parla di Dybala come un bravo fantasista, dalla classe cristallina, ma anche come di un ragazzino timido e impacciato, troppo poco decisivo nei momenti che contano. Eppure, limitandoci solo alla Champions League, oltre alla doppietta al Barcellona nel 2017, ha segnato al Bayern Monaco e all'Atletico Madrid (bellissimo gol su punizione da un angolo semi-impossibile), mentre nel febbraio del 2018 era stato un suo gol a qualificare la Juventus nello doppio scontro con il Tottenham.

Nella stagione 2017/18 ha messo a segno in Serie A ventidue gol e cinque assist, alcuni decisivi per la corsa Scudetto contro il Napoli di Sarri, che arrivò a contenderlo alla Juventus fino alle ultime giornate.

Prendiamo, ad esempio, il gol che segna al 93' a Roma contro la Lazio, in una partita fino a quel momento bloccata su uno 0-0 che avrebbe permesso al Napoli di allungare a +3 sui bianconeri. Siamo agli sgoccioli della partita e la Juventus è sfilacciata senza un preciso ordine tattico. Dopo un paio di palle lunghe giocate a caso da entrambe le squadre, Barzagli trova un filtrante che arriva tra i piedi di Dybala poco prima della linea di metà campo. Con una sterzata l'argentino evita la pressione di Lucas Leiva, mentre con un breve tocco d'esterno in conduzione rende vano il disperato rientro di Caicedo.

Passeranno altri trenta secondi di confusione e caos, di disordini interiori e tattici in quella Juve che sembrava zoppa della sua solita voracità, quando il pallone ritorna a Paulo Dybala al limite dell'area di rigore. In due metri ci sono tre difensori della Lazio, e sarebbe impossibile pensare di saltarli tutti con un paio di tocchi. Ma se c'è una peculiarità che domina nel gioco di Paulo Dybala è proprio l'inaspettato, la capacità di stravolgere i contesti nei momenti meno attesi. Così, fintando un passaggio sulla fascia per Alex Sandro, Dybala sterza ancora dribblando con un tunnel Luiz Felipe e prima di calciare in scivolata un missile sotto l'incrocio della porta di Strakosha, trova anche il carattere, la personalità, insomma, tutte quelle qualità mentali che gli imputiamo di non avere mai avuto, per resistere alla trattenuta già fallosa di Parolo, che lo trascina con sé a terra.

Ma se giusto un altro paio di gol decisivi per le vittorie della Juventus (nel 19/20 ha segnato all'Inter di Conte sia all'andata che al ritorno, vincendo il premio come MVP della Serie A; nel 16/17 ha segnato una doppietta in semifinale di Coppa Italia contro il Napoli) non bastassero per descriverne il talento, c'è stata la consacrazione europea, il momento che ha portato Dybala nell'élite del calcio contemporaneo, ed è arrivata quando aveva solo ventitré anni. La notte dell'11 aprile 2017 si giocano i quarti di finale di andata di Champions League, e la Juventus deve affrontare il Barcellona della finale persa due anni prima, che può ancora contare su tutta la sua intelaiatura leggendaria. A centrocampo Iniesta e Rakitic dettano legge quando la palla passa tra i loro piedi, e l'attacco composto da Messi, Suarez e Neymar sembra già spegnere le speranze della Juve. Eppure, cinque anni dopo, ci ricordiamo di quella notte per la stella di Paulo Dybala, della potenza estetica del suo tiro, della sua centralità nel contesto tecnico della Juventus. In quella squadra, che Massimiliano Allegri aveva costruito con quattro attaccanti (Mandzukic-Dybala-Higuain-Cuadrado), Dybala diventa il primo costruttore di gioco, abbassandosi a centrocampo e creando un triangolo associativo con Pjanic e Khedira per facilitare l'uscita del pallone.

Insomma è in serate come queste che diventa facile intuire perché, quando Dybala esordiva nel Cordoba, un giornalista argentino lo avesse soprannominato La Joya, ovvero il gioiello. Ogni gesto tecnico di Dybala ha una rilevanza estetica non trascurabile per il calcio contemporaneo. I suoi tiri nascondono un'eleganza magica, una spaccatura tra il giocatore che è e quello che ci saremmo aspettati che diventasse. Il suo sinistro non ha solo la potenza e la precisione dei migliori tiratori del mondo (quando Dybala deve trovare l'angolino in diagonale o il tiro "a giro", sembra che nasconda una mazza da golf nei piedi), ma nasconde qualcosa di irrazionale, di misterioso. Di irripetibile.

Il modo con cui Dybala calcia in porta è talmente unico che diventa impossibile da riprodurre per un bambino che inizia a giocare a calcio per provare a emulare il suo idolo. La meccanica dei suoi movimenti, come l'appoggio sbilenco del piede opposto a quello con cui calcia, è il contrario della naturalezza e della fluidità. Spesso Dybala calcia mentre sta già cadendo (a causa dello scontro fisico con l'avversario) o comunque è in equilibrio precario. Ma proprio per questo è difficile non rimanere rapiti di fronte a un gesto così tecnicamente puro, che può avvenire quando meno te l'aspetti, nelle pieghe più noiose della partita come nei momenti più caotici.

Nelle ultime due stagioni i problemi fisici hanno però minato il rendimento di Dybala in maniera preoccupante. Gli infortuni alla coscia e al collaterale mediale, uniti alle ricadute muscolari, hanno reso indisponibile per quarantacinque partite, quasi il 45% di quelle totali. È inevitabile porsi domande sulla sua integrità fisica, ma siamo sicuri che la Juventus possa fare a meno delle qualità di Dybala? In un contesto poco fluido e posizionale come quello costruito da Massimiliano Allegri durante il suo secondo mandato juventino, un calciatore imprevedibile e così eccezionale tecnicamente come Paulo Dybala, anche con qualche incognita fisica, poteva rappresentare le fondamenta intorno a cui costruire il nuovo ciclo, vista anche la buona intesa offensiva tra lui e Vlahovic.

Dybala è arrivato alla Juventus poco più che post-adolescente e se ne va da uomo maturo. Va via come un calciatore fatto e finito, una seconda punta tecnica, piena di soluzioni e inventiva, che potrebbe risolvere i problemi tra le linee di molte squadre in giro per l'Europa. Nelle ultime settimane si è parlato di un possibile approdo all'Inter, il che per i tifosi juventini vorrebbe dire ritrovarsi immersi in quel sottosuolo lynchiano e infernale che si nasconde dietro l'apparenza delle cose. Potrebbe risultare una ferita difficile da suturare; eppure, fosse solo per la qualità che si nasconde dietro la più banale delle sue giocate, sarebbe un'emozione irrinunciabile continuare a veder giocare ogni settimana Paulo Dybala.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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