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5 min

- di Stefano De Caro

Considerazioni sparse sulla Premier League vinta dal Manchester City


Sofferta, quasi persa ma alla fine strameritata. Nelle pagine di storia che Guardiola sta scrivendo da quando è arrivato in Inghilterra, questa Premier, la sua quarta, è il capitolo più bello.


- Dieci anni dopo quel pazzo pomeriggio in cui Aguero si regalò l'immortalità calcistica e Mancini riportò dopo decenni il titolo nella sponda azzurra di Manchester, il City è di nuovo campione d'Inghilterra, di nuovo vincendo in rimonta l'ultima decisiva partita, e di nuovo dopo essere stata nel giro di 90 minuti più all'Inferno che in Paradiso. Nel 2012 assistemmo a qualcosa di magico e di mistico allo stesso tempo, una partita che è poi entrata di diritto nella leggenda di questo sport. Nella storia del Club ci sarà sempre un prima e un dopo quel minuto 93' 20" in cui il Kun segnò sotto la North Stand. Quello che è successo domenica ad Etihad, per vari motivi, non può essere paragonato a quei momenti. Ma non ci andiamo neanche così tanto lontano. Allora c'erano i 44 anni di attesa, anni in cui i cugini cittadini celebravano titoli nazionali e europei, e in cui i citizens avevano dovuto anche fronteggiare una retrocessione. Oggi, è vero, i blues vivono il loro periodo storico più sfavillante, ma l'ennesima eliminazione surreale in Champions e la minaccia di una squadra rivale, il Liverpool di Klopp, che per quello che sta costruendo rappresenta un ostacolo enorme nella corsa alla gloria eterna, ecco questi elementi potevano minare le certezze del gruppo in modo definitivo e far sprofondare l'intero ambiente in una spirale di negatività difficile da risalire. Il City al 75' di domenica era esattamente sull'orlo di questo baratro. Poi sono arrivati quei 6 minuti, e una rimonta insperata, incredibile, storica. 6 minuti di spettacolo, classe, voglia, carattere e attributi che hanno evitato l'Inferno. Non sarà l'immagine di copertina della storia del Club, per carità lasciamoci l'iconico gol del Kun. Ma la partita contro i Villans rimarrà comunque uno dei capitoli più importanti;

- Cosa resta alla fine di questa domenica di gloria? Lacrime, tante. Quelle di Guardiola, non proprio scontate, che al fischio finale scorgiamo in un commosso abbraccio con il suo vice Juanma Lillo. E' un abbraccio in cui dentro ci stanno tante storie, dalla tensione che finalmente li lascia un po' di tregua alla passione sconfinata per il loro lavoro e per questo gioco in generale, e per la quale non smetteremo mai di ringraziarli. Le lacrime di Rodri, passate un po' sotto traccia, forse neanche viste, esplose al gol decisivo di Gundogan, e che sono il simbolo di quel senso di appartenenza che qualcuno aveva messo in dubbio dopo l'eliminazione di Madrid. Le lacrime di Zinchenko, la cui stagione è stata giocoforza turbata da vicende più importanti, che gli segnano il viso quando con la bandiera del suo paese cinge il trofeo della Premier durante le celebrazioni finali. Resta poi anche un volto, quello di un giocatore che è ormai idolo e condottiero, capitano e anima silenziosa. Ilkay Gundogan é l’uomo del destino City. Ci perdonerà il tedesco se a volte, in mezzo a tanta qualità, tendiamo a dimenticarci di lui. In realtà poi ogni suo tocco, contrasto, inserimento, sono lo specchio di un’intelligenza calcistica fuori dal comune. Torniamo sempre là, a dieci anni fa. Forse la sua doppietta non avrà la nobiltà necessaria per collocarsi nella storia al fianco della fucilata di Aguero, ma quello che ha fatto domenica, nel momento in cui l’ha fatto, lo porranno comunque a pieno titolo tra le leggende della storia blues;

- Cosa resta invece di questa stagione? La bellezza, innanzitutto. Il Manchester City 2021-2022 entra di diritto nella lista delle migliori squadre di sempre (e l'unicità di questo campionato sta nel fatto che si può dire lo stesso del Liverpool di Klopp). La sensazione è che un livello migliore di quello a cui abbiamo assistito sia difficile da raggiungere in futuro, anche se poi dall'anno prossimo entrerà in gioco anche la variabile Haaland. La macchina di Pep ha ingranaggi straordinariamente perfetti, frutto del lavoro di anni e della crescita esponenziale di alcuni suoi interpreti. L'apice è stato raggiunto tra Dicembre e Gennaio, un periodo in cui la squadra aveva letteralmente il baricentro nella trequarti avversaria e nel quale trovava geometrie divine. Restano poi le stagioni incredibili di chi ha fatto parte di questo sistema, e magari non si è preso la copertina. Cancelo è diventato uno dei migliori terzini-mezz'ali-esterni d'Europa. L'assist per Sterling nel match casalingo contro l'Everton è una delle giocate più belle dell'intera stagione. Rodri ha completato la sua "busquetizzazione" e anzi, con le sue 7 reti stagionali ha aggiunto un aspetto del suo gioco che proprio il suo "maestro" catalano non aveva. Lo spagnolo è il vero termometro della squadra: quando il suo pressing è alto e fatto coi tempi giusti, la squadra gira che è una meraviglia. E in più, come detto, 7 gol sono numeri incredibili per un vertice basso, e alcuni di questi, come la "puntata" all'Emirates o il "piattone" del pareggio di domenica, hanno avuto un peso specifico enorme. Sterling e Gabriel Jesus, entrambi utilizzati con poco continuità, hanno risposto sempre con prestazioni serie e gol fondamentali. Insomma, tutti, dalla stella più splendente al terzo portiere, hanno fatto la loro parte per portare la squadra a livelli celestiali;

- Dicevamo della copertina di questa stagione. Come non metterci Kevin De Bruyne, giocatore dell'anno in Premier e autore di una seconda parte di stagione letteralmente dominante. Il gol nel derby, quello contro il Chelsea (pazzesco!), il poker al Wolverhampton, l'assist di domenica... giocate che da sole non bastano per spiegare tutto quello che il belga riesce a fare su un campo da calcio. Il Pallone d'Oro è li a pochi centimetri, quando finalmente centrerà un titolo europeo (o un successo con la propria nazionale, chissà) nessuno potrà toglierglielo. Bernardo Silva ha fatto tutti i ruoli dal centrocampo in su, e tutti alla grande, con applicazione commovente e giocate di qualità ed efficacia enormi. È stato lui il leader tecnico di quel famoso bimestre di cui parlavamo prima, a cavallo tra 2021 e 2022. In quei giorni ha raggiunto un livello di gioco magnifico. Pep se ne è sempre privato malvolentieri, a volte anche esagerando, costringendolo a minuti infiniti anche a risultato acquisito o nelle partite meno complicate. Proprio domenica però ha capito che alla fine poteva farne a meno per un po', per provare a rimontare. Il suo sostituto, Gundogan, ha deciso la partita. Pep è un genio, ma non lo scopriamo certo oggi. Uno spazio su quella copertina lo si deve trovare anche per Foden, e come non si fa a non trovarlo. Il ragazzo di Stockport ha finalmente dimostrato tutta la sua classe. Tutta l'Europa ora parla di lui. Pep l'aveva scoperto tre anni fa, prima di tutti noi. Pep è un genio, e due. Chapeau;

- Infine, l'esaltazione della squadra di Manchester non può non passare però, in questo caso, dalla celebrazione degli sconfitti. Il Liverpool è stato un avversario fantastico, che ha alzato il livello generale della sfida, obbligando le due squadre a migliorarsi costantemente, come hanno sostenuto a più riprese i reciproci allenatori. Un duello anomalo, fatto di battaglie tecniche e non verbali, di grandi giocate e non di polemiche, di rispetto reciproco e non di attacchi continui. Merito dei due allenatori migliori del mondo, che hanno dimostrato che per dare spettacolo non c'è la necessità dello scontro, come avevano "teorizzato" in passato, ad esempio, gli acerimmi nemici Wenger e Ferguson, ai tempi delle sfide tra Gunners e Red Devils, o Mourinho nei sui anni d'oro e chiunque gli si trovasse davanti. Tra 10 settimane la Premier ricomincerà, e non vediamo l'ora. Nuovi protagonisti si sfideranno nel campionato più bello del mondo. Haaland, lo United di Ten Hag, il livello se possibile sarà ancora più alto. E forse, nella prossima stagione, ci sarà un altro tecnico sposta-equilibri che vorrà dire la sua: Conte è pronto per competere, lo è sempre stato e non sarebbe lui se non lo facesse. Anche se competere con questi due mostri, per ora, sembra impossibile.

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Milano. Iscritto all’albo dei Match Analyst LongoMatch. Diplomato al Liceo Scientifico, nonostante l’orale della maturità sostenuto il giorno dopo la finale di Berlino. Laureato in Scienze Politiche. Malato di calcio. Al primo appuntamento ho portato la mia ragazza a vedere il derby della Mole, quello dell’eurogol di Bruno Peres. Stiamo ancora insieme.

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