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4 min

- di Giuseppe Menzo

Considerazioni sparse su "Doctor Strange nel Multiverso della Follia"


Ci si arriva con calma a queste considerazioni sparse sull’ultimo film del Marvel Cinematic Universe e ci si arriva, per l’appunto, senza fretta, anche per omaggiare l’inaspettata linearità di un prodotto che sin dal titolo – “Doctor Strange nel Multiverso della Follia” – sembrava promettere chissà cosa e che invece si offre alla visione dei suoi “fedeli” con una docilità inattesa, sia se si pensa al mondo cinematografico di appartenenza sia se si fa riferimento alle importanti aspettative che il tocco del regista – l’amatissimo e quasi intoccabile Sam Raimi – lasciavano intendere. E allora, forti di queste premesse, ripercorriamo le quasi 2h del medico mago interpretato da quello che, a mio avviso, è, di gran lunga, il migliore attore tra quelli che finora hanno abitato i sogni dei fan di questi supereroi che stanno dominando da anni la scena mondiale.


- Orsù, cominciamo con un piccolo e doveroso omaggio al bravissimo Benedict Cumberbatch, vera punta di diamante in una rosa di ottimi professionisti formanti il suddetto universo e che una volta smessi i panni dei personaggi dei fumetti rendono - va detto - generalmente un po' meno rispetto a quando si apprestano a salvare il mondo. L’attore britannico, già Sherlock o splendido Patrick Merlose nell’omonima miniserie per la tv o magnifico Amleto in una interessantissima edizione di qualche anno fa del dramma scespiriano, ancora una volta, presta egregiamente volto e corpo e cuore al più impertinente – al pari del mai troppo compianto Ironman - tra tutte le maschere che ci stanno appassionando da un po' di tempo a questa parte. Cumberbatch, presente in quest’ultima stagione nel “Power of The Dog” di Jane Champion, in questo film continua a dare sfoggio del suo solidissimo registro brillante che peraltro non è il solo che compone il suo ricco armamentario recitativo. Sembra quasi non faccia fatica a vestire i panni del ex chirurgo trasformatosi in un salvatore della Terra e non solo;

- A questo proposito (a proposito del “non solo”, dico) ritengo sia  altrettanto doveroso dedicare un punto di queste considerazioni al concetto di Multiverso. Oserei dire che l’utilizzo di questo concetto nell’universo fumettistico – utilizzo di cui nessuno fan si sorprenderà essendo stato ampiamente sdoganato in almeno un film (l’ultimo Spiderman uno e trino diretto da Jon Watts) e almeno una serie (la fantasmagorica “Loki” dedicata al personaggio omonimo) – è, per dirla tecnicamente, un’autentica figata. A parte il potenziale infinito che questa invenzione narrativa mette nelle mani dei vertici della Marvel e della Disney – potenziale che ovviamente, se ben utilizzato, potrebbe essere una pari fonte, inesauribile, di guadagno – ci sarebbe da riflettere sul valore filosofico di questa stessa trovata. Guardando il film pensavo alla reale possibilità che ci fossero centinaia di altri me che avessero, più o meno, delle vite simili alla mia, con differenziazioni più o meno grandi e con migliorie o peggioramenti più o meno evidenti nelle loro esistenze. Esistenze che poi, in qualche modo, comunque incontrerebbero il mio interesse, almeno considerando le mie caratteristiche caratteriali. Beh, non vi sentireste, allo stesso tempo, enormemente deresponsabilizzati, più tranquilli nell’affrontare le faticose vicende quotidiane e fantasticamente immersi in una vasca di umiltà, pensando che voi non siate le uniche versioni di voi stessi? Pensateci e magari apriamo un dibattito nei commenti;

- Tra l’altro, paradossalmente – e non so se per meriti della sceneggiatura o per una mia predisposizione particolarmente fortunata la sera della visione – il film in questione, con le sue relative dimensioni multiple, mi è sembrato, come già anticipato, tra i meno contorti e complicati tra quelli usciti negli ultimi anni e appartenenti al medesimo filone fantastico. Va tutto meravigliosamente “liscio” se si attribuisce l’aggettivo non tanto alla quantità e qualità degli ostacoli che i protagonisti devono affrontare per giungere al risultato finale – e non vi svelo, nonostante i già 16 giorni di programmazione, niente né dell’una cosa né dell’altra – quanto piuttosto ad un filo narrativo che mi spingerei a definire semplice. Ad un inizio straniante di qualcosa che pensiamo di conoscere, ma che in realtà risulterà essere altro, segue una trama che pare rinunciare all’epica in nome di un racconto di servizio, finalizzato, secondo me, a richiamare sul campo un personaggio che nella serie precedente a lei dedicata – “Wanda Vision” – si era guadagnata sul campo i galloni da Generalessa dello spazio supereroistico;

- Elizabeth Olsen è, a mio avviso, la vera protagonista della pellicola che comunque non reca il nome del suo personaggio nel titolo. Ma non fa niente. L’attrice, non alla sua performance più brillante, rincorre, consapevole della non esistenza di una sola vita in un solo mondo, la parte più felice e soddisfatta di sé (vedere, come scritto, la serie su Disney Plus) ed è anche a conoscenza di quali siano i passaggi necessari al raggiungimento del suo scopo. Il suo personaggio addolorato, squassato dalle perdite in parte reali e in parte oniriche, non c’è più: in questo racconto vi è un appiattimento della sua “Scarlet Witch” – e dell’attrice che pare rinchiudersi con un lucchetto a doppia mandata al ruolo che l’ha resa famosa – verso una generica, insostenibile, enorme ed infinita rabbia. Ed è un peccato aver disegnato un villain così potenzialmente interessante in una maniera così poco profonda. La speranza è che ci sia presto una possibilità di riscatto per chi, nel recente passato, ha regalato autentiche gemme di commozione ai suoi spettatori;

- E infine lui, probabilmente il più atteso di tutti al ritorno dietro la macchina da presa di un film di siffatto genere, dopo la sua indimenticabile trilogia sull’uomo ragno indossato da Tobey Maguire: Sam Raimi. Beh, che dire, lettrici e lettori: io il suo proverbiale, magistrale tocco non l’ho visto. In parecchie recensioni qualcosa al riguardo è stato sottolineato, ma mi limiterò a scrivere che, ammesso e concesso che abbiano ragioni gli altri “critici”, a me è sembrato che le scene citate a supporto delle loro tesi siano troppo poche e non particolarmente rilevanti. Raimi pare, con questo film, aver più saldato un vecchio debito di riconoscenza che non aver firmato una regia convinta e orgogliosa. Pulito, attento a non macchiare nulla e concentrato sul portare a casa il risultato, sembra un regista privo della brillantezza che lo contraddistingue da sempre. Ma la sensazione è che questo sia soltanto un leggero passaggio a vuoto, propedeutico per nuove, scintillanti avventure. E nonostante questo il prodotto finale è godibile, sebbene non indimenticabile. Insomma, la saga continua e noi, qui o da qualche altra parte nella Via Lattea, probabilmente continueremo a seguirla.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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